Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Dicembre 2018  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
       1  2
  3  4  5  6  7  8  9
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31      

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Usa vs Ue e viceversa PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Mercoledì 14 Marzo 2018 00:35


E speriamo di svegliarci noi europei!


America First. Quando un anno fa Donald Trump iniziò a parlare di dazi, furono i pochi a dargli credito. Il ministro uscente della Sviluppo economico, Carlo Calenda era tra loro, ma il suo allarme cadde nel vuoto: “Quando Trump parla di dazi nei confronti del Messico o della Cina – disse – dice in realtà di voler uscire dalle organizzazioni internazionali del commercio, come il Wto e il Nafta”, proprio perché vietano le tariffe doganali.
Dodici mesi dopo è arrivata la firma sul provvedimento che impone un dazio del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio. “La ricaduta immediata delle misure Usa sul commercio non sarà poi così grande” ha chiosato il presidente della Bce, Mario Draghi, secondo cui “la disputa dovrebbe essere discussa e risolta in una contesto multilaterale”.
Da Bruxelles è arrivata un’immediata levata di scudi, ma senza troppa convinzione. La verità è che dopo il naufragio del Ttip – al netto dei molti difetti che l’accordo di libero scambio aveva – gli Stati Uniti hanno scelto di tenersi le mani libere sul fronte del commercio internazionale. Un problema che in Europa è chiaro ad ogni livello, così come è chiaro che i dazi su acciaio e alluminio colpiranno quasi esclusivamente Francia e Germania: gli stessi Paesi condannati dal Wto – su denuncia degli Stati Uniti – per gli aiuti di stato ad Airbus. Per anni Parigi e Francoforte hanno aiutato oltre il dovuto il costruttore aereo, danneggiando gli americani di Boeing. E – ancora peggio – i produttori di acciaio e alluminio americano. In questo modo Trump si prende una rivincita anche nei confronti delle cancellerie che più di ogni altre in Europa hanno criticato e osteggiato il suo primo anno da presidente.
C’è però il rischio che un’imposta così alta spacchi definitivamente il Wto: l’organizzazione per il commercio internazionale, infatti, ammette che si possa prevedere un dazio se il bene esportato viene venduto a prezzo più basso rispetto al paese di origine. Per esempio se un tubo d’acciaio prodotto in Cina costasse 10 dollari, ma venisse venduto in Europa a 7 dollari sarebbe possibile inserire una tariffa doganale per riequilibrare il mercato. Se invece il prezzo fosse identico sia nel Paese d’origine che in quello di destinazione sarebbe vietato dalle norme.
Gli americani dovranno quindi dimostrare che la tariffe servono solo a riequilibrare il mercato e non a chiudersi all’interno dei propri confini. Altrimenti, senza Washington lo stesso Wto perderebbe ogni significato.
D’altra parte a tradire lo spirito dell’organizzazione – che era quello di riconoscere a tutti i Paesi membri identiche concessioni – sono stati gli stati stessi che hanno iniziato a voler marciare da soli: gli Usa hanno accordi bilaterali di libero scambio con 20 Stati e hanno provato a raggiungere un’intesa – senza successo – con l’Unione europea (Ttip). Trump ne è consapevole è per questo vuole sfruttare la propria leva commerciale: una guerra con la Cina rischia però di privare gli Stati Uniti di uno sbocco fondamentale, ma la Casa Bianca – per il momento – non ne sembra preoccupata. E anziché discutere è passata direttamente alle minacce ricordando che la “nazione che non protegge la prosperità a casa non può proteggere i suoi interessi all’estero” e sottolineando come il suo obiettivo sia quello di “proteggere la sicurezza nazionale americana dagli effetti di pratiche commerciali ingiuste”.
La Casa Bianca insiste sul fatto di essere il principale importatore di acciaio acquistando quantità “quasi quattro volte superiori a quelle che esporta” sottolineando che l’anno scorso l’impor di alluminio è stato pari a cinque volte quello prodotto nel 2016. E ancora, secondo Trump, la la capacità in eccesso di acciaio su scala globale è di 737 milioni di tonnellate, mentre solo per la Cina quella di alluminio è stata di 3,9 milioni, “quattro volte di più della produzione Usa”.
Insomma, per Trump non basta non riconoscere a Pechino lo status di economia di mercato ed è anche convinto le tattiche attendiste dell’Unione europee abbiano fatto il loro tempo: “Gli sforzi internazionali per affrontare il problema sono stati insufficienti”. Gli Stati Uniti accusano Pechino e gli altri produttori a bassi prezzi di aver causato la decine di migliaia di posti di lavoro in tutti quei settori che rappresentano il principale bacino elettorale di Trump. Nel rapporto annuale sul commercio, i repubblicani hanno ricordato al mondo intero che “l’industria manifatturiera americana è un settore vitale che genera un Pil pari 2.200 miliardi di dollari (più dell’intera economia italiana, ndr) e che vale l’11,7 dell’intera produzione americana”.
All’Europa toccherà ora cercare di ricompattare le fila con l’alleato anche perché tavolo c’è un dossier altrettanto importante: quello della carne agli ormoni. L’ultimo atto della presidenza Obama è stato quello di chiedere alla Ue la cancellazione del divieto all’import, minacciando pesanti ritorsioni. Per ora Trump è rimasto silente, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato tornerà alla carica: forse non otterrà il via libera incondizionato all’esportazione di carne con gli ormoni all’interno della Ue, ma potrebbe essere libero di aumentare ancora dazi e tariffe sui prodotti in arrivo dal Vecchio continente. Non varrà quanto il manifatturiero, ma la carne rappresenta un indotto da 7,6 miliardi di dollari e 50mila posti di lavoro: cruciali in campagna elettorale.

 

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.