Il partito dell'antinazione Stampa
Scritto da espresso.it   
Mercoledì 11 Aprile 2018 00:39


Con queste inchieste contro l'Eni s'inginocchia volontariamente l'Italia

Il gruppo Espresso fa una chiara scelta di campo, esattamente come quei clandestini che settantacinque anni fa trasmettevano agli angloamericani le coordinate per bombardarci

Nuovo scandalo africano per l'Eni, che torna sotto inchiesta a Milano per una grave accusa di corruzione internazionale, con una trama inedita: tre italiani, con un socio inglese residente a Montecarlo, sono diventati proprietari, segretamente, di un enorme giacimento di gas nel Congo francese. L'Espresso, nel numero in edicola da domenica 8 aprile, ricostruisce questo riservatissimo affare miliardario rivelando che i quattro beneficiari, la cui identità era finora coperta da un muro di società offshore, sono due uomini e due donne accomunati da una caratteristica: sono tutti collegati con i vertici dell'Eni, il colosso del gas e petrolio controllato dallo Stato italiano.
L'inchiesta de L'Espresso si fonda sull'analisi di oltre 700 documenti riservati estratti dai Paradise Papers, il gigantesco archivio di società offshore che il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung ha condiviso con l'International Consortium of investigative journalists (Icij), di cui fa parte il nostro settimanale. I risultati della nostra inchiesta giornalistica hanno trovato piena conferma nella nuova indagine giudiziaria aperta dalla procura di Milano, che ieri ha mandato la Guardia di Finanza nelle sedi dell'Eni a Milano e Roma, con l'ordine di perquisire anche gli uffici e le abitazioni di sei indagati, tra cui spicca il top manager Roberto Casula, il capo della divisione più importante (di fatto il numero due) del colosso petrolifero statale.
La maxi-riserva di gas al centro del caso si chiama Marine XI e vale circa due miliardi. Nel 2013 una misteriosa società appena costituita, Wnr Congo, ha acquistato il 23 per cento di quel giacimento per 15 milioni di dollari, anche se quella quota in realtà valeva già allora 430 milioni, come si legge nelle carte interne. L'Espresso inoltre pubblica i documenti da cui risulta che a cedere quel pezzo di giacimento alle offshore degli italiani è stata la Aogc, un'azienda accusata da varie autorità internazionali di essere una “cassaforte del regime” congolese: una società-satellite usata da politici e burocrati per portare soldi all'estero e comprarsi ville e beni di lusso.
Il Congo è un'ex colonia francese governata da decenni da un ex generale, Denis Sassou Nguesso, diventato presidente nel 1979. Il territorio è ricchissimo di gas e petrolio, ma la cittadinanza resta molto povera: metà della popolazione, secondo l'Onu, deve sopravvivere con un euro al giorno. Secondo Transparency International, si tratta di uno dei paesi più corrotti del mondo. Dal 2014 la Aogc gestisce in società con Eni e Total molti giacimenti ricchissimi. In questi anni la compagnia congolese è finita al centro di indagini e processi per corruzione e riciclaggio (per centinaia di milioni) in Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Italia, San Marino e altri Paesi.
I nomi degli azionisti della Wnr Congo sono schermati da tre diverse strutture di trust britannici e società offshore sparse tra Dubai e Isole Mauritius. I documenti trovati da l'Espresso svelano gli effettivi titolari, ora tutti indagati dalla Procura di Milano: Andrea Pulcini, un manager italiano che dal 1994 al 2005 è stato uno dei massimi dirigenti dell'Agip a Londra ed è tuttora registrato come procuratore dell'Eni; sua moglie, indicata però come beneficiario soltanto secondario; Maria Paduano, una signora calabrese che ha forti legami anche d'affari con il top manager dell'Eni Roberto Casula; e Alexander Haly, cittadino britannico residente a Montecarlo, dirigente di varie società che hanno ottenuto appalti di forniture per l'Eni in Africa.
La signora Paduano è la moglie di Domenico Bellantone, un importante ambasciatore italiano che dal 2013 è il capo della segreteria particolare dei nostri vice-ministri degli Esteri, riconfermato dagli ultimi quattro governi. Con le offshore del giacimento africano, però, lui non c'entra: secondo i documenti si tratta di un affare personale della signora.
L'inchiesta de L'Espresso rivela inoltre che l'economista Luigi Zingales si era dimesso dal consiglio di amministrazione dell'Eni, nel 2015, dopo essersi scontrato personalmente con Claudio Descalzi, il numero uno del colosso petrolifero, proprio sugli affari con la Aogc in Congo.
In manette l'ex pm di Siracusa Longo, l'avvocato Amara e l'imprenditore Bigotti già comparso nel caso Consip. Avrebbero allestito un sistema per pilotare sentenze, come il nostro giornale aveva raccontato nel maggio scorso
L'Eni, con i suoi più importanti manager, è già sotto processo a Milano per gravissime accuse di corruzione ai danni di altre nazioni africane come Algeria e Nigeria. Le Procure di Roma e Messina inoltre accusano un ex pm di Siracusa e un avvocato siciliano dell'Eni di aver orchestrato una falsa indagine giudiziaria proprio per spingere alle dimissioni Zingales (e un altro ex consigliere indipendente) con l'obiettivo, fallito, di fermare i magistrati milanesi che indagano sulle maxi-corruzioni in Africa.
Il gruppo Eni oggi ha confermato di «aver ricevuto ieri dalla Procura di Milano una richiesta di consegna di documenti in relazione ad alcune attività svolte in Congo nel 2009 e nel 2014. La richiesta fa seguito ad altre due precedenti ricevute nel 2017 di cui la società aveva già dato notizia nella propria informativa finanziaria. La società ha già provveduto alla consegna della documentazione richiesta». La società conferma inoltre che la Guardia di Finanza ha perquisito anche «gli uffici di due persone di Eni».
Nel merito delle nuove accuse, il gruppo petrolifero controllato dallo Stato italiano «dichiara la propria totale estraneità da presunte condotte illecite in relazione alle operazioni oggetto di indagine, operando nel pieno rispetto delle leggi stabilite da Stati sovrani, e continuerà a fornire la propria collaborazione alla magistratura affinché possa essere fatta la massima chiarezza sulla vicenda».