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Dalla Libia con rancore PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Martedì 03 Luglio 2018 00:47


Macron guida le danze

C’è un delicato match Italia-Francia che si sta giocando in Libia: ha per protagonista uno spregiudicato generale, investe la partita sui migranti nel Mediterraneo, tocca gli interessi di più potenze e farà capolino nell’agenda dell’incontro alla Casa Bianca fra il premier Conte e il presidente Trump. Lo spregiudicato generale libico è Khalifa Haftar, che nell’ultima settimana ha conquistato gli impianti petroliferi di Ras Lanuf e Sidra, strappato Derna al controllo delle milizie islamiche e ammonito l’Unione Europea a non costruire campi di accoglienza per migranti lungo i confini meridionali del Fezzan con Ciad e Niger. Tali e tante mosse servono ad attestare un rafforzamento, militare ed economico, del suo governo in Cirenaica per evidenziare il parallelo indebolimento dell’esecutivo di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dalla comunità internazionale. Nel caso di Ras Lanuf e Sidra la sfida ad al-Sarraj è molto insidiosa perché Haftar ha consegnato gli impianti ad un’autorità petrolifera libica rivale di quella ufficiale, dimostrando di volersi creare in fretta una fonte di entrate indipendenti da Tripoli. L’accelerazione di Haftar è iniziata dopo il 29 maggio, quando l’incontro avuto a Parigi con al-Sarraj sotto gli auspici del presidente francese Emanuel Macron si è concluso con il sostegno al piano dell’inviato Onu Ghassan Salamé per varare una legge elettorale entro il 16 settembre e celebrare elezioni nazionali - per il Parlamento e il presidente - entro il 10 dicembre. 
Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia ritengono che questa sia la strada migliore per arrivare a stabilizzare la Libia in tempi brevi, ponendo fine alla guerra civile iniziata nel 2011 con la rivolta che rovesciò il regime di Muammar Gheddafi, mentre Italia, Turchia, Qatar e, con un profilo più cauto, gli Stati Uniti, ritengono possa innescare una ulteriore spirale di violenze in ragione del fatto che Serraj e Haftar non concordano ancora sui «principi costituzionali» alla base del processo di unificazione del Paese. A sostegno di tale posizione, esperti italiani ed americani ricordano come all’origine della faida Sarraj-Haftar vi siano le contestate elezioni del 2014, suggerendo di evitare di ripetere ora gli errori commessi in quell’occasione. Tanto più che lo spettacolare blitz di un gruppo di miliziani di Isis in un ufficio elettorale di Tripoli fa temere il rischio di un’offensiva jihadista contro i seggi. E l’assenza ai colloqui di Parigi tanto delle combattive tribù di Misurata che delle milizie islamiche a Tripoli moltiplica le incognite. Da qui la posizione italiana favorevole a raggiungere prima un accordo sulla Costituzione e solo dopo far celebrare il voto su scala nazionale in un Paese in preda agli scontri fra dozzine di tribù.
L’accelerazione militare di Haftar rafforza i sospetti che abbia interpretato gli accordi di Parigi come una sorte di via libera alla resa dei conti con Sarraj e tale scenario aggiunge il tassello delle faide libiche agli attuali disaccordi fra Roma e Parigi sulla gestione dei migranti. Il nuovo governo italiano infatti punta a veder nascere campi di accoglienza lungo i confini meridionali della Libia, nel Sahel (Ciad e Mali) e in altri Paesi Ue del Mediterraneo ma sul fronte opposto Macron non ha alcuna intenzione di ospitarne in Francia ed Haftar, suo alleato maghrebino, si oppone ad averne in Libia. Ciò significa che le divergenze fra Roma e Parigi sui migranti - testimoniate dai lavori del recente Consiglio Ue di Bruxelles - si sommano ad una diversa visione del ruolo della Libia ed anche ad un diverso approccio alla riconciliazione Tripoli-Tobruk. A ciò bisogna aggiungere l’impasse in Niger, legato a doppio filo con Parigi, dove il governo locale si è rimangiato l’intesa raggiunta con Roma per ospitare 500 nostri soldati destinati a combattere i trafficanti di uomini nel Sahara, con il risultato di vedere gli unici 54 militari arrivati a N’Djamena bloccati dentro una base Usa nel deserto del Sahara, dalla quale non hanno l’autorizzazione ad uscire.
Ciò significa che il braccio di ferro nel Maghreb fra Parigi e Roma, già evidente durante il governo Gentiloni, sta assumendo dimensioni più ampie con il risultato di mettere il premier Conte in una situazione di evidente difficoltà perché la Libia è il Paese da cui ci arriva il più alto numero di migranti e se dovesse cadere nelle mani di Haftar ciò consegnerebbe all’Eliseo un’ipoteca importante sulla nostra sicurezza nazionale. Parigi smentisce di perseguire in Libia un disegno ostile all’Italia e Macron ha già fatto sapere a Conte di vedere con favore la convocazione di un nuovo vertice Sarraj-Haftar nel nostro Paese nei prossimi mesi, al fine di cogestire il piano Salamé per le elezioni entro fine anno. Ma è uno scenario che Roma vede con sospetto e sarà lo stesso presidente del Consiglio a dirlo al presidente americano Donald Trump nell’incontro alla Casa Bianca in agenda a fine luglio. Mettendo sul piatto la collaborazione nella lotta ai jihadisti che vede le basi italiane svolgere un ruolo chiave nelle operazioni dei droni del Pentagono nella regione del Maghreb. 

 

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