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Earl lo sciuscià PDF Stampa E-mail
Scritto da businessinsider.com   
Domenica 26 Agosto 2018 00:33


Non c'è niente da fare: il premier lavora per gli Usa e ci vuole come tappetino

I principali risultati del recente viaggio statunitense di Giuseppe Conte sono stati due: i supposti e ventilati investimenti statunitensi in Italia e l’altrettanto aleatoria “cabina di regia” congiunta italo-americana per la questione libica.
La contropartita, almeno in via ufficiale, sarebbe però stata duplice, giusto per pareggiare in pieno il favore: il completamento del gasdotto TAP e l’ingresso Insomma, prima che la diplomazia, l’energia. E la cosa non stupisca, perché la settimana seguente al soggiorno-lampo del premier italiano, è stato il turno del presidente della Commissione UE, Jean-Claude Juncker, il quale per evitare – almeno per ora – l’imposizione di dazi sull’import americano di automobili europee, ha ceduto alla richiesta della Casa Bianca di un aumento delle importazioni UE di gas naturale liquefatto (LNG) americano.
Una concessione non da poco, visto che mille metri cubi di quel gas costano 175-180 dollari contro i 120 dollari di quello russo.
Proprio lo stesso che arriverà in Germania attraverso la pipeline Nord Stream 2, i cui cantieri sono stati aperti ufficialmente mercoledì: un serpentone che porterà il gas del Cremlino direttamente nel cuore d’Europa, bypassando oltretutto quello che per Mosca è ormai un “protettorato” ostile degli Usa, ovvero l’Ucraina.
Un risiko in piena regola, insomma.
Cui va a unirsi un ulteriore tassello diplomatico tutto interno ai sempre più traballanti e mutevoli equilibri in seno all’Ue: la guida italiana della stabilizzazione della Libia, concessione di Trump a Conte, nei fatti si sostanzia come un sonoro schiaffone in faccia a Emmanuel Macron e alle mire di egemonia energetica della Francia nel Paese.
Tutte ipotesi e scenari ancora ipotetici e in divenire? Ovviamente sì ma con un obolo molto pesante che l’Italia ha già messo sul tavolo, quasi a garanzia del suo impegno verso Washington.
Ufficialmente per la chiusura dei due maggiori porti libici, Ras Lanuf ed Es Sider, a causa di attacchi armati di gruppi terroristici, nel mese di giugno l’Italia ha infatti importato petrolio statunitense a livelli record, stando a dati resi noti da Thomson Reuters e dall’azienda di shipping intelligence Kpler.
Stando al report, “il flusso riflette la crescente capacità dell’industria petrolifera americana di fungere da fornitore alternativo, quando contenuti conflitti regionali vanno a intaccare gli approvvigionamenti di petrolio degli alleati”.
Lo scorso mese otto navi da trasporto hanno lasciato il Golfo statunitense in direzione Italia portando l’ammontare record di 4,93 milioni di barili di petrolio, circa 165mila barili al giorno per il mese di giugno, stando alla Kpler. E dove ha sede la Kpler, così attenta nel tracciare e sottolineare la nuova dipendenza italiana dal petrolio Usa, figlia legittima di scelte geopolitiche? A Parigi.
Un’escalation, quella della nostra sete di crude statunitense, salita e di parecchio rispetto ai 3,3 milioni di barili di maggio e agli 1,9 milioni di aprile. Stando a calcoli preliminari di Kpler, per il mese di luglio l’ammontare di petrolio Usa portato in Italia via mare sarà stato di circa 2,14 milioni di barili. E i francesi ci hanno tracciato bene, davvero bene.
Sappiamo tutto, anche le date: la NS Artic, vascello noleggiato dalla svizzera Vitol SA e battente bandiera liberiana è partita da Freeport, in Texas, il 30 giugno con a bordo stipati 513mila barili di petrolio ed era attesa in Italia, nel report non viene specificato il porto, il 24 luglio scorso.
Quindi, già a destinazione prima che Giuseppe Conte volasse a Washington a sancire il “contratto”: Commissioni e Parlamento ne erano a conoscenza, vista la strategicità dell’opzione e la permanenza italiana in seno all’Ue?
Ma non basta.
Sappiamo anche che la United Kalarvryta, una nave di proprietà del trader di materie prime svizzero Mercuria e battente bandiera delle Isole Marshall, ha lasciato la costa della Lousiana il mese scorso, sempre diretta nel nostro Paese con a bordo circa 1 milione di barili di petrolio. Così come la Atlantic Explorer, tanker della Chevron Corporation, la quale è partita dal Beaumont Terminal (nel portofolio Phillips 66) in Texas, il principale del Golfo, con a bordo 625mila barili, sempre stando ai dati della Kpler.
E attenzione, perché nulla è stato lasciato al caso o dell’improvvisazione.
C’è della strategia studiata dietro la mossa, per porre in essere la quale il Congresso Usa ha infatti messo mano a un bando sull’export di greggio vecchio di 40 anni già sul finire del 2015 (ancora sotto l’amministrazione Obama), rendendo possibile le esportazioni di petrolio estratto dai basin di scisto in West Texas, Oklahoma e North Dakota sui mercati europeo e asiatico, normalmente dominati da OPEC e Russia.
Il tutto, in un contesto di crescente tensione geopolitica attorno ai choke-points petroliferi maggiori: stretto di Hormuz, dove questa settimana i Pasdaran iraniani hanno inscenato una simulazione di chiusura del passaggio come risposta alle sanzioni Usa e Bab-el-Mandeb, attraverso le guerre proxy contro l’Iran (Yemen in testa) e contro la Cina a Djibouthi, passaggio ultra-strategico dove sia Washington sia Pechino hanno non a caso basi militari di primo livello.
Per Jim Krane, docente in studi energetici alla Rice University del Baker Institute for Public Policy di Houston, “gli Stati Uniti stanno diventando un fornitore stabile di petrolio che può arrivare su mercati che altri non possono raggiungere. Quando vediamo turbolenze in Libia o nell’Africa dell’Ovest, il petrolio dagli Stati Uniti sarà il sostituto del futuro”.
Ora, a parte la consapevolezza di governo e Parlamento rispetto alla chiara presa di posizione di Giuseppe Conte su una tematica di fondamentale importanza come l’approvvigionamento e la sicurezza energetica, come reagiranno i partner europei a questa svolta dichiaratamente filo-statunitense del nostro Paese?
Di più, visto l’aggravarsi del clima fra Washington e Mosca, al netto delle nuove sanzioni minacciate dagli Usa per il caso Skripal e della montante crisi del rublo, come prenderà il nostro principale fornitore energetico questo “atto ostile” del nostro governo, il quale era formalmente nato con le promesse elettoralistiche di Matteo Salvini riguardo la fine delle sanzioni contro Mosca?
Non rischiamo quest’inverno di dover affrontare rubinetti chiusi, parzialmente aperti o prezzi non più tanto favorevoli da parte di Mosca? Basterà il costoso NLG statunitense, il quale deve attraversare un oceano in nave per arrivare a destinazione, a saziare la sete di energia delle nostre aziende?
Anche perché, non più tardi di martedì, La Stampa pubblicava un articolo nel quale il ministro Paolo Savona, non si sa bene a quale titolo, lanciava una sorta di avvertimento-ultimatum alla Bce, dopo l’intervista di Giancarlo Giorgetti al Messaggero con l’auspicio di un prolungamento del Qe: o l’Eurotower garantisce ancora uno scudo dallo spread al nostro debito o dovremo rivolgerci altrove.
L’articolo menzionava la pista russa, come nuovo “acquirente marginale” di Btp, volendo utilizzare il termine scelta da Goldman Sachs nel suo ultimo, allarmante report sulla sostenibilità del nostro debito sovrano nell’era della normalizzazione monetaria, come mostra questo grafico.
Al netto della fantasia al potere, la posizione scelta da Conte e quella auspicata da Savona (e dal ministro Tria, il quale si sarebbe detto pronto a sfruttare le proprie entrature accademiche in Cina al riguardo) non sono vagamente in conflitto, senza scordare la sconfessione del ministro Moavero nei confronti della linea di Matteo Salvini riguardo lo status della Crimea?
Il tutto, sovrastato dal sommo punto interrogativo: Washington manterrà la promessa relativa a Libia e investimenti diretti in Italia?

 

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