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In Libia a dispetto di Macron PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Carrer x La Verità   
Martedì 06 Novembre 2018 00:16


Ma uno dei nostri problemi principali è il fuoco amico

La comunità internazionale punta sulla conferenza per la Libia di Palermo per dare stabilità al Paese nordafricano. Tuttavia, il governo italiano, organizzatore dell’evento del 12 e 13 novembre, deve guardarsi non solo dalle offensive dell’esecutivo francese di Emmanuel Macron ma anche dal fuoco amico. In particolare, quello della Comunità di Sant’Egidio. Il movimento di ispirazione cattolica fondato da Andrea Riccardi, che fu ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione durante il governo di Mario Monti, è intervenuto nel Sud della Libia con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù tra cui tuareg, tebu e arabi. Si legge sul sito della Comunità di Sant’Egidio che è stata rivolta nell’occasione «una richiesta alla Comunità di Sant’Egidio perché ne sostenga gli sforzi di sviluppo e riconciliazione». Un’iniziativa «anticipata» su Il
Fatto Quotidiano il 21 ottobre da Mario Giro, membro di Sant’Egidio e viceministro degli Esteri nei governi Renzi e Gentiloni. Nel suo intervento Giro scrive che «servono molte pressioni sui libici perché cambino mentalità», «senza tale impegno diplomatico la situazione di crisi potrebbe diventare permanente, come in Somalia» e, ancora, che vanno coinvolte non soltanto le autorità di Tripoli e Bengasi, ma anche, tra le altre, quelle di Misurata e le tribù del Fezzan.
Tuttavia, la mossa della Comunità di Sant’Egidio ha infastidito la Farnesina, raccontano a La Verità fonti della diplomazia italiana. Perché in questo momento di tensioni tra Italia e Francia, il nostro governo preferirebbe non doversi mettere al riparo dal fuoco amico, soprattutto se proveniente da una zona, il Sud della Libia, su cui il governo Conte sta intensificando i suoi sforzi dato l’alto tasso di frammentazione. Ma non è tutto. Perché sono noti i buoni rapporti tra la Comunità di Sant’Egidio e Macron che, raccontano fonti diplomatiche, da tempo conta sul movimento di Riccardi proprio per gestire il Fezzan. Di Fezzan si parlò per esempio il 26 giugno, quando il presidente francese incontrò a Palazzo Farnese, a Roma, una delegazione di Sant’Egidio. Pochi giorni prima, esattamente il 18 giugno, il capo delle relazioni internazionali della Comunità, Mauro Garofalo, fece visita al ministero degli Esteri di Parigi e pure all’Eliseo.
Riccardi uscì dall’incontro romano entusiasta, definendo Macron, che aveva incontrato anche papa Francesco, «un uomo molto attento alle ragioni del dialogo». Ma il presidente francese all’epoca cercava di generare un corto circuito nella diplomazia italiana. In quei giorni infatti stava per partire la missione militare italiana a Ghat, nel Fezzan, per rafforzare i presidi di frontiera. A capo della missione il direttore del Dipartimento centrale dell’Immigrazione, Massimo Bontempi. Gli esperti erano incaricati di controllare le zone del traffico di esseri umani, guidate da tribù non in contrasto con il governo tripolino di Fayez Al Serraj ma assai distanti dal generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, l’uomo che può contare sul sostegno di Russia, Stati Uniti, Egitto ed Emirati arabi ma ultimamente sempre più lontano da Parigi.
Il governo di Tripoli però non ha affatto gradito l’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio con le tribù del Fezzan. Diversi media libici, tra cui l’agenzia di stampa nazionale Lana, hanno diffuso un comunicato in cui la Commissione della società civile del governo tripolino condanna «l’organizzazione italiana Sant’Egidio per aver tenuto degli incontri e riunioni in terra libica senza chiedere il permesso alle autorità ufficiali dello Stato libico». La Commissione, ribadendo il sostegno alla conferenza di Palermo organizzata dal governo italiano, si è detta preoccupata per «le attività di Sant’Egidio in Libia con alcune componenti libiche che si svolgono senza alcun permesso legale che le consenta» e ha condannato ciò che viene definito «una violazione delle leggi libiche e internazionali da parte di Sant’Egidio». Infine, ha annuncia il proprio sostegno «a quanto emerso in un comunicato del Comune di Ghat, nel quale si ammoniva qualsiasi personalità straniera dal prendere contatti a livello locale senza passare per il governo di accordo nazionale».
Il governo italiano può contare sulla presenza a Palermo il 12 e il 13 novembre prossimo di Fayez AI Serraj, presidente del governo riconosciuto a livello internazionale con sede a Tripoli, e di Khalifa Haftar, generale in ascesa alla guida dell’Esercizio nazionale libico che controlla la Cirenaica da Bengasi. Diverso è invece il discorso che riguarda la tormentata fascia Sud della Libia, in particolare il Fezzan. La capitale di quest’area è Sebha, dove sono tornate da alcune settimane a farsi sentire le milizie che puntano ai profitti di questa area politicamente fragile ma ricca di petrolio e acqua. Un territorio fondamentale per l’Italia. Basti pensare a quanto dichiarato alcuni giorni fa a La Stampa da Ali Al Saidi, deputato del parlamento di Tobruk vicino al generale Haftar: «Gli interlocutori energetici di Eni sono Bengasi e Sebha, Tripoli è solo una stazione di servizio».
A innervosire ancora di più la Farnesina è il fatto che la mossa della Comunità di Sant’Egidio sia arrivata una settimana prima di quella di Parigi. Giovedì, dopo che il giorno prima il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi aveva incontrato i leader libici a Roma, il suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, ha invitato nella capitale per l’8 novembre, a quattro giorni dall’apertura dei tavoli di Palermo, esponenti di spicco di Misurata, la città che grazie alle sue milizie è una potenza militare dello scenario libico. E ora, con la cancelliera Angela Merkel che ha immediatamente accettato l’invito italiano a Palermo per frenare l’iniziativa francese e le grandi potenze al fianco dell’Italia e del generale Haftar, Macron prova a mettere i bastoni fra le ruote puntando su Misurata e sul Fezzan, oltre che sul cortocircuito nella diplomazia italiana.

 

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