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Se Trump scontenta anche i fratelli maggiori PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Mauri x insideover.com   
Martedì 27 Agosto 2019 00:09


Posta: il Paese governato dai saddamicidi

Dopo quasi due mesi di silenzio adesso il Dipartimento di Stato americano parla chiaro e prende una netta posizione in merito ai continui raid di Israele su suolo iracheno: Tel Aviv sta superando i propri limiti e mettendo a rischio i rapporti tra Washington e Baghdad.
Dopo la serie di bombardamenti del mese scorso, molto probabilmente effettuati con gli F-35I, Israele sta continuando le proprie operazioni per colpire le milizie sciite filoiraniane presenti in Iraq: come riportato da Laura Cianciarelli nelle ultime settimane una serie di attacchi aerei ha colpito depositi munizioni e acquartieramenti dei Mujaheddin del Popolo nei dintorni di Baghdad in almeno due occasioni.
Il 12 agosto un deposito di munizioni nella base militare di Al-Saqr, utilizzato anche dalla polizia irachena è esploso provocando un morto e di 29 feriti. Il 20 agosto quello che, secondo fonti irachene, è stato un bombardamento di mortai, ha colpito un secondo magazzino di munizioni a nord della capitale, nel governatorato di Saladin, già teatro di una delle incursioni di luglio.

Gli Usa hanno perso la pazienza
Washington, che sulle prime aveva minimizzato i raid cercando di farli passare sotto silenzio tanto da attirarsi sospetti sulla loro possibile paternità, ora ha rotto gli indugi e condanna apertamente Israele affermando che non è disposta più a tollerare questo tipo di operazioni in quanto mettono in serio rischio i rapporti tra Washington e Baghdad.
Ad onor del vero lo stesso Iraq ha contribuito inizialmente ad intorbidire le acque intorno ai raid israeliani: il lungo silenzio di Baghdad, durato più di un mese, ha lasciato aperte diverse possibilità tra cui quella che vedeva l’Iraq nuovo alleato regionale di Israele nella sua lotta contro l’Iran.
Il 15 agosto scorso, invece, un provvedimento del Governo iracheno ha fatto trapelare quello che è più di un “fastidio”: Il generale Rasool ha affermato che “le forze di sicurezza prenderanno di mira tutti gli aerei che volano senza l’approvazione del comandante in capo e primo ministro Adel Abdul Mahdi”. Secondo la nuova disposizione, entrata immediatamente in vigore, qualsiasi velivolo intercettato dai radar verrà trattato “come aviazione ostile” qualora non disponga di una precisa autorizzazione.
A spingere la diplomazia Usa a redarguire Tel Aviv sicuramente c’è stata la considerazione del rischio di perdere un alleato fondamentale nel Medio Oriente in funzione anti-iraniana e stabilizzante nelle complesse geometrie politiche nate dalla lotta al sedicente Stato Islamico.
Il rischio che teme la Casa Bianca, infatti, è che Baghdad possa richiedere che gli Stati Uniti ritirino il proprio contingente militare dall’Iraq, un’eventualità lasciata intendere anche dalle recentissime dichiarazioni del governo iracheno in merito alla possibilità di acquisto i sistemi da difesa aerea russi S-400 – già al centro di un lungo contenzioso con la Turchia che ha provocato una seria rottura diplomatica tra Ankara e Washington – in occasione dei colloqui tra l’ambasciatore di Mosca Maksimov ed il presidente Barham Salih.
Da parte israeliana non ci sono state reazioni. Tel Aviv, in modo affatto inaspettato, mantiene il silenzio – per ora. Del resto i rapporti con gli Stati Uniti di Trump sono molto diversi rispetto a quelli che intercorrevano con Obama: l’uscita unilaterale degli Usa dal Jcpoa, il trattato sul nucleare iraniano voluto dall’Europa e dell’amministrazione americana precedente, è stato accolto come la provvidenziale manna dal cielo da Netanyahu che ha sempre avversato l’accordo sostenendo che non eliminasse la minaccia atomica di Teheran.
Il presidente Trump poi, è bene ricordarlo, ha compiuto un passo considerato epocale per Israele: ha riconosciuto implicitamente Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico spostandovi la sede diplomatica.

L’abilità di Trump ha messo Israele in difficoltà
Il presidente Trump sembra aver preparato bene il terreno per la propria politica estera assicurandosi tutti gli appoggi regionali del caso. In particolare ha messo “all’angolo” Israele proprio attraverso alcune abili mosse diplomatiche che hanno riportato in auge l’amicizia tra i due Paesi e che ha permesso, oggi, di alzare la voce sui raid in Iraq senza che – per il momento – Tel Aviv risponda in modo seccato come in passato.
Questo però mette Israele in difficoltà abbandonandolo ad un dilemma di non facile risoluzione come riportano alcuni analisti su Haaretz: assecondare la presa di posizione americana potrebbe mettere a rischio la propria lotta all’Iran e alla sua penetrazione in Libano, Siria ed Iraq qualora un domani gli Stati Uniti decidano di rientrare nell’accordo nucleare a ridosso delle prossime elezioni presidenziali americane.
Allo stesso tempo l’Iran, vista l’indecisione americana a ricorrere all’uso della forza militare, potrebbe decidere a sua volta di stracciare il Jcpoa e ridare fiato al programma di armamento atomico, eventualità che costringerebbe Israele all’unica azione possibile per scongiurare la minaccia di un possibile first strike di Teheran: un attacco preventivo sulle installazioni nucleari note.
Questo gioco però potrebbe essere pericoloso e condurre Israele ad affidarsi a Mosca e alla sua influenza sull’Iran per fare in modo che limiti il proprio appoggio alle milizie sciite in Iraq, anche in considerazione del fatto che è precisa volontà irachena quella di ricondurre tutte le milizie che stanno combattendo l’Is sotto il controllo diretto del governo di Baghdad.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Agosto 2019 17:35
 

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