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Scritto da huffingtonpost.it   
Venerdì 30 Agosto 2019 00:19


Gaza: Tel Aviv sponsorizza gli djihadisti


Gaza, Hamas dichiara lo stato di emergenza. Stavolta, però, non è per la minaccia israeliana, ma per la sfida mortale targata Isis. Nella notte di martedì due checkpoint a Gaza City, la città principale della Striscia, hanno subito attacchi suicidi attribuiti a gruppi vicini all’Isis, secondo la ricostruzione della Bbc, ripresa dai media israeliani: tre poliziotti palestinesi sono rimasti uccisi e diverse persone sono state ferite. Il ministero degli Interni di Gaza, ha spiegato che la prima esplosione è avvenuta nei pressi di un posto di blocco a sud della città, all’incrocio Dahdouh, e ha ucciso tre agenti. Una seconda deflagrazione si è verificata pochi minuti dopo a ovest di Gaza City. La Bbc spiega che, dopo gli attacchi suicidi, è stato proclamato lo stato di emergenza a Gaza e per le strade della città il ministero dell’Interno ha schierato centinaia di poliziotti e militari In un comunicato, il ministero dell’Interno di Gaza ha detto che le forze di sicurezza “sono riuscite a individuare i particolari di questo immane crimine e gli autori e proseguono le indagini per scoprire tutti i dettagli che saranno resi noti in un momento successivo”. Secondo il corrispondente da Gaza di al-Jazeera le “informazioni che saranno rivelate nelle prossime ore hanno confermato che due attentatori suicidi hanno causato le esplosioni che hanno preso di mira le postazioni della polizia”.

Il capo della fazione islamica che governa Gaza, Ismail Haniyeh, sul sito del gruppo ha assicurato che “i servizi di sicurezza prenderanno i responsabili”. L’esercito israeliano ha smentito il proprio coinvolgimento nelle esplosioni. Gli attacchi seguono una recente operazione condotta da Hamas contro i militanti legati allo Stato islamico. Secondo quanto riportato dall’agenzia palestinese Shehab, vicina ad Hamas, il portavoce del movimento Fawzi Barhoum ha parlato di un tentativo di colpire la stabilità e la sicurezza dei cittadini. Concetto che il portavoce di Hamas ribadisce e sviluppa con HuffPost: “La nostra resistenza – afferma – è contro l’occupante israeliano e per la liberazione della Palestina. I criminali che si sono macchiati del sangue di tre martiri hanno altri obiettivi, ma non riusciranno nel loro intento, saranno stroncati”. Nel pomeriggio, il portavoce del ministero dell’Interno del governo di Hamas, Eyad Al-Bozom, ha annunciato che diverse persone sospettate di essere coinvolte nelle esplosioni sono state arrestate “Le mani peccaminose che hanno commesso questo crimine non sfuggiranno alla punizione”, ha detto Bozom. La Jihad islamica palestinese a Gaza ha dichiarato che “sosteniamo la polizia e i servizi di sicurezza nella loro battaglia contro i tentativi malvagi di ferirci dall’interno e condanniamo duramente le esplosioni criminali contro i posti di blocco della polizia”, aggiungendo che il principale beneficiario delle esplosioni è “l’entità sionista” senza però accusare esplicitamente Israele dell’attacco. Bandiere nere su Gaza.

Un recente rapporto di Shin Bet (il servizio di sicurezza interno israeliano), trova conferma in ambienti palestinesi vicini al presidente dell’Anp Mahmoud Abbas (Abu Mazen): fonti palestinesi danno conto di una crescente penetrazione salafita non solo nella Striscia ma anche in Cisgiordania, delineando un processo di smottamento di interi comparti di Ezzedin al Qassam, il braccio armato di Hamas, e della Jihad islamica palestinese verso il Daesh. Sulla pericolosità della nuova minaccia jihadista c’è assoluta convergenza di vedute tra l’intelligence di Tel Aviv e gli analisti palestinesi. A variare sono le dimensioni del fenomeno di proselitismo pro-Isis in Palestina. Per i servizi segreti interni di Israele, i miliziani Isis operanti nella sola Striscia di Gaza sarebbero almeno 600, fonti vicine a Fatah della al-Azhar University di Gaza li quantificano in 4000-5000 membri, suddivisi in 350 cellule che rispondono ad un comando unificato. Sono loro la spina nel fianco di Hamas, i veri competitori per la leadership della “Resistenza” al “nemico sionista”. Tra i gruppi più attivi, confluiti nelle fila del’Is-Palestina, c’è Tawhid wa al-Jihad (Monoteismo e Jihad), che ha rivendicato l’uccisione (15 aprile 2011) del cooperante e attivista per i diritti umani italiano Vittorio Arrigoni. Una delle roccaforti dell’Is-Palestina è Rafah, nella parte meridionale della Striscia, da sempre culla dell’estremismo radicale armato palestinese. Qui, nei cinquanta giorni della Terza guerra di Gaza, sono comparsi i primi ritratti di al-Baghdadi. E sempre a Rafah, nella moschea Ibn-Taymiyah, cinque anni fa prese la parola Abdul-Latif Moussa, meglio conosciuto nel mondo jihadista come Abu al-Noor. A fagli da cordone di sicurezza, vestiti di nero, c’erano mujahiddin armati appartenenti a Jund Ansar Allah (Soldati dei Seguaci di Dio). Egli annunciò la creazione di “Al-Imarat al-Islamiyah fi Aknaf Beytul Maqdas”, altrimenti noto come “Emirato Islamico a Gerusalemme”, del quale si dichiarò il primo emiro.

Cinque anni dopo, il testimone passa ad un “Califfo” molto più potente e agguerrito. E che il supporto all’Isis sia in crescita tra gli abitanti di Gaza, soprattutto tra i giovani, è evidente dai messaggi di sostegno apparsi su Twitter e YouTube, e nei social forum. E una rete attiva pro-Isis agisce anche nelle carceri proprio per reclutare giovani palestinesi senza speranza, senza futuro, che non si riconoscono più nelle organizzazioni tradizionali palestinesi e che hanno come fine la vendetta piuttosto che la realizzazione di un progetto politico-terroristico. L’Is recluta tra i giovani protagonisti dell’”Intifada dei coltelli”: “La cifra di questi atti di ribellione è la disperazione, è la frustrazione che anima migliaia di giovani costretti a sopravvivere circondati da Muri o imprigionati a Gaza”, annota Hanan Ashrawi, più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, paladina dei diritti umani nei Territori, sostenitrice della protesta non violenta e della disobbedienza civile. “Quando la diplomazia internazionale rinuncia ad agire, quando viene meno ogni prospettiva di dialogo, quando a Gerusalemme Est prosegue la “pulizia etnica” della popolazione araba, allora – aggiunge Ashrawi – ciò che resta è solo un desiderio di vendetta. È tragico, ma è così”. E l’Isis, più di Hamas, può intercettare questo “desiderio” di morte. I giovani pronti a farsi strumento di morte sono i figli del disincanto, della perdita di speranza in un futuro “normale” - riflette, Sari Nusseibeh, il più autorevole intellettuale palestinese, già rettore dell’Università al Quds di Gerusalemme Est. “Di Israele hanno conosciuto solo le barriere di filo spinato, i check point che spezzano in mille frammenti la Cisgiordania. Alcuni guardano con interesse verso il Daesh . Ma i più – conclude Nusseibeh - sono animati da un misto di rabbia e di delusione. Avrebbero bisogno di un progetto in cui credere, di segnali concreti che dicano loro che un’altra via è percorribile. Ma tutto ciò è lontano dal manifestarsi”. E allora a manifestarsi è il “ Califfo”. “La Palestina non sarà la vostra terra né la vostra casa ma il vostro cimitero”. Con queste parole Abu Bakr al-Baghdadi aveva minacciato Israele in un messaggio audio diffuso in rete il 26 dicembre 2015. “Gli ebrei pensavano che avessimo dimenticato la Palestina e pensavano di essere riusciti a distrarre la nostra attenzione – aveva aggiunto al-Baghdadi -. Assolutamente no, non abbiamo dimenticato la Palestina nemmeno per un momento e con l’aiuto di Allah non la dimenticheremo.

Presto, molto presto, avvertirete la presenza dei combattenti della Jihad”. Il malessere sociale si accompagna alla frustrazione per una pace che non c’è, dando vita ad una miscela esplosiva che né Fatah né Hamas riuscirebbero, da soli, a disinnescare. Il rischio sempre più incombente è che a orientare le giovani generazioni palestinesi, cresciute all’ombra del Muro in Cisgiordania, o sotto l’embargo totale a Gaza, possano essere i gruppi salafiti o le cellule dell’Isis nella West Bank e nella Striscia. D’altro canto, al di là dei roboanti proclami per uso interno, ed elettorale, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sa bene che a Israele non conviene una implosione di Gaza. Perché ciò aprirebbe il campo a qualcosa di ancora peggiore, per lo Stato ebraico, di Hamas: l’affermarsi nella Striscia dei gruppi radicali salafiti, quelli legati all’Isis e, in particolare, alla sua filiera che agisce nel Sinai, la cui distruzione è interesse comune al Cairo come a Gerusalemme. La dirigenza israeliana sa bene, grazie a dettagliati rapporti dei servizi d’intelligence, che una disfatta totale di Hamas non consegnerebbe il controllo della Striscia alle forze di Abu Mazen, ma Gaza diventerebbe terra di nessuno, in balia del caos armato e possibile trincea avanzata di una Jihad globale. In questa ottica, Hamas resta il “male minore” , da contrastare certo ma senza l’affondo finale . La “road map della tregua”, o comunque una guerra a bassa intensità, viste da Israele, servono anche, soprattutto a questo: evitare che su Gaza sia issata la bandiera nera del “Califfato” islamico.

 

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