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Scritto da insiderover.com   
Venerdì 30 Agosto 2019 00:23


Emirati e Arabia Saudita

Da tempo, Mohammed bin Zayed – principe ereditario di Abu Dhabi e leader de facto degli Emirati Arabi Uniti – si contraddistingue per essere uno dei principali sostenitori della linea anti-iraniana adottata da Trump, nonché un alleato chiave dell’Arabia Saudita nella lotta contro Teheran – soprattutto nella guerra civile yemenita -.Ma nell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita in merito alla guerra in Yemen e con Washington in riferimento all’Iran. L’escalation delle tensioni nel Golfo Persico ha preoccupato gli Emirati che, pur intenzionati a mantenere salde le alleanze regionali e internazionali – in particolare quella con gli Stati Uniti -, hanno avviato una nuova strategia nella regione, necessaria per non trasformarsi in un teatro della guerra tra Washington e Teheran, salvaguardando così i propri interessi nazionali.
Al netto degli aggiustamenti, gli obiettivi di fondo degli Emirati rimarrebbero gli stessi: ridimensionare l’Iran e vincere gli Houthi in Yemen. A cambiare sarebbero i metodi per realizzarli, alla luce di due fatti sopravvenuti: la decisione del Congresso americano di porre fine al coinvolgimento statunitense nella guerra dello Yemen – nonostante il veto posto da Trump – e le crescenti minacce provenienti dall’Iran.

Una nuova strategia
Parte di questa nuova strategia emiratina sarebbe evitare uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, offrendosi come mediatori nelle tensioni che stanno infiammando il Golfo Persico. Nel luglio scorso, gli Emirati hanno inviato una delegazione a Teheran per discutere della sicurezza marittima a livello regionale e internazionale.
Non solo: a differenza di Stati Uniti e Arabia Saudita, Abu Dhabi non ha accusato direttamente l’Iran di essere responsabile degli incidenti che, nel mese di giugno, hanno colpito alcune petroliere a largo del Paese del Golfo, spingendo invece per ridurre le tensioni attraverso una soluzione diplomatica.
Altro aspetto fondamentale è la riduzione della presenza militare emiratina in Yemen. Nel luglio scorso, Abu Dhabi aveva ritirato alcune truppe dal governatorato di Aden – situato nel sud del Paese – e dalla zona costiera. Tra le motivazioni vi sono certamente lo scetticismo internazionale di fronte alla violenza alla quale sono ricorse entrambe le parti nella guerra in Yemen e che hanno causato numerose vittime civili e la necessità di riunire le truppe in caso dello scoppio di una guerra nella regione.
Qui, la strategia degli Emirati è ben chiara. L’obiettivo in Yemen rimane lo stesso e viene realizzato grazie alla presenza dei proxy emiratini – Security Belt Forces e Consiglio di Transizione del Sud –privilegiando tuttavia all’intervento diretto le vie diplomatiche, che richiedono meno risorse economico-militari e accrescono la reputazione all’interno della comunità internazionale.
Anche con Israele sta cambiando qualcosa. Formalmente, Israele ed Emirati Arabi Uniti non hanno relazioni diplomatiche; negli ultimi anni, tuttavia, i due Paesi stanno stringendo sempre più i legami, guidati dalla comune preoccupazione in merito all’Iran.
Nel luglio scorso, il ministro degli Esteri israeliano, Yisrael Katz, si è recato in visita nel Paese del Golfo; giovedì scorso, il Wall Street Journal ha svelato che, negli ultimi mesi, gli Stati Uniti avrebbero organizzato una serie di incontri segreti tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele per rafforzare la cooperazione diplomatica, militare e di intelligence in funzione antiraniana.
Secondo un’indagine recente, nell’ultimo decennio, gli Emirati avrebbero lavorato per concludere un accordo da 846 milioni di dollari con imprenditori israeliani mirato ad acquistare i cosiddetti “aerei spia” da Israele con lo scopo di monitorare le azioni di Teheran.

Le ragioni del cambiamento
Sarebbero almeno tre le ragioni che avrebbero spinto gli Emirati a rivedere la strategia regionale, secondo Yoel Guzansky, senior researcher presso l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv.
Anzitutto, Abu Dhabi si trova nella necessità di uscire dalla guerra civile yemenita, che si sta rivelando una perdita di risorse e che rischia di lasciare una macchia indelebile sulla reputazione del Paese, soprattutto agli occhi degli Stati Uniti.
Inoltre, gli Emirati hanno necessità di concentrare gli sforzi diplomatici e militari sull’Iran, con il duplice obiettivo di garantire la sicurezza del Golfo e rassicurare gli investitori stranieri, sui quali Abu Dhabi conta molto.
Infine,  secondo Guzanski, Donald Trump si sarebbe dimostrato un alleato instabile per gli attori mediorientali, più intento a perseguire gli interessi di politica interna che a occuparsi degli alleati, anche in materia di sicurezza. Il cambio di postura, dunque, sarebbe dovuto alla consapevolezza che gli Usa non sarebbero più l’affidabile garante della sicurezza che erano un tempo e al bisogno del Paese del Golfo di garantire autonomamente i propri interessi economici.

 

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