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Polonia come obiettivo PDF Stampa E-mail
Scritto da insiderover.com   
Venerdì 04 Ottobre 2019 00:14


Nello specifico degli jihadisti, ma non solo di loro

La Polonia, l’ultimo bastione del cattolicesimo europeo e cuore pulsante della cosiddetta rivoluzione populista che sta investendo l’Occidente, si scopre improvvisamente esposta alle minacce del terrorismo islamista e della radicalizzazione religiosa della piccola comunità musulmana. Le operazioni degli anni recenti sembrano confermare che il Paese sia un sito d’interesse per i jihadisti di tutta Europa, poiché perfettamente localizzato tra Scandinavia, Europa occidentale, mondo russo e Balcani.
Da Varsavia a Damasco
Nella giornata del 25 agosto il tribunale distrettuale di Lodz ha condannato a quattro anni di carcere Dawid L., un cittadino polacco, con l’accusa di aver combattuto in Siria contro Bashar al-Assad nelle fila dell’Harakat Fajr ash-Sham al-Islamiya, un’organizzazione terroristica vicina all’Alleanza Islamica e ai ribelli islamisti di Jabhat al Nusra.
Il terrorista aveva raggiunto la Turchia nel 2014 dopo essersi convertito all’islam radicale in seguito ad una relazione sentimentale con una connazionale, anch’ella una convertita, ed era poi stato fermato dalle autorità norvegesi al ritorno in Europa. Era stato espulso in Polonia e sottoposto ad una rigida sorveglianza da parte dei servizi segreti interni e, quindi, arrestato perché in procinto di preparare un attentato sul territorio nazionale.
Questo è solo l’ultimo caso in ordine di tempo di polacchi che hanno giurato fedeltà alla causa jihadista. Fra il 2015 e il 2016 delle operazioni antiterrorismo hanno fatto luce sulla realtà islamista del Paese, scoprendo quanto sia ben connessa a livello internazionale e il ruolo da essa giocato nel contesto euroasiatico.
Nel settembre 2016 i servizi segreti polacchi hanno arrestato due cittadini marocchini a Rybnik, nella Slesia, con un passato fortemente sospetto alle spalle. Uno dei due, Mourad T.,  era giunto in Polonia dopo aver attraversato i Balcani con un’identità falsa – quella di un richiedente asilo siriano minorenne – poi legalizzata dalle autorità austriache. A nuova identità ufficialmente confermata, l’uomo si era spostato in Polonia, ma una soffiata proveniente dai servizi segreti di un Paese dell’Europa occidentale agli omologhi di Varsavia aveva permesso di risalire alle sue reali origini e ai suoi contatti con le principali organizzazioni jihadiste presenti nel continente, fra cui lo Stato Islamico.
L’altro marocchino, Abdelhamid Abaaoud, era invece ricercato perché accusato di essere il pianificatore della strage del Bataclan.
Ma il caso più celebre è quello di Jakub Jakus, un giovane proveniente da una famiglia cattolica praticante di Lublino. Dopo aver iniziato un percorso di conversione all’islam, il giovane si era radicalizzato ed era emigrato in Norvegia, dove sarebbe entrato a far parte dell’organizzazione Profetens Ummah. Proprio attraverso quest’ultima, il giovane avrebbe ultimato il processo di radicalizzazione religiosa e trovato un modo di raggiungere la Siria per arruolarsi nell’esercito di Abu Bakr al Baghdadi.
Il mandato di cattura emesso dalle autorità polacche si è rivelato inutile: a inizio 2017 lo Stato islamico ha annunciato il decesso del combattente “al-Polandi” sul campo di battaglia di Aleppo.

La questione cecena
Da alcuni anni la Polonia è interessata da una piccola ondata migratoria di richiedenti asilo provenienti dalla Cecenia, la repubblica federale russa al centro di un’insurgenza islamista quasi trentennale. Solo nel 2016 sono state accolte circa 7mila domande. Si è, così, venuta a formare una piccola comunità che, però, vive nell’emarginazione sociale e per la quale non sono stati elaborati piani di integrazione: un terreno fertile per la nascita di zone grigie in cui proliferano criminalità e radicalizzazione.
Nel maggio 2015 a Byalistok sono stati arrestati tre cittadini russi di etnia cecena con l’accusa di far parte dell’Emirato del Caucaso, una delle più importanti entità terroristiche del panorama islamista russo. I tre si occupavano di attività di supporto logistico e finanziamento e nel 2018 sono stati condannati per tali reati.
Nello stesso anno, un altro cittadino russo di origine cecena è stato arrestato dai servizi segreti con l’accusa di essere un membro dello Stato Islamico, per conto del quale reclutava musulmani interessati a partire nei teatri di guerra del Medio oriente. Nell’ambito della stessa operazione sono stati espulsi dei residenti stranieri, in un numero non specificato, che erano in contatto con l’uomo ed erano impegnati in attività di radicalizzazione.
Nel 2017, un altro cittadino russo di etnia cecena era stato arrestato con l’accusa di aver combattuto in Siria fra il 2013 e il 2014. Durante la perquisizione domiciliare le autorità avevano sequestrato un fucile automatico il cui possesso non era stato denunciato.
In un altro caso, invece, una cittadina polacca, ribattezzata “la sposa dell’Isis”, dopo aver conosciuto un ceceno legalmente residente nel Paese, si è convertita all’islam ed è partita con lui alla volta della Siria. La sua storia ha attirato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, perché è stata intervistata dalla giornalista Sarah el-Debb.
Dei circa 40 combattenti stranieri partiti dalla Polonia per arruolarsi nello Stato Islamico, le autorità di Varsavia hanno appurato che, convertiti a parte, il gruppo più consistente è formato proprio dai ceceni. Nel tentativo di ridurre l’esposizione del Paese al rischio di attentati, è stata implementata una strategia basata su prevenzione e deterrenza, ossia: forte riduzione delle richieste d’asilo accolte, ed espulsione in Russia di coloro sospettati o formalmente condannati per attività terroristiche.

Un sottobosco nascosto in fermento
Secondo la Fondazione Jamestown il numero dei combattenti stranieri polacchi nel Daesh potrebbe essere di gran lunga superiore ai 40 ufficialmente stimati, e il ruolo del Paese all’interno della galassia jihadista globale dovrebbe esser maggiormente approfondito, in quanto i casi di radicalizzazione avvenuti all’interno dei confini polacchi, in città relativamente piccole e credute immuni all’esposizione a infiltrazioni terroristiche, hanno dimostrato l’esistenza di connessioni pericolose, ed ignorate, tra i centri culturali e le moschee polacche e le principali organizzazioni dell’estremismo sunnita e del salafismo mondiali.
Nel Paese non agiscono soltanto cellule coinvolte in attività di raccolta fondi e di supporto ai terroristi in transito per raggiungere altre parti d’Europa, ma anche entità impegnate in proselitismo e radicalizzazione capaci di raggiungere centri abitati lontani dalle grandi metropoli e convertire giovani polacchi provenienti da contesti socio-economici elevati e, perciò, del tutto differenti a quelli solitamente accostati al profilo del “jihadista medio”, ossia vittima di emarginazione, in crisi di identità, pieno di rancore nei confronti della società, scarsamente scolarizzato.
Un punto molto importante su cui riflettere è la possibile connessione fra l’aumento dei processi di radicalizzazione e l’incremento dell’influenza dell’Arabia Saudita e dei Fratelli Musulmani nel Paese, che insieme finanziano la maggior parte delle moschee, dei centri culturali e delle organizzazioni attive. La loro presenza sta contribuendo a creare frizioni all’interno del mondo islamico fra i tatari e il blocco recentemente formatosi di convertiti, ceceni e arabi; dal momento che i secondi accusano i primi di scorrette interpretazioni ed eccessiva polonizzazione.
L’allarme terroristico resta comunque a livelli bassi, dal momento che la comunità islamica nazionale è numericamente insignificante e le autorità stanno monitorando rigidamente il sottobosco jihadista emerso con l’affermazione dello Stato Islamico e hanno dimostrato grandi capacità di reazione.

 

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