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Piccola guerra mondiale PDF Stampa E-mail
Scritto da insiderover.com   
Mercoledì 09 Ottobre 2019 00:29


Tra potenze per procura

Mohammad bin Salman non ha mai fatto mistero di ritenere l’Iran il rivale esistenziale della sua Arabia Saudita, di cui è principe ereditario e leader politico incontrastato. Il giovane rampollo di casa Saud ha sempre puntato sulla contrapposizione con Teheran per rafforzare la sua presa sulla strategia politica del Regno, sviluppare in maniera coerente un disegno di politica estera che puntasse sul rinnovo dell’asse con Washington e rendere più sicura la posizione di Riad nell’agone mediorientale. Ove l’Iran è asceso come principale rivale strategico e, dopo la firma dell’accordo Jcpoa del 2015, competitore energetico in prospettiva.
Mbs punta tutte le sue carte sul contenimento dell’Iran e non esita ad alzare i toni, specie dopo la recente crisi petrolifera che ha coinvolto il suo Paese a seguito dell’attacco ai due impianti di raffinazione del Regno avvenuti due settimane fa, che hanno dimostrato le criticità dell’Arabia Saudita e del suo colosso energetico, Aramco. I Saud, assieme agli Usa, accusano Teheran di essere dietro l’azione, mentre oltre il confine yemenita i ribelle Houti hanno rivendicato l’attacco, mettendo a rischio la credibilità dell’azione saudita nel locale conflitto civile che ha proprio in Mbs il principale sostenitore.
In un’intervista alla Cbs Mohammad bin Salman ha alzato ulteriormente la posta, gettando un guanto di sfida alla Repubblica islamica, puntando il dito contro gli ayatollah e sventolando lo spauracchio per eccellenza: un’ascesa incontrollabile del prezzo del petrolio in seguito a una crisi nello stretto di Hormuz che mettesse a repentaglio le forniture di greggio del Golfo Persico. “Se il mondo non agirà in modo forte e fermo per impedire all’Iran (di compiere altri attacchi, ndr) ci sarà un’ulteriore escalation che minaccerà gli interessi mondiali”. Il sostegno di Mbs a una reazione “forte e ferma” implica che casa Saud ritiene praticabile, anche in assenza di un accertamento di eventuali responsabilità di Teheran, una politica di massima pressione verso Teheran, specie ora che tra Iraq e Siria la situazione va stabilizzandosi e gli ayatollah possono orientare sullo Yemen la loro iniziativa strategica. Il principe è speranzoso che un conflitto militare possa essere evitato, e ne ha ben donde dal suo punto di vista: la regione mediorientale e il Golfo in particolare rappresentano un punto di transito per il 30% delle forniture di petrolio e il 20% del commercio mondiale, e un conflitto in quell’area imporrebbe uno sconvolgimento enorme a tutta l’economia planetaria.

Secondo Mbs le politiche iraniane rinfocolano la tensione nella regione e possono condurre a un drastico aumento del prezzo del petrolio sui listini internazionali. Il Financial Times usa a tal proposito l’indicativa espressione skyrocketing per dare un’idea dell’impennata temuta da Mbs.
A dire la verità, il mercato petrolifero mondiale ha dato prova di resilienza, specie per l’elevato volume delle scorte dei grandi importatori e consumatori (come Cina e India), e la gamma di ipotesi su quali politiche iraniane sarebbero pericolose è ampia tanto quanto le parole del principe sono vaghe. In assenza di un conflitto conclamato, l’Iran non ha la possibilità di chiudere militarmente gli stretti, nè l’Arabia Saudita di portare al massimo la pressione geopolitica ed economica su Teheran senza l’appoggio di Paesi come Usa o Israele. L’intervista di Mbs appare un grande diversivo dell’attenzione dai disastri del suo Paese in Yemen: dare la colpa all’Iran di una Caporetto strategica come la beffa degli Houti aiuta ad autoassolversi per anni di errori e sottovalutazione dell’avversario nel tormentato Paese della penisola araba. Se fosse confermata la notizia, negata dai Saud, di un recente raid in forze oltre confine degli Houti che avrebbe travolto tre brigate saudite e portato alla cattura di migliaia di prigionieri Mbs avrebbe ancora più problemi nell’elaborazione della strategia. Il principe invita a guardare il dito (Iran) e non la luna (i disastri in Yemen). Ma giorno dopo giorno appare sempre più difficile distogliere l’attenzione.

 

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