La guerra del gas Stampa
Scritto da ilsole24ore   
Giovedì 14 Novembre 2019 00:10


Ma Nicosia lo ha già venduto a Israele

Non tutti se lo ricordano, ma nell’Unione Europea c’è ancora un muro che divide una capitale, quello di Nicosia a Cipro, con la parte a nord abitata dai turchi divisa dal 1974 da quella del sud, europea, dove si parla greco, area che fa parte dell’Ue dal 2004. In centro, in mezzo ai tanti ristoranti, passare a piedi il confine è suggestivo, ricorda cortine di ferro dimenticate, ma mette a disagio, è evidenza di quanto sia vicina a noi, la complessità del Medio Oriente. Guardie, tante, nella parte greca e altrettante nella parte turca, con disinteressato automatismo fotocopiano la carta d’identità, perché non è necessario il passaporto.
Dopo pochi passi, si capisce che le cose vanno peggio in Turchia. La strada del bazar non è illuminata, nonostante sia una delle più importanti, perché qui l’illuminazione pubblica non se la possono permettere. Al ristorante, salta subito all’occhio i tanti giovani, magari già sposati con bambini, che ci sono in giro, una popolazione numerosa che ha grande voglia di crescere e di stare meglio.

I consumi di energia pro capite della Turchia sono quasi la metà di quelli europei e i tassi di crescita assomigliano a quelli del Pil, oltre il 3% all’anno. Per questo sta costruendo cinque grandi centrali a carbone, che si aggiungeranno alle altre 11 in funzione, mentre nel 2023 arriverà il primo impianto nucleare, in costruzione a Akkuyu sulla costa Mediterranea, 100 chilometri di fronte alla nostra Cipro.
Altre quattro ne seguiranno, tutte costruite dalla russa Rosatom, per commesse da oltre 20 miliardi di dollari. Ovviamente, come nel resto del mondo, ci sono molte pale eoliche, ma l’infrastrutturazione si fa solo con i grandi impianti.
Non è una metafora, almeno nell’energia, che la Turchia sia la porta del Medio Oriente, dove si concentra oltre il 50% delle riserve di gas e petrolio, le due fonti che rappresentano il 58% della domanda globale di energia.

Dalla Turchia passa il grande oleodotto che parte da Kirkuk, in Iraq, dove si trova uno dei bacini petroliferi più ricchi al mondo, con costi di estrazione di circa 1 dollaro per barile.
Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 ha finanziato molte attività, anche quelle militari contro l’Isis, dei Kurdi. Sbocca al terminale di Ceyhan sul Mediterraneo e porta circa 25 milioni di tonnellate all’anno di petrolio che finiscono nelle raffinerie italiane e del resto d’Europa. Ancora più importante è il flusso via nave che passa sotto il ponte del Bosforo a Istanbul, 150 milioni di tonnellate all’anno di prodotti petroliferi e di greggio, provenienti dal Kazakistan, dall’Azerbaijan e dalla Russia; volume pari al 23% dei consumi dell’intera Europa dove è diretto. Finalmente nel 2020 verrà completato il grande gasdotto TAP che sbarca a Melendugno, nella nostra Puglia e che ci collegherà, dopo 4 mila chilometri, di cui 2 mila in Turchia, con l’Azerbaijan. Porterà gas dai grandi depositi del Caspio e sarà essenziale nel ridurre la nostra alta dipendenza dalla Russia. A 30 anni dal crollo del muro di Berlino, è l’unica infrastruttura strategica, il Corridoio Sud, realizzata finora per diversificare ad Oriente.

Dopo il fracking americano e la rivoluzione delle rinnovabili, una delle rotture più importanti dell’energia negli ultimi anni sono le grandi scoperte di gas naturale fatte nel Mediterraneo dell’est, sotto Cipro, di fronte ad Israele e all’Egitto, dove, milioni di anni fa, arrivavano i sedimenti del Nilo.
Gli italiani, per tradizione, vicinanza e capacità, sono i protagonisti, rispettati e corteggiati da tutti i governi per averli nei loro progetti. Si, perché l’energia da queste parti si fa ancora con l’intervento degli Stati. Non stupisce pertanto che la Turchia abbia preso a trivellare in cerca di gas in acque contese, nella parte che tutto il mondo, tranne i turchi, considera cipriota, dell’Unione Europea.
Questa, tuttavia, è più interessata al cambiamento climatico e si arrovella su come abbandonare il gas e il petrolio, fonti che contano ancora per il 62% della sua domanda di energia e di cui avremo ancora molto bisogno. Caso mai le venisse qualche velleità di pacificare il Medio Oriente, quello dell’energia sarebbe un ottimo argomento da cui partire.