Ma Trump fa il duro solo con noi europei? Stampa
Scritto da insideover.com   
Lunedì 17 Febbraio 2020 00:30


Ovunque sembra patteggiare la ritirata


Colpo di scena dell’amministrazione Trump in Afghanistan. Secondo fonti attendibili della Cnn e del New York Times, gli Stati Uniti e i Talebani sarebbero vicini a un accordo che potrebbe porre fine alla più lunga guerra americana all’estero. La notizia era già nell’aria quando martedì scorso il presidente afgano Ashraf Ghani aveva accennato a notevoli miglioramenti nelle trattative fra le due parti che si erano interrotte bruscamente lo scorso settembre con un clamoroso dietrofront di Trump che aveva dichiarato “morto” il processo di pace.

Cosa chiedono gli Usa
Nelle indiscrezioni trapelate attraverso il New York Times, gli Stati Uniti chiederebbero che nella settimana che precede la firma di un accordo si verifichi una riduzione significativa e prolungata delle ostilità, una sorta di cessate- il- fuoco. La riduzione è vista come una prova della capacità di tutte le parti di controllare i propri ranghi e di evitare gli scontri al fuoco in un conflitto complesso che si mescola sempre più con faide locali e rivalità regionali. Una sorta di canovaccio sul quale poi scrivere il cessate- il- fuoco definitivo. Se le parti riusciranno a osservare un periodo di ostilità ridotta, i prossimi passi dell’accordo prevedono prima una firma formale tra gli Stati Uniti e i talebani, a seguire un programma per il ritiro graduale delle rimanenti truppe americane, poi l’inizio dei negoziati tra talebani e leader afgani sul futuro politico del Paese.
Da più parti gli osservatori internazionali hanno immediatamente contestato l’entità dell’accordo: perché la richiesta di una riduzione e non un vero cessate-il-fuoco old style? La maggior parte dei negoziati è avvenuta nello scorso anno, uno dei più violenti mai registrati. Escluso dai colloqui, il governo afgano ha chiesto più volte che gli americani spingessero per un cessate il fuoco, ma i negoziatori hanno cercato di avvicinarsi il più possibile a questo risultato senza usare il termine in maniera esplicita per non pregiudicare il negoziato con la controparte e per testare il controllo reale sul territorio in una prova generale di smobilitazione step by step. I talebani hanno ora accettato di non attaccare centri abitati, autostrade e istituzioni governative, con alcune eccezioni (ecco perché non è un cessate il fuoco completo): ad esempio, hanno mantenuto il diritto di attaccare, se credono, i convogli governativi in transito per rifornire aree altrimenti fuori dalla loro portata.

Un accordo entro febbraio?
Il presidente Trump ha dichiarato alcune ore fa alla Reuters che crede che ci sia una “buona possibilità” che gli Stati Uniti raggiungano un accordo con i talebani entro la fine di febbraio. “Penso che siamo molto vicini”, ha detto Trump in un podcast trasmesso su iHeart Radio quando gli è stato chiesto se fosse stato raggiunto un accordo provvisorio. “Penso che ci siano buone probabilità che avremo un accordo … Lo sapremo nelle prossime due settimane”. In precedenza, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha affermato che i colloqui avevano raggiunto “una svolta piuttosto importante”. Il segretario alla Difesa Mark Esper ha confermato, invece, che le parti hanno negoziato una proposta riduzione di sette giorni della violenza che alcuni legislatori hanno visto come una prova del controllo da parte della leadership talebana sui suoi combattenti. Una mossa che spianerebbe la strada al ritiro dall’Afghanistan di circa 13mila truppe statunitensi e migliaia di altro personale Nato, quasi 20 anni anni dopo l’invasione della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Pompeo dovrebbe incontrare il presidente afghano Ashraf Ghani a Monaco nei prossimi giorni. La notizia di un potenziale accordo arriva tra i continui attacchi dei talebani, che controllano circa il 40% dell’Afghanistan, secondo i funzionari della difesa afgana. Il mese scorso l’ispettore generale per la ricostruzione dell’Afghanistan, un’agenzia governativa degli Stati Uniti, ha valutato che negli ultimi tre mesi del 2019 c’è stato un numero record di attacchi da parte dei talebani e di altre forze antigovernative. Sebbene i talebani stiano negoziando con l’inviato americano Zalmay Khalilzad, si rifiutano di parlare direttamente con il governo di Ghani, che denunciano essere un “burattino dell’Occidente”.

Una pace frettolosa?
L’idea di negoziare con i talebani non nasce con Trump. La strategia Pompeo-Khalilzad, in realtà, ebbe origine con Obama e l’ex segretario di stato Hillary Clinton. Durante il suo discorso a West Point del 2009 per presentare la sua nuova strategia in Afghanistan, Obama dichiarò: “Sosterremo gli sforzi del governo afgano per aprire le porte a quei talebani che abbandonano la violenza e rispettano i diritti umani dei loro concittadini”. Trump ha ereditato questo approccio in una fase di ridefinizione del (dis)impegno americano all’estero. Khalizad però ha commesso un errore: escludere in alcune fasi il governo afghano dalle trattative. Il problema che si pone ora è quanto possa essere efficace, sincero e duraturo un accordo con una forza politica estremista come i talebani.
Bisogna ricordare, infatti, il patto “di sangue” tra talebani e Al Qaeda, ragione dell’intervento americano nell’area: cosa ne è stato di questi rapporti? Chi ne misura la “temperatura”? Tutti i principali attori internazionali, stanno infatti declassando i talebani da sponsor del terrorismo internazionale a “ultranazionalisti”, sponsorizzati dall’ambiguo governo pakistano, ormai loro chaperon sulla scena internazionale. Un approccio pericoloso e dimentico. In secondo luogo non vi è nessuna garanzia che, all’indomani del ritiro delle truppe Usa, il dialogo intra-afghano prosegua tra le parti in campo, lasciando ai talebani il potere di fare il bello e il cattivo tempo verso il governo di Kabul. Come osserva Michael Rubin, studioso ed ex ufficiale del Pentagono, non è chiaro se i rappresentanti talebani con cui Khalilzad ha negoziato rappresentino effettivamente tutti i gruppi talebani. La rete Haqqani è diversa dalla Quetta Shura, che è diversa dai talebani settentrionali e così via. Anche se quelli con i quali Khalilzad negozia fossero un gruppo unico (e non lo sono), c’è da chiedersi chi e come negozierà con tutti gli altri che, in misura minore, controllano il territorio.
La velocità degli eventi e altisonanza delle dichiarazioni fanno presagire che, al netto di un colpo di teatro in stile Trump o di una nuova escalation di violenza, l’accordo sia in dirittura d’arrivo. Del resto, in questo momento, Washington e i Talebani vogliono la stessa cosa: Trump vuole uscire in fretta e disimpegnarsi dal pantano afghano; i talebani vogliono le truppe Usa fuori dai proprio confini. Se questa fu un’invasione poco pensata, sulla scia del trauma collettivo dell’11 settembre, anche questa uscita di scena sembra quanto mai frettolosa e pilatesca nei confronti del futuro degli afghani. Ed i ritiri nottetempo, in Medio Oriente sono stati sempre forieri di sciagure…