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Conflitti
Il ricatto PDF Stampa E-mail
Scritto da Rinascita   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Gli americani hanno capito che le sorti della guerra in Iraq stanno volgendo a loro sfavore e l’opinione pubblica mondiale ormai apertamente condanna l’invasione. Ricorrono così, come al solito, alle armi che prediligono, oltre, naturalmente le bombe: il ricatto.

 
A Rafah gli israeliani sparano persino sulle ambulanze e fanno 14 vittime. E' il "piano di pace"del boia Sharon PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Una massiccia operazione militare, avviata nella notte tra lunedì e martedì, dall'esercito israeliano a Rafah, nel sud della striscia di Gaza, è costata la vita ad almeno 14 palestinesi.

Non sono state annunciate perdite tra i soldati israeliani che, secondo quanto riferiscono fonti locali, si sono concentrati in nel quartiere di Tel Al Sultan per ricercare casa per casa presunti terroristi mentre cecchini si sono piazzati sui tetti di alcuni stabili. I soldati si spostavano su mezzi blindati mentre in cielo volteggiano elicotteri da combattimento che hanno sparato razzi contro obiettivi che vengono loro segnalati da terra.

Alcuni dei palestinesi uccisi sono stati colpiti proprio da razzi sparati dagli elicotteri. L’operazione, che ha seguito le demolizione di una centinaia di case nei giorni scorsi, era stata annunciata e questo ha portato tutti i gruppi armati palestinesi operanti nella zona, a quanto si è appreso, a coordinarsi per contrastare l’avanzata israeliana.

Il presidente dell' Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat ha accusato stamane Israele «di compiere crimini di guerra agli occhi del mondo intero». Fonti palestinesi hanno accusato l'esercito di aver sparato contro due ambulanze, una delle quali sarebbe stata colpita da tre proiettili. Israele non conferma né smentisce ricordando che più volte in passato i palestinesi avrebbero usato delle ambulanze per trasportare armi e combattenti.

 
IRAQ: STRAW, SITUAZIONE PIU' DIFFICILE DEL PREVISTO PDF Stampa E-mail
Scritto da Asca   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Londra, 18 mag - La situazione in Iraq e' piu' difficile del previsto. Lo ha riconosciuto il ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, il giorno dopo l'uccisione del capo del governo provvisorio iracheno Ezzedine Salim. ''Le difficolta' che incontriamo sono piu' importanti rispetto a quelle che ci aspettavamo nove mesi fa'', ha detto Straw ai microfoni della radio BBC.

Secondo il ministro la situazione e' deteriorata dopo l'attacco contro il quartier generale dell'ONU a Bagdad il 19 agosto. Intervistato sulla possibilita' di un dispiegamento di truppe britanniche supplementari in Iraq, Straw ha solo parlato di ''discussioni in corso'', precisando che ''se e quando una decisione verra' presa, il ministro della Difesa Geoff Hoon fara' una dichiarazione alla Camera dei Comuni''.
 
GLI IRACHENI ADESSO VOGLIONO LA LIBERTA' PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Fini   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

È l'ora dell'Onu. Ci contano gli americani per legittimare a posteriori la loro occupazione. Ci conta il governo italiano per tirarsi fuori da una situazione sempre più imbarazzante e pericolosa. E ci conta anche l'opposizione di sinistra per poter dare un appoggio ai nostri soldati e non passare per disfattista.

Sono pie illusioni quando non espressioni di malafede. L'Onu conta come il due di picche in una vicenda come quella irachena. Per due ragioni, una generale e una particolare. In linea generale l'Onu è una organizzazione completamente delegittimata. E a delegittimarla hanno contribuito in modo decisivo le democrazie occidentali. Prima con Israele che non ha mai rispettato le risoluzioni Onu che lo riguardano, una trentina circa, più di recente, e più gravemente, con l'aggressione alla Jugoslavia avvenuta senza l'avallo dell'Onu e in suo spregio e ora con l'invasione e l'occupazione dell'Iraq, sempre contro la volontà dell'Onu. Le Nazioni Unite vengono utilizzate dagli americani solo per mettere un cappello sui fatti compiuti. Che credibilità può avere un'organizzazione così conciata?

Ma, a parte questo, il fatto è che, Onu o non Onu, gli iracheni non vogliono truppe straniere sul proprio territorio. L'occupazione angloamericana, avvenuta nel peggiore dei modi, come ormai ammettono tutti, sia per la mancanza di alcuna valida giustificazione sia per le maniere feroci e idiote con cui è stata attuata, ha talmente scaldato lo spirito nazionale di quelle popolazioni da unire comunità divise da odi antichi e recentissimi come quella sunnita e sciita.

Agli iracheni non importa assolutamente nulla che il governo provvisorio abbia il beneplacito dell'Onu oltre che degli Stati Uniti, vogliono farselo loro il governo. Non stanno buttando il loro sangue per poi trovarsi sul groppone un governo fantoccio, alla Karzai. E non gli interessa nulla di arrivare a un nuovo equilibrio con un metodo democratico, estraneo alle loro tradizioni. E in ogni caso, tolto di mezzo Saddam, ciò che vuole la maggioranza degli iracheni, che, com'è arcinoto, è sciita, non è una democrazia, ma una teocrazia sul modello iraniano. Ogni altra e diversa soluzione, pilotata dall'alto, è una violenza al popolo, iracheno. Ecco perché oggi a battersi con maggior convinzione contro le truppe straniere sono proprio quegli sciiti che nei calcoli degli americani dovevano essere i loro migliori alleati poiché erano stati, insieme ai curdi, vittime delle violenze del sunnita Saddam Hussein. Il risultato è che oggi, a parte la componente curda che spera di ricavare dalla situazione un'indipendenza sognata da un secolo, è l'intero Iraq, sciita e sunnita, a essere insorto, una situazione insostenibile.

Intanto dalle cronache degli inviati in Iraq, rese più libere e veritiere dal fatto che nessuno può più addebitare quel che sta succedendo a delle schegge terroristiche, emergono particolari che sarebbero esilaranti se la situazione non fosse così drammatica. Andrea Nicastro, uno dei giornalisti rimasti intrappolati nella Cpa di Nassiriya, racconta come a comandare le operazioni in loco non siano i militari italiani, quelli del San Marco, ma i mercenari filippini, assoldati a mille dollari al giorno da una compagnia privata di sicurezza, la Triple Canopy. Sono stati loro ad ordinare, l'altro giorno il «tutti a terra» quando è cominciato l'assedio. E sempre Nicastro racconta come il vicegovernatore britannico della Cpa, Rory Stewart, abbia detto, papale papale, al capo americano dei mercenari filippini che «il comandante italiano dei marò del San Marco è troppo giovane e sembra sul punto di cedere psicologicamente, in caso di problemi seri è meglio puntare sull'ufficiale dei paracadutisti» (Corriere della Sera, 15, 5). Intanto i nostri militari che dovrebbero essere lì per garantire la sicurezza altrui riescono a malapena a salvaguardare la propria molto probabilmente con accordi sottobanco otto ore di assedio e di fuoco durante le quali sarebbe stata rovesciata sulla palazzina della Cpa ogni sorta di proiettile senza che ci sia un morto non può che essere il frutto di un accordo, del tipo: noi fingiamo di attaccarvi, senza affondare davvero i colpi, e voi ci lasciat

 
Il guru dell'Italo-Pacifismo torna senza ostaggi, ma gliene ha dette quattro ai rapitori PDF Stampa E-mail
Scritto da Norpeorter.org   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Gino Strada sta facendo le valigie, domani sera prende un aereo e torna a Milano. La sua missione di pace in Iraq per la liberazione dei tre ostaggi italiani non è finita ma Emergency ha valutato che era opportuno adesso “ritirarsi”.

Perché ritirarsi proprio ora che avete avuto informazioni sul fatto che i tre italiani stanno bene che i sequestratori intendono liberarli?

«Abbiamo trattato a lungo – risponde Carlo Garbagnati da Milano, vicepresidente di Emergency -, già alcuni giorni fa i nostri interlocutori di fronte a una domanda più diretta se ritenevano o no di liberare gli ostaggi ci avevano dato una risposta affermativa. Ma solo ieri (lunedì, ndr) il contatto è stato per così dire più frontale e la risposta è stata ancora più decisa: assolutamente sì. La sensazione nostra è che a questo punto siano anche intenzionati a sbarazzarsene perchè tenerli è diventato pesante per loro. Ma abbiamo maturato il dubbio che avessero difficoltà a farlo con noi in zona. Insomma, che avessero timore che intercettando i nostri movimenti potessero essere individuati. Allora, per facilitare il rilascio abbiamo pensato di abbandonare la zona».

E quando li rilascerebbero secondo quello che avete potuto capire?

«Su questo, appunto, l’indeterminazione è assoluta».

Ma voi siete sicuri di aver trattato con interlocutori credibili?

«All’inizio il primo contatto è stato con Jabal al Kubaisi ad Amman, il quale ci ha fatto da intermediario con Ibrahim al Kubaisi e da lui siamo arrivati ad altre persone e ad altre ancora. È stata una lunga marcia di avvicinamento, con difficoltà crescenti. Abbiamo avuto paura che siinterrompessero i contatti negli ultimi giorni con ciò che stava succedendo a Nassiriya, le continue dichiarazioni sul fatto che non si intende ritirare il contingente militare italiano. E poi in Iraq su tutte le tv e i giornali non si vedeva altro che le immagini delle torture...Ciò che ci fa sperare di aver trovato contatti affidabili – lo abbiamo detto anche alle famiglie degli ostaggi – è che noi non avevamo niente da dare in cambio, nessun riscatto, niente. E le persone con cui parlavamo erano diverse».

Come avvenivano questi contatti?

«Ti facevano sapere dove dovevi trovarti, lì o là, posti come bar, angoli di strada. Qualcuno che trovavamo nel luogo indicato parlava del più e del meno e poi ad un tratto la conversazione cambiava. Un po’ come nei film, evidentemente li hanno visti anche loro...A tutti spiegavamo chi eravamo, che in Italia facciamo parte di un movimento che si oppone alla guerra, un movimento molto forte che in qualche modo apprezzava di essere riconosciuto come interlocutore non governativo».

Adesso cosa succede? lasciate il campo a interlocutori governativi, non so.
Loro hanno il modo comunque di contattarvi?

«Sanno come trovarci, tra l’altro hanno i nostri telefoni e anche modi più riservati di mettersi in contatto con noi. Non ci sembra il caso di coinvolgere soggetti non graditi, non credo proprio che sarebbe utile. Voglio anche dire chiaramente che non ci piace di fare i primi della classe, non vogliamo clamore, non è il nostro modo. Abbiamo fatto il comunicato solo perchè ci sembrava utile».

Avete avvisato le famiglie?

«Sì, prima del comunicato abbiamo chiamato le famiglie, spiegando che non dovevano pensare che ce ne andavamo lasciando cadere le braccia ma per il motivo contrario. Perchè, nell’ipotesi che sia vero, abbiamo avuto informazioni sul fatto che gli ostaggi stanno bene, sono stati informati del nostro tentativo e saranno liberati anche se non sappiamo quando né come».
 
LA SOLDATESSA ENGLAND NON SI PENTE. IN FONDO "NON HO FATTO NULLA DI MALE,ANZI MI DIVERTIVO". PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Era ''divertente'' umiliare i prigionieri e scattare foto mentre venivano torturati. "

Washington, 16 mag. - (Adnkronos) - A dichiararlo, secondo quanto si legge sul ''The New York Times'', e' stata Lynndie England, la soldatessa americana fotografata mentre seviziava i detenuti iracheni del carcere di Abu Ghraib. ''Credevamo che fosse divertente e quindi scattavamo delle foto'', ha detto la soldatessa lo scorso 5 maggio descrivendo la pratica delle torture come una routine, a volte un diversivo, ma mai un ordine imposto dall'alto. La England, 21 anni ed in attesa di un bambino da un commilitone, ha ammesso di aver stretto una cinghia al collo di un detenuto e di averlo costretto a strisciare per terra, o a correre con altri, per ''circa 4 - 6 ore'', aggiungendo che un altro militare, per intimorire i detenuti incappucciati, lanciava sulle loro teste un pallone da football, mentre un altro dava loro calci fino a ferirli a sangue, per poi ''cucire loro di persona le ferite, se erano serie''. Alla domanda se abbia mai abusato fisicamente dei prigionieri, la England, in stato di liberta' vigilata, risponde: ''Si, ho camminato su alcuni detenuti, li spingevo o li strattonavo, ma non ho fatto nulla di estremo''. La soldatessa, che deve rispondere di quattro capi di imputazione - tra cui aggressioni e maltrattamenti reiterati contro detenuti iracheni - ha anche raccontato come il sergente Ivan Frederick scagliasse violenti pugni contro i detenuti o ''facesse altre cose normali, come gettarsi sopra di loro o spingerli''.

 
Inferno Nassiriya, italiani in fuga PDF Stampa E-mail
Scritto da Tgcom.it   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Nassiriya,evacuata la base italiana, venti feriti,marines arrivano in aiuto

La base Libeccio è stata evacuata: i militari italiani - che nell' arco di due ore hanno avuto20 feriti, uno dei quali, molto grave -, hanno momentaneamente abbandonato la postazione. Da ormai due giorni il contingente italiano è sotto l'assedio dei guerriglieri iracheni. Nel pomeriggio sotto il fuoco era finita anche il governatore Barbara Contini, rimasta illesa. Intanto il contingente Usa ha inviato a Nassiriya i propri marines.

Per tutto il giorno si è combattuto per le strade di Nassiriya. Le pattuglie italiane sono state ripetutamente prese di mira dai guerriglieri che si muovono in piccoli gruppi e si nascondono sui tetti degli edifici, mettendo a repentaglio la vita degli abitanti. Scontri particolarmente duri si sono verificati nei pressi di Animal House - quella che era la base dei carabinieri distrutta dall'attentato del 12 novembre e dove sarebbero asserragliati decine di miliziani - e della Base Libeccio.

Ad Animal House, dopo un'aspra battaglia, i militari sono riusciti a rimuovere le barricate erette dai guerriglieri per impedire il passaggio su uno dei tre ponti. Per difendere, invece, la Base Libeccio, che, dopo aver ospitato i carabineri, è ora una centrale operativa della polizia locale e rappresenta un punto strategico importantissimo per il controllo dei ponti sull'Eufrate, sono rimasti feriti almeno otto militari, colpiti dalle schegge dei colpi di mortaio. Uno di questi e' in prognosi riservata, mentre gli altri non sarebbero in condizioni gravi. E in serata, dopo che erano riprese i cannoneggiamenti e le esplosioni, il comando italiano ha deciso di evacuare momentaneamente la base Libeccio. Negli scontri in citta' ha riportato ferite lievi anche un altro militare, mentre tre soldati sono rimasti contusi durante le manovre a bordo dei mezzi militari sotto il fuoco nemico.

Arrivano i marines americani
Un contingente di marines statunitensi è diretto a Nassiriya, dove si affiancherà alle truppe italiane. Lo riferisce l'emittente satellitare Al Arabiyah, precisando che i militari americani di rinforzo avrebbero già raggiunto i dintorni del capoluogo della provincia di Dhi Qar.

 
Forniva armi a gangster e minorenni, ora a polizia irachena PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Una azienda d'armi, piu' volte nei guai negli Usa per il suo business con noti gangster, fornira' armi alla polizia irachena.

La Kiesler Police Supply e' finita alla ribalta della cronaca in passato per avere fornito armi alla setta di David Koresh (al centro del massacro di Waco), per avere acquistato vecchie armi dalla polizia per rivenderle a gangster di Chicago e per avere venduto via Internet armi finite a minorenni. Ciononostante ha vinto l'appalto da 35 milioni di dollari.
 
Ucciso il presidente del consiglio iracheno PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

L'instabilità endemica della zona crea disagio all'amministrazione Bush ma aumenta al contempo i dividendi delle oligarchie petrolifere

Ucciso a Baghdad il capo del consiglio di governo nominato dall'amministrazione statunitense. Abdul Zahra Othman Mohammad, conosciuto anche come Izzedin Salim, e' stato
investito dall'esplosione di un'autobomba mentre aspettava di entrare nella 'Zona Verde' attraverso l'ingresso principale. Ne ha dato notizia il viceministro degli Esteri iracheno
 
Né onore né gloria per Matteo Vanzan da parte di chi lo ha mandato a morire PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Il giovane caporale non ha retto ad una crisi cardiaca sopravvenuta dopo l'emorragia. Il padre: era partito per una missione di pace.

 
IL GOVERNO ITALIANO MEDITA LA FUGA DALL'IRAQ. LA CHIAMA "STRATEGIA D'USCITA" PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Berlusconi vedrà mercoledì Bush a Washington e il giorno dopo parlerà di Iraq alla Camera, e alla vigilia di questi due appuntamenti la maggioranza di centrodestra si presenta sempre più divisa sull'atteggiamento da tenere e soprattutto sulla durata della missione dei militari italiani a Nassiriya.

Tanto che Follini si sente in dovere di lanciare un monito agli alleati: "Non è questo il momento per dividersi".

E' evidente, come si capiva anche dalle parole del vicepremier Fini, che "si sta delineando una strategia di uscita", cioè che la voglia di tutti è quella di trovare davvero il modo di tirarsi fuori da una situazione che appare ogni giorno più critica. Certo non subito, come dice anche il ministro degli Esteri Frattini evocando il pericolo di una guerra civile tra iracheni di opposte fazioni se la coalizione se ne dovesse andare subito. Ma quel limite del 30 giugno, quando l'autorità dovrebbe passare a un governo iracheno, è visto da molti nel centrodestra come la data per poter ritirare i soldati senza dare l'impressione di una ritirata.

Questa è, per esempio, la posizione della Lega, che ieri è stata espressa dal vicepresidente del Senato Calderoli, piuttosto polemico con il presidente del consiglio, a cui ha presentato senza troppi giri di parole una richiesta precisa. "Sarebbe gradita - ha detto infatti Calderoli - una spiegazione da parte di Berlusconi circa la sua affermazione sul fatto che il nostro contingente resterà comunque anche dopo il 30 giugno, una linea nella quale non mi riconosco". Meno drastico è il giudizio di un altro leghista, Fiorello Provera, presidente della commissione Esteri del Senato. "Noi siamo d'accordo con Brahimi e con la soluzione di un governo iracheno provvisorio. Poi sarà necessaria una nuova risoluzione delle Nazioni unite. Entro il 30 non si può abbandonare l'Iraq e venire via".

 
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