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Conflitti
Quegli uomini non erano terroristi ma combattenti della resistenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Tokio – Avevano voluto a tutti i costi e insistito, il mondo politico e i mass media giapponesi, tv in testa, che i tre ostaggi caduti nelle mani di iracheni armati l'8 aprile scorso nei pressi di Falluja e poi liberati il 15 aprile dopo minacce di morte trasmesse dalla tv satellitare qatariota Al Jazeera, comparissero in pubblico a spiegare il perché del loro viaggio “avventato e sconsiderato” in Irak.

Lo hanno fatto ieri a Tokio, 12 giorni dopo il rientro in patria, con fierezza, semplicità e con convinzione. Peccato che le tv abbiano abdicato al loro compito, censurando la diretta, ricorrendo a tagli e facendo intervenire altri giornalisti a spiegare le parole, alcune scomode, degli ex ostaggi.

“So che s’è fatto un gran parlare in Giappone della nostra responsabilità individuale. Sono un giornalista, il mio dovere è quello di andare sul posto, anche se è rischioso, per raccontare a tutti quello che ho visto e constatato di persona. Perciò le critiche che ci sono piovute addosso non ci toccano. Chi ci ha rapito non erano terroristi, ma combattenti della resistenza. Alcuni hanno visto cadere uccisi loro figli”, ha detto Soichiro Coriyama, fotografo e giornalista free-lance di 32 anni.

“Sono andato in Irak di mia libera iniziativa, per studiare l'effetto delle armi a uranio impoverito e per raccontare a tutti cos'è la guerra in quel paese. E continuerò a farlo, appena mi sarà possibile. Responsabilità individuale? Sì, certo, ma quella di andare a dire che cosa accade in Irak”, gli ha fatto eco Noriyaki Imai, 18 anni, giovanissimo pacifista appena uscito dal liceo ma con una maturità e lucidità sorprendente nell'illustrare in modo succinto ma efficace e chiaro la dinamica dei loro otto giorni nelle mani di combattenti iracheni. “Ci sono stati momenti di grande tensione e paura. Siamo stati minacciati, urla, armi puntate contro e coltelli alla gola, accuse di essere spie. Ma dopo i primi giorni, i rapitori ci hanno trattato bene e raccontato che i loro compagni continuavano ad essere uccisi a Falluja”, ha aggiunto Imai.

All'incontro, tanto atteso, con la stampa, non ha partecipato Nahoto Takato, 34 anni, volontaria di u un’ organizzazione umanitaria che aiuta da un anno i bimbi orfani di guerra a Bagdad e invia viveri e medicinali. “Non si è ancora ripresa dalla choc, on riesce a dormire” hanno fatto sapere i familiari. Tutte le tv, pubblica e private, non hanno trasmesso in diretta la conferenza stampa dei due ex ostaggi, che è durata meno di mezz'ora, nonostante che un’ora prima dell’inizio le tv private avessero cominciato a fare collegamenti in diretta con il luogo della conferenza interrompendo i normali programmi e chiedendo all'inviato sul posto di descrivere nei minimi particolari che cosa stava succedendo. “Abbiamo mille domande da fare e tutti i giapponesi devono sapere dalla loro viva voce che cos'è accaduto e perché sono andati in Irak, malgrado i ripetuti moniti del governo a non farlo. Ci aspettiamo parole di scuse” avevano detto gli annunciatori di tutte le reti private.

Ne sono uscite trasmissioni a singhiozzo, in differita, con ripetizione a non finire di interventi dallo studio a spiegare che cosa avrebbero potuto o dovuto dire i due ex ostaggi, soprattutto sul tasto, definito “cruciale”, della loro responsabilità individuale per quanto era accaduto. Salvo poi a rassegnarsi alla fine a trasmettere il terso commento del fotografo free-lance Koriyama. “È un discorso che non ci tocca”. E ad ammettere che dai due ex ostaggi non erano arrivate parole di scusa.

Come nessuna parola di scuse e affermazioni analoghe sul tema della “responsabilità individuale”

 
Il male radicale PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Cacciari   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Tutto ciò che combatte il terrore con le armi del terrore non ha alcun diritto di giudicare i criminali di Abu Ghraib. In quelle immagini emerge tutta la miseria umana. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità si esprima nella capacità di abbassare l'altro, di umiliarlo. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale.

ECCOCI a ripetere per l'ennesima volta la medesima domanda: com'è possibile? Per carità di patria, fingiamo pure di ignorare quante Abu Ghraib siano perfettamente attive nel mondo in questo stesso momento, in quante cosiddette carceri si consumino i delitti incidentalmente e ingenuamente fotografati in Iraq. Come se non avessimo letto i resoconti di Amnesty International. Come non sapessimo tutti i motivi, anche quelli inconfessati e inconfessabili, per cui alcune potenze non hanno aderito alla Corte penale internazionale.

La Corte penale internazionale dovrebbe avere giurisdizione sui criminali di guerra, sui genocidi, sui delitti contro l'umanità. Ipocrisia sconfinata: mai si è chiacchierato tanto di diritti umani e mai si è forse così alacremente lavorato a costruire un mondo inumano.
Inumano? La retorica offende le vittime più dei torturatori. La realtà cruda è un'altra: solo quando lo scopriamo in tutta la sua oscenità, solo quando è sbattuto in prima pagina, ci ridestiamo al male radicale che ci affligge, che è proprio esclusivamente di noi uomini. Ma per volgerne via subito lo sguardo e consolarci dicendo che mai saremmo capaci di quegli atti. Che essi, appunto, non appartengono all'umano. E a chi allora? All'animale, forse? Assolutamente no. Agli angeli? Neppure, credo. Guardiamo allora in faccia l'orrore di queste immagini, se vogliamo tentare di conoscere noi stessi. Allora soltanto potremo sperare di oltrepassare la condizione che rende possibile l'orrore, per cui continuamente esso fa ritorno.

È la condizione della paura, dell'ignoranza che genera paura. Della paura che genera odio. Tutto ciò che lo istiga e ispira, tutto ciò che dissimula sotto la maschera di intolleranze liberatrici la prepotenza del credersi e proclamarsi superiori, tutto ciò che ritiene nemico ogni prossimo che non si identifichi a noi, sta oggettivamente dalla parte dei torturatori. Tutto ciò che combatte il terrore con le armi del terrore non ha alcun diritto di giudicare i criminali di Abu Ghraib. Ma proprio per questo, pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si esprima nella capacità di abbassare l'altro, di umiliarlo. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale. I torturatori di Abu Ghraib non sanno che la tortura innalza, invece, la vittima; che il terrore che infliggono non rifletterà, alla fine, che la loro stessa angoscia impotente. Quando i vincitori vedono nell'annichilimento del nemico la misura della propria forza, la loro vittoria è destinata a trasformarsi in impotente prosecuzione della guerra.
Forse anche a loro nelle scuole e nelle accademie tutto ciò era stato insegnato. Umano, troppo umano: comprendere ciò che sarebbe bene, e tanto a parole esaltarlo quanto contraddirlo nei fatti.

www.repubblica.it

 
Taglia Di Bin Laden Su Annan e Italiani PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Una ricompensa di dieci chilogrammi d'oro viene promessa da Osama bin Laden a chi uccida l'amministratore civile statunitense in Iraq, Paul Bremer, o il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan

La taglia, annunciata dal capo dell'organizzazione terroristica al-Qaida su un sito islamico su Internet, promette la medesima ricompensa anche a chiunque uccida l'inviato dell'ONU in Iraq, Lakhdar Brahimi, e il vice di Bremer a Baghdad. "Noi dell'organizzazione al-Qaeda - si legge nel comunicato - ci impegnamo a premiare con 10.000 grammi d'oro chiunque uccida Bremer, il suo vice, il comandante delle forze americane o il suo vice in Iraq". La medesima ricompensa viene promessa per chi uccida Kofi Annan e l'inviato dell'ONU in Iraq Lakhdar Brahimi. Quest'ultimo si trova attualmente a Baghdad per consultazioni intese ad allestire un governo provvisorio iracheno in tempo per la cessione della sovranita' agli iracheni stessi, a fine giugno. Il governo degli Stati Uniti aveva offerto una ricompensa di 25 milioni di dollari per informazioni che portassero alla cattura di Bin Laden. Al valore attuale, 10 chilogrammi d'oro equivarrebbero a 137.000 dollari. Al Qaeda, inoltre, promette mezzo chilogrammo d'oro a chiunque uccida un soldato italiano in Iraq. La taglia viene offerta con un comunicato piazzato su un sito islamico su internet, nel quale si promette un chilogrammo d'oro a chiuqnue uccida un soldato o un civile statunitense o britannico, che lavori per la coalizione militare che occupa l'Iraq. Per l'uccisione di militari italiani o giapponesi il comunicato di al-Qaeda offre invece mezzo kg. d'oro. -
 
Iraq: l'impossibile svolta dell'ONU PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Manifesto   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

Il passaggio dei poteri all'ONU potrà cancellare l'infamia di una guerra ingiusta ed illegittima, le distruzioni dei bombardamenti, le violenze e le torture?


C'è chi attende che dal cappello a cilindro di Lakhdar Brahimi esca fuori magicamente la democratizzazione dell'Iraq. In poche settimane l'inviato speciale delle Nazioni Unite dovrebbe riuscire a trovare la formula che restituisca sovranità e dignità al popolo iracheno. L'istituzione di un nuovo governo dovrebbe attribuire i crismi della legalità e della legittimità politica al processo di ricostruzione del paese. Nello stesso tempo, però, le potenze occupanti continueranno ad essere tali, come l'amministrazione statunitense ha più volte precisato. Lo ha confermato nel modo più esplicito, il 23 aprile, il sottosegretario di Stato Marc Grossman, di fronte al Foreign Relation Committee del Senato: in Iraq «le Nazioni Unite avranno un ruolo piuttosto importante ma limitato». Sarà un ruolo «limitato» perché non ci sarà alcun ritiro delle forze militari delle potenze occupanti, e perché gli Stati Uniti non sospenderanno la costruzione delle loro basi militari, necessarie per garantire la «sicurezza» del paese.

Il nuovo governo non potrà emanare nuove leggi senza il consenso del comando americano e non potrà abrogare le decisioni che il Governing Council ha già preso, eseguendo gli ordini di Paul Bremer. Né potrà essere revocato tutto ciò che è stato deciso per contrastare la prospettiva di un repubblica islamica, voluta dalla maggioranza sciita del paese, sotto la guida dell'ayatollah Ali al-Si

 
Le vite violente di Charles e Lynndie PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Messaggero   
Venerdì 07 Maggio 2004 01:00

L'ordinario squallore delle esistenze di Charles Graner e Lynndie England, i due soldati USA immortalati nelle ormai celebri foto della vergogna di Abu Ghraib. Due storie americane.

NEW YORK - La prigione in Pennsylvania dove lavorava come secondino fu coinvolta in una storia di abusi sui detenuti. Il suo matrimonio è finito in un divorzio costellato da accuse di violenze domestiche. Per rifarsi una vita, l'ex marine Charles Graner era andato in Iraq con una divisa della polizia militare, ma a quanto pare non è riuscito a lasciare a casa i propri istinti: le foto sulle torture ad Abu Ghraib lo hanno fatto diventare uno dei protagonisti dello scandalo che imbarazza e indigna l'America. Le immagini della vergogna lo ritraggono in piedi sorridente vicino a piramidi di corpi umani nudi, insieme alla soldatessa Lynndie England, la fidanzata del momento (secondo alcune voci aspetterebbe un figlio da Graner). Charles e Lynndie, sono ora in basi militari negli Usa in attesa che il Pentagono decida il loro destino. Per Graner è pronta la corte marziale. Una storia, la sua, segnata da episodi che oggi suonano come campanelli d'allarme non ascoltati. Nel maggio 1996, quando lasciò i marines, andò a presentarsi all'amministrazione carceraria della Pennsylvania. Due anni dopo il carcere si trovò al centro di uno scandalo. Nelle mani dei procuratori locali arrivarono 36 videocassette che mostravano le guardie che prendevano a calci i detenuti. L'inchiesta portò al licenziamento di 4 agenti, ma Graner ne uscì indenne. Negli stessi anni Graner era impegnato in un divorzio diventato una battaglia legale. Nel ’97 la moglie Staci lo lasciò e nel febbraio del ’98 lo accusò di essere entrato in casa sua con la forza: «Mi ha sollevato e gettato contro un muro», sostenne Staci. I giudici hanno emesso contro di lui almeno tre ordini di star lontano dall'ex moglie e dai figli.
E ieri altre foto scandalo sono state pubblicate dal Washington Post. In prima pagina c’è sempre lei Lynndie R. England, la soldatessa di 21 anni che in un corridoio di Abu Ghraib trascina un iracheno completamente nudo al guinzaglio. Minuta, i capelli tagliati corti a caschetto. Già divorziata a 20 anni dopo un matrimonio con un commesso del locale supermercato durato lo spazio di un mattino, è cresciuta fin dall'età di due anni in una casa-roulotte a Fort Ashby. L’intero paese era orgoglioso di Lynndie. Oggi la gente non parla, e chi parla ha fatto marcia indietro: «Dovrebbero pagare caro per quel che hanno fatto: avevano abbastanza addestramento per saper distinguere il bene dal male, e hanno fatto del male». Lynndie è ora confinata in una base della North Carolina, degradata da specialista a soldato semplice. Anche lei è in attesa che il Pentagono decida il suo destino.

 
Nuovi attacchi della resistenza irachena PDF Stampa E-mail
Scritto da Adnkronos   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

A Baghdad, Nassiriya e Baaquba. Coinvolti anche i Carabinieri italiani che sono usciti dalla scaramuccia senza subire perdite

Autobomba a Baghdad nei pressi della Zona Verde, dove ha sede il quartier generale della coalizione.

Il bilancio del nuovo attentato suicida è di sette morti, compreso l'attentatore, e venticinque feriti. Tra le vittime un soldato americano e cinque civili iracheni mentre tra i feriti, secondo quanto riferiscono fonti della coalizione, figurano due soldati statunitensi e 23 civili. (Adnkronos)

Nuovo attacco anche a Nassiriya. Questa notte una pattuglia di carabinieri della Msu (Multinational Specialized Unit) è stata fatta oggetto di colpi di arma da fuoco e razzi rpg, mentre si trovava in ricognizione per le strade della città, verso le 22 locali (mezzanotte in Italia). I Carabinieri hanno risposto al fuoco e si sono sottratti al tiro degli aggressori. Non si registrano feriti tra i militari italiani.

L'esplosione di due ordigni questa mattina a Baaquba, in Iraq, ha distrutto il quartier generale dell'Unione Patriottica del Kurdistan (PUK).

 
Sharon persiste PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Scavalcato all'interno del Likud sul piano dell'intransigenza, Sharon ha comunque perseverato a proporre il suo piano per la "normalizzazione" palestinese

- Gerusalemme, 6 mag. - Nonostante la bocciatura subita nel referendum interno al Likud di domenica, Ariel Sharon presenterà ufficialmente al governo israeliano il proprio piano per il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza senza apportarvi alcuna modifica rispetto a quanto originariamente previsto. Lo ha puntualizzato il vice premier e ministro del Commercio ebraico, Ehud Olmert, in un'intervista rilasciata al quotidiano in lingua inglese 'The Jerusalem Post'. Olmert, ex sindaco di Gerusalemme e compagno di partito di Sharon, sul giornale in qualche modo smentisce se stesso affermando, al contrario di quanto proprio lui aveva ipotizzato in precedenza, che il ritiro non sarà ridotto ad alcuni insediamenti di Gaza invece che estendersi a tutti i 21 attualmente esistenti; in altri termini, nessuna concessione agli oltranzisti del Likud. Anzi, aggiunge il vice premier israeliano, le previsioni sono nel senso che il piano Sharon possa essere approvato a breve termine, "nel giro di settimane"; e cio' sebbene si stimi che non più di una dozzina di ministri, sui 23 che compongono l'esecutivo, siano disposti ad appoggiarlo. (AGI) .

 
Eccidi in Iraq PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Prigionieri inermi finiti a sangue freddo dagli americani. È quanto intende dimostrare questa sera, con la diffusione di un documento video, una famosa rete televisiva francese.

Il canale satellitare e via cavo francese Canal Plus trasmettera' stasera immagini dell'esercito americano, registrate in una cassetta rubata da personale europeo in una base statunitense, nelle quali si vede un elicottero USA che abbatte tre persone che non appaiono
costituire alcuna minaccia. Una di esse e' ferita e viene uccisa
a sangue freddo.


 
Stupri, botte, acqua gelata PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Ecco le torture di Abu Ghraib

ROMA - Ecco alcuni stralci del testo e un riassunto di altre parti, del rapporto sulle torture e gli abusi commessi da militari Usa nei confronti di prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib scritto dal generale Antonio Taguba e completato, secondo il Pentagono, lo scorso 3 marzo.

"Fra l'ottobre e il dicembre 2003 nella struttura di detenzione di Abu Ghraib (Bccf) furono inflitti a diversi detenuti numerosi abusi sadici, clamorosi e sfacciatamente criminali. Gli abusi sistematici e illegali sui detenuti sono stati perpetrati da diversi membri della forza di polizia militare (la 372/a Compagnia di Polizia Militari, 320/o Battaglione, 800/a Brigata) nella sezione A-1 del carcere di Abu Ghraib (Bccf).

Segue un riassunto delle fattispecie elencate nel rapporto: "Inoltre - continua il testo del rapporto - diversi detenuti hanno descritto i seguenti abusi, che, date le circostanze, giudico credibili in base alla chiarezza delle affermazioni e le prove addotte a sostegno dai testimoni:"

- Rottura di lampade chimiche, il cui contenuto fosforico veniva versato sui prigionieri
- Minacce con pistole calibro 9 mm.
- Getti d'acqua fredda su detenuti nudi
- Percosse con manici di scopa o con una sedia
- Minacce di stupro ai danni di prigionieri maschi
- Sutura da parte di membri della polizia militare di ferite provocate facendo urtare con violenza il detenuto contro le pareti della cella
- Prigionieri sodomizzati con lampade chimiche o con manici di scopa
- Impiego di cani militari senza museruola per spaventare i detenuti, in un caso risultato in un morso - Pugni, schiaffi e calci ai prigionieri; pestoni sui piedi nudi
- Foto o riprese video di detenuti, uomini e donne, spogliati nudi, a volte in pose forzate umilianti e sessualmente esplicite
- Denudamento dei prigionieri, a volte lasciati spogliati anche per diversi giorni
- Obbligo per i detenuti maschi di indossare capi intimi femminili
- Obbligo per gruppi di detenuti maschi di masturbarsi mentre vengono ripresi
- Prigionieri obbligati a stendersi uno sull'altro in un mucchio sul quale i militari saltavano
- Prigionieri obbligati a stare in piedi su una cassetta, incappucciati con un sacchetto, con fili collegati a dita delle mani dei piedi e al pene, simulando la tortura dell'elettroskock
- Fotografie di militari mentre hanno rapporti sessuali con detenute
- Fotografie di prigionieri con catene e collari da cani attorno al collo
- Fotografie di prigionieri morti
- Le parole "sono uno stupratore" sulla gamba di un detenuto, fotografato nudo, accusato di aver violentato una 15/enne.

Il rapporto parla poi dei cosiddetti "detenuti fantasma", consegnati a varie strutture di detenzione amministrate dall' 800/a Brigata di polizia militare da altre agenzie governative Usa, "senza documentarlo".

Nel testo del rapporto infine si legge: "Queste conclusioni sono suffragate da confessioni scritte rilasciate da diversi indagati, da confessioni scritte rilasciate da detenuti e da dichiarazioni di testimoni".

 
"+Morti 25 detenuti per torture"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Giovedì 06 Maggio 2004 01:00

Dopo le foto choc dal carcere di Abu Gharib, il Congresso convoca Rumsfeld.

NEW YORK - Trentacinque casi di tortura hanno portato alla morte di 25 detenuti tra Iraq e Afghanistan. E' lo scioccante bilancio fornito dai comandi americani ai giornalisti del Pentagono.
Il dato sui casi di tortura e sui morti è il frutto delle inchieste condotte a partire da dicembre nei due paesi.

Il generale Donald Ryder, responsabile dell'applicazione delle pene nel sistema penitenziario militare, ha precisato che i morti comprendono due presunti omicidi di prigionieri da parte di soldati, l'uccisione di un detenuto che tentava di scappare e dieci altri casi che sono al centro di un'inchiesta.

Ryder ha precisato che l'origine di 12 altri casi di morte tra i prigionieri resta al momento indeterminata.

Casi di torture in Afghanistan erano stati denunciati oggi dal senatore repubblicano John Warner, presidente della commissione Forze Armate del Senato, che oggi, dopo un'audizione con i generali a Capitol Hill, ha rivelato che "ci sono stati episodi del genere anche in Afghanistan. Non ci hanno detto tutto - ha continuato - ma ci hanno fatto capire che erano isolati e limitati nel numero".

Lo scandalo torture sta sconvolgendo il Congresso. I senatori hanno convocato Rumsfeld a rapporto "appena possibile". Uscendo dal briefing con il generale William Casey, vice capo di stato maggiore dell'Esercito, il senatore democratico Ted Kennedy ha detto di temere che gli abusi finora noti siano "l'inizio piuttosto che la fine" delle accuse di tortura. E a lui ha fatto eco il senatore repubblicano John McCain, lui stesso prigioniero di guerra per oltre cinque anni in Vietnam: "Siamo stati tenuti all'oscuro fino a oggi".
Un errore di valutazione che adesso il Dipartimento di Stato sta pagando assai caro. La diplomazia Usa sta cercando di contenere il danno mondiale che le foto degli abusi hanno provocato nel mondo arabo. Per gli Stati Uniti l'imbarazzo è colossale tanto da indurre Powell a rinviare la pubblicazione del rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo previsto inizialmente per domani.

In Iraq intanto i comandi americani hanno vietato l'uso di cappucci per i prigionieri: ad Abu Ghraib non vengono usati già da oltre un mese mentre quattro giorni fa la pratica è stata estesa al resto del paese. E' una delle misure prese nell'ambito di una revisione delle pratiche di detenzione ordinata dal generale Geoffrey Miller, l'ex comandante della base-prigione di Guantanamo, spedito adesso a Bagdad per fronteggiare la crisi.

 
Il Generale inglese Michael Jackson e le mani sporche di sangue PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Mercoledì 05 Maggio 2004 01:00

Il Generale inglese che è intevenuto per deplorare le torture degli irakeni è la stessa persona che il 30 gennaio 1972 ordinò la strage dei cattolici irlandesi, 14 morti e 16 feriti, la "Bloody Sunday"

"Se le accuse dovessero rivelarsi vere una simile abominevole condotta sarebbe non solo illegale, ma anche contraria alle regole dell'esercito britannico. Se riconosciuti colpevoli, gli autori saranno dichiarati indegni di indossare l'uniforme della regina. Avrebbero infangato il buon nome dell'esercito e il suo onore". Queste frasi le ha pronunciate Michael Jackson, comandante dell'esercito inglese a proposito delle torture che i soldati inglesi avrebbero inflitto ai prigionieri iracheni, se non ricordo male lo stesso generale qualche giorno prima aveva detto qualcosa tipo: "i soldati inglesi sono in Iraq per portare la pace e la democrazia nelle menti e nei cuori degli Iracheni".

Tutto normale, di dichiarazioni di questo tipo se ne sentono tante in questi giorni, se non fosse che a parlare di queste cose non è militare qualunque ma il Generale Sir Michael Jackson, solo un omonimo del noto cantante americano, ma soprattutto la persona (sigh!) che il 30 gennaio 1972 ordinò la strage dei cattolici irlandesi, 14 morti e 16 feriti in quelle che venne definita la "domenica di sangue"
 
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