Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Dicembre 2018  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
       1  2
  3  4  5  6  7  8  9
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31      

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Conflitti
Fabrizio Quattrocchi: La questione non è più politica ma esistenziale PDF Stampa E-mail
Scritto da gabrieleadinolfi.it   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Quel che sostengo scontenterà molti, forse tutti, ma tant’è. Prendendo spunto dall’uccisione di Fabrizio Quattrocchi affermo che il modo di porsi nei confronti delle tragedie atlantiche e di quelle fondamentaliste da oltre una anno è in genere assai pue

Da una parte troviamo i soliti “difensori dell’Occidente” – gli stessi che trent’anni fa avrebbero fatto le guardie bianche alla Scala di Milano quando gli studenti l’attaccarono a colpi di uova marce - dall’altra quelli che, nel nome della libertà dei popoli, sono pronti a gioire delle tragedie umane se queste riguardano gli occidentali, dunque i colpevoli “oggettivamente”.
Quanto stupidi e pericolosi siano i primi non val neppure la pena di riaffermarlo. In quanto ai secondi, a quelli che sostengono incondizionatamente la guerra degli oppressi, ho vari appunti da muovere loro. Innanzitutto mi ricordano i marxisti di qualche decennio fa, quelli per i quali i proletari avevano sempre ragione e i borghesi sempre torto.
Il che può anche essere parzialmente vero e rispondere ad una realtà strutturale, ma non è “sistematicamente” vero. Se è lecito non mettere sullo stesso piano le atrocità dei forti (in questo caso gli atlantici) con quelle dei deboli (nella fattispecie gli iracheni) neppure è lecito non vedere ogni atto ANCHE nel suo contesto specifico.
.
Inoltre, preda di questo sentimento di tifo accecante, essi non riescono a discernere tra i ribelli quelli che sono funzionali proprio al terrore atlantico e li sostengono sempre, indiscriminatamente. Da cui scaturisce l’idealizzazione di ogni sorta di lotta armata e di gruppo terroristico che poi è esattamente quello che la dialettica del terrore/spettacolo vuole
In questa morsa speculare (occidentalisti da una parte e tifosi di ogni distruzione all’estremo opposto) la realtà, la verità nuda, il buon senso stesso finiscono con l’essere sacrificati recando seco l’equilibrio mentale, valoriale ed affettivo di chi accetta questo schema duale.
.
Prova ne è proprio la tragedia di Quattrocchi. Per alcuni essa è la prova della barbarie di banditi senza scrupoli, la comprova di un ineluttabile “scontro di civiltà”. Per altri invece l’esecuzione sarebbe giustificata perché gli uccisori hanno prima subito da noi ogni sorta di vessazione, e poi perché Quattrocchi era in missione (servizi segreti mormorano alcuni) e pertanto rappresentava l’Occidente invasore, affamatore ed assassino.
Siamo di fronte a distorsioni quando non a veri e propri deliri.
Che l’Iraq sia stato aggredito, mutilato, violentato, non ci piove. Che gli atlantici, dunque gli occidentali, abbiano torto, lo negano solo i diretti interessati o chi è in palese mala fede.
Va aggiunto che la situazione si è incancrenita ed è sprofondata in un clima di guerra civile, di guerra religiosa, d’inasprimento delle tensioni, ch
 
Israele: l' ex-ministro trafficante PDF Stampa E-mail
Scritto da Der Spiegel   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

L’ex-Ministro dell’Energia di Israele, Gonen Segev, è stato colto in flagranti cercando di contrabbandare droga.

La polizia olandese ha arrestato l’uomo all’aeroporto internazionale di Amsterdam.

Secondo la radio israeliana, Gonen Segev avrebbe cercato di portare con se in Isreale circa 25 000 pillole ecstasy ricoperte di cioccolato. Quando la polizia olandese presso l’aeroporto di Schiphol voleva perquisirlo, Gonen Segev avrebbe presentato un passaporto diplomatico scaduto e riportante una data falsificata. In seguito ad un ammonimento, avrebbe rinchiuso la valigia contente le droghe in uno scomparto di sicurezza presso l’aeroporto e si sarebbe imbarcato per Israele.

In seguito, la polizia olandese ha aperto lo scomparto trovando la droga. Al suo arrivo in Israele, l’ex-Ministro fu arrestato. Gli avvocati di Segev sostengono che egli avrebbe avuto il plico in dono da un amico e avrebbe creduto si trattasse di dolci.

 
Sudafricani in Iraq. Il profumo dei soldi PDF Stampa E-mail
Scritto da S.Sartori   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Più di millecinquecento soldati privati sudafricani sarebbero in Iraq al soldo di diverse agenzie che si autodefiniscono "per la sicurezza".

Ne abbiamo parlato con Henrie Boshoff,un analista di problemi militari dell'Institute for Security Studies in Sudafrica.

21 aprile 2004 - Francois Strydom, sudafricano, è stato ucciso a gennaio da una bomba, scoppiata davanti al suo hotel a Baghdad in Iraq. Con lui c'erano altri sudafricani tra cui Deon Gouws, rimasto gravemente ferito. Che cosa faceva questo gruppo di sudafricani a Baghdad? Erano in Iraq per conto di un'agenzia internazionale, la Erinys, che si occupa formalmente di proteggere siti petroliferi.
Erinys ha filiali in tutto il mondo e una anche in
 
Iraq, agli Usa saltano i nervi PDF Stampa E-mail
Scritto da rai.it   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

Denuncia delle Ong presenti: "cecchini americani sui tetti delle case".

Avrebbero messo da parte le tattiche imparate nei corsi di
addestramento. Alcune notizie che trapelano dalle organizzazioni non governative operanti in Iraq parlano di utilizzo di armi e azioni 'non convenzionali' da parte dell'esercito Usa, piegato dalla guerriglia
urbana che quotidianamente mette in ginocchio con continue perdite la 'macchina da guerra' di Washington caduta nel 'pantano polveroso' di un Paese che non e' piu' in grado di gestire.

Il coordinamento per l'emergenza dell'Ncci, organismo che coordina 90 organizzazioni non governative di tutto il mondo operanti in Iraq (tra cui le italiane Un Ponte per.., Ics, Intersos e Terre des Hommes), denuncia "la violazione delle convenzioni internazionali che regolano i conflitti armati, in particolare i tentativi di ostacolare la protezione e il soccorso dei feriti".

Fa rabbrividire l'elenco delle violazioni: "operazioni militari a danno
dei civili iracheni, occupazione da parte delle forze della coalizione
del principale ospedale universitario di Najaf e dell'ospedale generale
di Falluja (sono stati sfollati i pazienti e l'ospedale è stato 

Osama Bin Mossad? PDF Stampa E-mail
Scritto da Otto   
Lunedì 26 Aprile 2004 01:00

“È forse permesso loro uccidere i nostri bambini, le nostre donne ed i nostri anziani ed i nostri giovani in Afghanistan, in Iraq, in Palestina ed in Kashmir ed è invece vietato a noi uccidere loro?"

Dice Allah gloria a Lui l’Altissimo: E a chi vi attacca rispondete nello stesso modo. Fermatevi davanti a noi e liberate i nostri prigionieri e uscite dalle nostre terre e noi ci fermeremo. I popoli alleati dell’America devono fare pressioni sui propri governi affinché si ritirino subito dall’alleanza con gli americani contro il terrorismo (l’Islam)”.

Questo è un passo, molto probabilmente (volutamente) il meno reso noto e approfondito, della lettera che Al Qaeda avrebbe inviato per rivendicare gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.

Considerando storicamente acclarato il fatto che da sempre “l’Occidente” in Medio Oriente abbia perseguito i propri pro a scapito della popolazione autoctona (partendo dai bombardamenti con gas chimici fatti ad inizio ‘900 dagli inglesi in Palestina, passando dalla creazione ex novo di uno stato in mezzo a quelle terre, Israele, tacendo, e quindi appoggiando, la politica di genocidio perseguita da quello stato, arrivando fino ai giorni nostri con le ridicole missioni umanitarie, le missioni di TERRORISMO UMANITARIO come le abbiamo definite noi), oggi non possiamo che riflettere su questa frase: “Fermatevi davanti a noi e liberate i nostri prigionieri e uscite dalle nostre terre e noi ci fermeremo”. Sembra essere una richiesta sensata. Sono morti innocenti, donne e bambini, da una parte e dall’altra; per fermare questa carneficina sembrerebbe bastare poco. Siamo poi realisti e sappiamo che gli interessi economici e geopolitici in gioco in Medio Oriente sono altissimi per tutti, riguardano tutto il mondo, e sappiamo che chi dovrebbe fare il passo indietro non lo farà. E sappiamo anche che chi fa queste richieste, Bin Laden, è stato (e probabilmente lo è tuttora) un delfino di quegli interessi apolidi che hanno la propria base operativa negli USA. Il suo scopo, crediamo, sia solo nominalmente quello di liberare il “suo” popolo, quando in realtà è ben altro, e molto probabilmente collima con quello di coloro che chiama invasori.

Dubbi, appunto. Sospetti sull’identità di chi ha compiuto stragi quali quelle delle Twin Towers e di Madrid. E se additare e seguire la pista islamica fosse un’abile strategia per crearsi ad hoc un nemico, alimentando quella “Guerra al Terrorismo” utile a giustificare le operazioni belliche mondialiste (non più legittimate dalla fine della Guerra Fredda con l’URSS) e perseguire gli interessi occidentali? E se l’Islam fosse un nemico inventato per distrarre l’opinione pubblica dal vero nemico dell’Uomo, il Mondialismo? E se davvero Al Qaeda fosse sinonimo di Sistema, servizi segreti e di qualcosa (citando Giulietto Ch

 
Intervista ad Ahmed Sheikh (Al Jazeera) PDF Stampa E-mail
Scritto da S.Morandi   
Sabato 24 Aprile 2004 01:00

Time magazine ha messo i fondatori di Al Jazira nell’ambita lista delle personalità più influenti dell’anno ma, dalle nostre parti, l’emittente araba lanciata nel 1996 dall’emiro di un piccolo stato petrolifero, il Qatar, è guardata con sospetto.

Si accusa Al Jazira di essere di parte o, peggio, di prestare la propria potente voce, che ormai raggiunge ogni angolo del pianeta, agli oscuri interessi del terrorismo globale.

Come reagisce l’emittente a queste accuse? Per saperlo abbiamo contattato il direttore Ahmed Sheikh, originario di Nablus in Palestina, che da qualche mese è alla guida del canale satellitare.

In Italia la vostra decisione di mandare in onda l'assassinio del leader di Hamas, Abdalaziz Al Rantisi, e di oscurare l'esecuzione dell'ostaggio italiano ha suscitato molte polemiche. Siete stati accusati di difendere gli assassini …
L’uccisione di Rantisi è stata l’assassinio politico del leader di un movimento di resistenza, Hamas, che lotta per la libertà del proprio paese. Quattrocchi era un uomo comune che lavorava per una compagnia di sicurezza. E’ stato catturato dai suoi rapitori, tenuto in ostaggio e poi ucciso a sangue freddo. Al Rantisi era una figura pubblica, un leader politico, un combattente e non un privato cittadino. Come si possono confondere le due cose? Nel primo caso è diritto e dovere di un giornalista mostrare la cronaca degli eventi, nel secondo caso si tratta di un privato che ha diritto alla sua privacy, e per questo abbiamo deciso di non mandare in onda il suo omicidio, nel rispetto dei sentimenti della sua famiglia e della dignità della persona. Il fatto di non comprendere questa differenza è incredibilmente poco professionale, così come le domande che mi sono state rivolte in questi giorni dai giornalisti italiani. Non credo di essermi mai imbattuto in una tale mancanza di professionalità…

La decisione è stata motivata quindi solo da considerazioni umanitarie…
Era una visione orribile che avrebbe profondamente ferito i sentimenti della sua famiglia e dell’opinione pubblica. Sono stato davvero stupito del fatto che alcuni giornali come Repubblica e Corriere della Sera, invece di ringraziarci per il nostro tatto, abbiano cominciato ad attaccarci come se volessimo in qualche modo coprire gli assassini dell'ostaggio. E' un'insinuazione odiosa che considero indegna di un professionista dell'informazione. Quello che è stato scritto è davvero falso. Non abbiamo mai pensato di proteggere la reputazione dei rapitori: questa è una calunnia inaccettabile. Abbiamo semplicemente pensato che sarebbe stato orribile per i familiari assistere a una scena del genere.

Nel secondo caso l'accusa è semplicemente ridicola. Avremmo mostrato l'omicidio di Rantisi per rovinare l’immagine di Israele? E’ ridicolo. Da queste parti nessuno s’illude su Israele: è uno Stato terrorista che utilizza l'omicidio politico normalmente, e che non si fa scrupolo di uccidere civili innocenti. Se Repubblica o il Corriere della Sera sono pro-Israele e vogliono difendere a ogni costo l'immagine di questo paese è una loro scelta, ma non possono pensare di interferire con le nostre decisioni su ciò che mandiamo o non mandiamo in onda. Semplicemente non sono affari loro. Noi siamo indipendenti, siamo liberi e decidiamo liberamente.

Time magazine ha messo i fondatori di Al Jazira fra le persone più influenti del mondo. Che ne pensa?
Ovviamente siamo molto gratificati dal fatto che una rivista internazionale dell'importanza di Time Maga

 
I misteri del video dell'orrore PDF Stampa E-mail
Scritto da Uruknet.info   
Sabato 24 Aprile 2004 01:00

Il portavoce di Al Jazeera prende le distanze dal giornalista che ha diffuso i contenuti della cassetta.

«Mostrare il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano non avrebbe aggiunto nessun valore informativo alla notizia della sua morte, dunque non lo abbiamo trasmesso e non abbiamo intenzione di cederlo a nessuno». Dal Qatar Jihad Ali Ballout, portavoce di Al Jazeera, ribadisce secco la posizione ufficiale della rete. Ma in Italia non si fermano le polemiche sulla decisione della tv satellitare di non trasmettere il video e, anzi, continua il «giallo» sulla videocassetta, sul suo contenuto e sulla frase che riporterebbe, ormai diventata simbolo della fine di Fabrizio Quattrocchi: «Ti faccio vedere come muore un italiano». E alle pressioni che giungono da più parti in Italia, Ballout risponde che «siamo spiacenti, ma dal momento che è stata presa la decisione di non mandare in onda il video, non sarebbe corretto mostrarlo ora, consegnarlo ad altri, o anche soltanto parlarne». Eppure, accurate descrizioni di quei 47 secondi sono state ripetutamente rilasciate, in questi ultimi giorni, a diversi giornali italiani da Emad El Attrache, definito come caporedattore e responsabile esteri di Al Jazeera. Il portavoce ufficiale dell'emittente smentisce:« El Attrache non è caposervizio né caporedattore: è un giovane giornalista della redazione di Doha, parla l'italiano e ora si trova con le sue dichiarazioni al centro dell'attenzione. È stato mandato per qualche giorno a fare reportage nel vostro paese, ma non ha l'autorità per parlare di questo video. Il caporedattore di Al Jazeera si chiama Ahmed Sheihk ed è l'unica persona, insieme al direttore generale Waddah Khanfar e a me, che ne sono portavoce, ad essere autorizzato a parlare ufficialmente a nome della tv. E la posizione di Al Jazeera è di non divulgare alcun contenuto o citazione dal video, poiché abbiamo deciso di non mandarlo in onda».

Dunque non avete intenzione di mandare in onda il video, ma non desiderate nemmeno commentarlo?

No. Abbiamo giudicato il video secondo i nostri principi professionali, una procedura che applichiamo a tutte le videocassette che giungono in redazione: viene valutata l'attendibilità della fonte da cui riceviamo il materiale e il contenuto informativo aggiuntivo che le immagini danno alla notizia. C'è una commissione editoriale guidata dal direttore generale che ha il compito di esaminare le videocassette. Le giudichiamo sempre dopo un'attenta valutazione caso per caso e tenendo conto del fattore umano. Ripeto: il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano non aggiungeva in nessun modo alcun valore informativo alla tragica notizia.

E la frase riportata da tutti i giornali italiani: «Ti faccio vedere come muore un italiano»?

Non lo so. Non so da dove viene, non posso confermare né smentire la sua attendibilità. Quello che posso confermare è che Al Jazeera non ha divulgato alcuna citazione a nessun media italiano o di qualsiasi altra parte del mondo.

Nel caso del messaggio video di Antonella Agliana ai sequestratori degli italiani avete però creato la notizia, diventando in qualche modo parte della negoziazione.

Non vogliamo essere parte della negoziazione, svolgiamo il nostro dovere professionale mostrando tutti gli aspetti e i punti di vista su un avvenimento. Se svolgendo il nostro compito di giornalisti fossimo anche capaci di aiutare qualcuno, questo sarebbe senz'altro un bene. Ma non possiamo fare altro, né svolgere un compito diverso da quello che è il nostro dovere professionale di giornalisti.

Ma se il video dell'uccisione dell'ostaggio italiano vi fosse richiesto dalle autorità italiane a scopo investigativo?

Se accadesse dovremmo valutare la situazione. La nostra posizione è di restare indipendenti, fuori da ogni cosa che comprometta il nostro ruolo professionale. Detto ciò, non abbiamo problemi a discutere un caso del genere, se ci viene sottoposto: tutto deve essere giudicato a seconda del contesto e delle circostanze. Noi comunque abbiamo invitato alcuni me

 
Frattini su Iraq a Radio Capital PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Venerdì 23 Aprile 2004 01:00

La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.

«Quella dell'Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario».
E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo...... poi già che c'è invia altri 3000 militari a Nassiriya.
Ecco le cifre: l'ospedale a Bagdad costa...21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa...232 milioni e 451 mila euro.
La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c'è lì di così tanto umanitario?
Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya. Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso. «Abbiamo incontrato l'ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda».
Interessi in gioco!
«Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all'altezza dell'impegno militare»
Benefici in cambio dell'impegno militare!
Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di...benefici. Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un'ex dirigente dell'Eni. «Il governo iracheno accordò all'Eni lo sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l'Iraq voleva avviare a produzione. Nel suo territorio c'è una grande raffineria ed un grande oleodotto».
Guarda un po', l'Eni aveva contratti petroliferi con l'Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni. «I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare. E' un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni».
Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi! In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto - Di Pietro, ha presentato un'interrogazione proprio su questa vicenda.
«Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all'Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto. Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso. Dico "era" perché quel contratto è in forse, nel senso che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate. Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro».
E noi ci siamo procurati la risposta del governo all'interrogazione della parlamentare.
«La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario». Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario. «La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell'Eni»
Ah, no?
«Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante». E intanto il governo ammette gli accordi.
Il 23 febbraio 2003, un mese prima dell'inv
 
Awni al-Kalemji:"La nostra è una resistenza legittima" PDF Stampa E-mail
Scritto da da iraqlibero.net   
Giovedì 22 Aprile 2004 01:00

Intervista al sedicente portavoce in Europa della resistenza irachena

L'intervista che segue è stata realizzata a Roma di sabato 13 dicembre a margine di una visita di Awni al-Kalemji nella Capitale. L'indomani, domenica 14, arrivava dall'Iraq la notizia della cattura dell'ex-presidente iracheno Saddam Husayn.

Signor Kalemji, quando e dove è nato? Sono nato a Baghdad, in Iraq, nel 1941.

E oggi dove vive? Vivo in Danimarca.

Perché non vive in Iraq? Sono andato via dal mio paese nel 1971, all’età di trent’anni, in seguito ad una delle epurazioni del nuovo corso di Saddam Husayn [arrivato al potere nel 1969, n.d.r.].

Prima di lasciare l’Iraq che attività svolgeva nel suo paese? Ero un ufficiale dell’esercito.

E’ andato direttamente in Danimarca dopo aver abbandonato l’Iraq? No, come molti esuli iracheni, sono fuggito in Siria. Sono rimasto a Damasco per diciassette anni, fino al 1988.

E poi cosa è successo? E’ successo che l’atteggiamento di Damasco è cambiato: durante la prima fase della guerra Iran-Iraq la Siria aveva mantenuto un atteggiamento molto vicino a quello di Tehran, paese invaso dalle truppe irachene. Quando, successivamente, l’esercito iraniano occupò alcuni territori del mio paese, io con altri miei colleghi iracheni, ci aspettavamo che Damasco si opponesse in qualche modo alla violazione della sovranità dell’Iraq. Ma così non fu e allora decidemmo di salutare il governo siriano e di andarcene in Europa.

Veniamo ad oggi. Dalla Danimarca all’Italia passando per la Germania, in queste settimane lei è in giro nel Vecchio continente in veste di “rappresentante della resistenza irachena in Europa”. Cosa significa? Io sono il portavoce ufficiale in Europa della Coalizione patriottica irachena [al-Tahaluf al-Watani al-‘Iraqi, n.d.r.], movimento politico costituito nel 1992, subito dopo la Seconda Guerra del Golfo [la “Prima” è considerata la guerra Iran-Iraq conclusasi nel 1988, n.d.t.].

 
M.O. Mubarak: Mai come ora arabi hanno odiato gli Stati Uniti PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI-Reuters   
Mercoledì 21 Aprile 2004 01:00

Lo ha affermato il presidente egiziano Hosni Mubarak in un'intervista a 'Le Monde', a margine dei colloqui avuti ieri a Parigi con il presidente francese Jacques Chirac.

(AGI/REUTERS) - Parigi, 20 apr. - Mai come adesso gli arabi in Medio Oriente hanno odiato gli Stati Uniti. La ragione di questo sentimento di ostilita', ha spiegato Mubarak, sta nelle recenti decisioni della Casa Bianca: l'invasione dell'Iraq e l'incondizionato sostegno alle scelte di Israele, anche le piu'estreme, come l'eliminazione fisica dei due capi storici di Hamas, il movimento palestinese di resistenza all'occupazione dei territori.

"Oggi nella regione vi e' un odio verso gli americani come mai in passato", ha detto il leader moderato. "In altri tempi alcuni hanno creduto che gli americani fossero d'aiuto. Non c'era tutto quest'odio. Dopo quanto accaduto in Iraq le cosesono cambiate. Vi e' un odio senza precedenti e gli americanilo sanno", ha aggiunto il presidente. "La gente prova un sensodi ingiustizia. E, come se non bastasse, vede (il premier israeliano Ariel) Sharon comportarsi come piu' gli aggrada,senza che gli americani gli dicano mai niente. Fa uccidere la gente che non ha gli aerei e gli elicotteri che ha lui", ha proseguito Mubarak riferendosi agli attacchi missilistici con cui sono stati uccisi, a distanza di un mese l'uno dall'altro, i capi di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin e Abdel Aziz Rantisi. "La disperazione e il senso di ingiustizia non saranno circoscritti alla nostra regione. Gli interessi americani e israeliani non saranno piu' al sicuro, non soltanto nella nostra regione, ma in qualsiasi parte del mondo", ha assicurato il presidente. (AGI)

 
Iraq:iracheno picchiato a morte da soldati USA PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Mercoledì 21 Aprile 2004 01:00

Un iracheno è deceduto dopo essere stato picchiato a morte da soldati americani con il manganello

(ANSA) - KUT (IRAQ), 14 APR - Un iracheno è deceduto dopo essere stato picchiato a morte da soldati americani con il manganello. L'uomo si era rifiutato rifiutato di togliere dalla sua auto una fotografia del leader radicale sciita Moqtada al Sadr.Lo rende noto la polizia irachena secondo la quale l'uomo era stato arrestato ieri sera dai soldati USA che conducevano operazioni di ricerca in una strada del centro di Kut (180 km a sud est di Baghdad).

 
<< Inizio < Prec. 181 182 183 184 185 Succ. > Fine >>

JPAGE_CURRENT_OF_TOTAL

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.