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Conflitti
Abbattute le case di undicimila palestinesi PDF Stampa E-mail
Scritto da France Presse   
Venerdì 14 Maggio 2004 01:00

Sono queste le cifre raccapriccianti fornite dalle Nazioni Unite per la sola città di Rafa. Sharon e il Likud tuttavia intendono intensificare l'operazione terra bruciata

L’esercito israeliano che ha perso 11 soldati questa settimana nella battaglia di Gaza distruggerà centinaia di abitazioni nel sud della Striscia per allargare una “Zona di sicurezza”.

Un progetto denunciato come “crimine di guerra” e “catastrofe” dai palestinesi.

Un responsabile del Consiglio di Gerusalemme ha infatti affermato a France Presse che l’esercito allargherà il settore controllato lungo la frontiera egiziana e che, perciò, delle case palestinesi “saranno distrutte”.

Nabil Abou Rudeina, il principale consigliere di Arafat, definisce questa decisione come un “crimine di guerra” che “conferma che il ritiro annunciato da Gaza non era altro che una menzogna”.

“Distruggere queste case rappresenterà una catastrofe per il nostro popolo”.

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi più di 11.000 palestinesi hanno perso l’abitazione a Rafa in tre anni e mezzo. “È impossibile credere ognuno di questi edifici fosse il nascondiglio di un terrorista”.

“Le case vuote che vengono distrutte sono generalmente abbandonate da famiglie che fuggono per il timore di essere uccise dagli israeliani” “Quando la casa alla tua destra è stata dinamitata e la carica viene applicata a quella alla tua sinistra, sai che la prossima tocca a te: e le famiglie non possono restare fino all’ultimo minuto.”

 
La popolazione israeliana presa dal terrore PDF Stampa E-mail
Scritto da France Presse   
Venerdì 14 Maggio 2004 01:00

La perdita di undici soldati in una sola settimana ha spinto l'opinione pubblica israeliana su posizioni molto più moderate di quelle di Sharon. I dati forniti da quotidiani ebraici

La morte di undici soldati ha considerevolmente rafforzato il sostegno dell’opinione pubblica israeliana ad un ritiro della striscia di Gaza.

I sondaggi, resi pubblici il 14 maggio, parlano chiaro.

Alla domanda “siete favorevoli o contrari ad un ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza” il 71% degli intervistati ha risposto di si: il 4 maggio erano il 62%. Totalmente contrario il 24% contro il 32% di dieci gironi prima. A quanto pubblicato dal quotidiano israeliano Yédiot Aharonot.

Ancor più larga la forbice per il quotidiano Maariv: 79% favorevoli e 18% contrari.

 
E io porto la Gran Bretagna davanti alla Corte internazionale PDF Stampa E-mail
Scritto da France Presse/Reuters   
Venerdì 14 Maggio 2004 01:00

Jacques Vergès,notissimo principe del foro parigino, già avvocato di Carlos e di Klaus Barbie, ha annunciato di aver intrapreso un'azione legale contro il governo di Sua Maestà per crimini di guerra

“La realtà delle torture e delle violazioni sistematiche della dignità dei prigionieri iracheni, in alcuni casi seguite da omicidi, sia da parte delle truppe degli Stati Uniti che di quelle del Regno Unito, ampiamente denunciate dai media del mondo intero, non sono più mistero per nessuno. Si tratta di una responsabilità che coinvolge l’intero comando. Nessuno è però stato arrestato in questa storia” .

A differenza dagli Stati Uniti la Gran Bretagna ha riconosciuto la Corte penale internazionale. “Noi attacchiamo la Gran Bretagna per i crimini commessi dalle truppe inglesi, così come Amnesty International e la Croce Rossa internazionale li denunciano, ma anche in quanto sono complici dei crimini commessi dagli americani”.

 
Il manuale segreto della Cia sulle torture PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Giovedì 13 Maggio 2004 01:00

Desecretate le istruzioni agli agenti per gli interrogatori in vigore fino al '91. Ecco il manuale per sfibrare i detenuti cui hanno attinto anche gli squadroni della morte del Sudamerica

NEW YORK - Le "torture" fanno da sempre parte della storia peggiore dell'umanità; le tecniche usate dai riservisti americani nella prigione di Abu Ghraib per abusare dei prigionieri di guerra e renderli più "docili e disponibili" a parlare hanno però molte somiglianze con quelle insegnate e descritte in due manuali della Cia negli anni Sessanta e Ottanta.

Questi due documenti "top secret" sono stati ieri declassificati dagli archivi nazionali di Washington insieme a un report segreto sullo stesso argomento scritto nel 1992 dall'attuale vicepresidente Dick Cheney (allora segretario alla Difesa nella Casa Bianca di Bush padre).

Il primo manuale della Cia ("Kubark Counterintelligence Interrogation"), dove Kubark è un nome in codice per definire la stessa Cia, risale al luglio 1963 ed è di 127 pagine. Ha una dettagliata sezione che si intitola "Coercive Counterintelligence Interrogation of Resistant Sources" divisa a sua volta in tre capitoli che si chiamano Minacce e paura, Dolore e Debolezza. Dopo diverse pagine accademiche che riprendono studi universitari e dotte citazioni sulla tortura il manuale descrive nei dettagli il modo migliore per "ottenere informazioni da fonti resistenti".

Due i metodi base: non-coercitivi e coercitivi. Con il primo si tenta di far parlare il prigioniero convincendolo che è per il "suo" bene, che nessuno vuole fargli del male e così via. Più importante ovviamente il secondo, quello usato per far parlare chi non vuole, dove coercizione finisce per diventare facilmente tortura. Alcuni dettagli sono sottolineati. Ad esempio si raccomanda che scegliendo il luogo dell'interrogatorio "si conosca in anticipo che tipo di corrente elettrica ci sia, così che il trasformatore o gli altri apparecchi modificati siano a portata di mano".

Nella sezione 9 (pagine 82-104 del manuale) sotto il titolo "Minacce e paure" gli agenti Cia autori del documento scrivono che "la minaccia di coercizione normalmente indebolisce o distrugge la resistenza più di quanto possa la coercizione stessa". La minaccia di infliggere una dolore può in molti casi "suscitare una paura più grande di quanto non possa l'immediata sensazione fisica del dolore stesso". Anche la voce "dolore" viene ampiamente analizzata. Si discutono le diverse teorie del dolore sottolineando come spesso la resistenza del soggetto cede per un dolore che lui ha l'impressione di infliggersi da solo "piuttosto che con la tortura vera e propria". Un esempio? Costringendo il detenuto a stare in piedi per un lungo periodo di tempo si fa in modo che crolli la sua autofiducia, la certezza della resistenza sua e del suo fisico.

Dettagliata anche la descrizione della cella dove "interrogare": deve essere "insonorizzata", ci si deve portare solo un "soggetto" per volta, si deve avere chiaro che quella cella "è il campo di battaglia dove l'interrogante e il soggetto si incontrano e dove l'interrogante ha il vantaggio di avere il controllo totale del soggetto e del contesto ambientale". La cella deve essere massimo 3 metri per 4, senza finestre, possibilmente con le mura bianche; deve avere uno specchio "a due vie" in modo che il soggetto possa essere guardato e "fotografato" dall'esterno.

Il secondo manuale ("Human Resource Exploitation Training Manual") è di venti anni dopo ma riprende quasi per inter

 
Morti sospette e torture nell'Afghanistan occupato PDF Stampa E-mail
Scritto da Le Monde Diplomatique   
Giovedì 13 Maggio 2004 01:00

Un rapporto di Human rights watch sull'esercito americano

Molti cittadini britannici imprigionati a Guantanamo, appena liberati senza che alcuna accusa nei loro confronti fosse rimasta in piedi, hanno fatto dichiarazioni a proposito delle torture subite nei lunghi mesi di detenzione. La base americana resta un luogo di non-diritto dove, nell'indifferenza generale, sette francesi restano reclusi, mentre Parigi continua a mantenere un basso-profilo in una materia che è una flagrante violazione dei diritti umani (si veda l'articolo in questa stessa pagina). D'altronde, un rapporto dell'organizzazione Usa Human Rights Watch ha denunciato con forza il comportamento delle truppe americane in Afghanistan: violazione del diritto di guerra, uso sproporzionato della forza, saccheggi, morti sospette di civili, torture a prigionieri, ecc. Oltre a criticare tali metodi, il testo spinge a porsi domande sul comportamento delle truppe francesi che prendono parte ai combattimenti al fianco degli alleati americani. Sono responsabili di simili atti di violenza? Le autorità francesi starebbero coprendo con il loro silenzio crimini di guerra americani? È significativo che il rapporto, di cui pubblichiamo ampi stralci, in Francia non sia stato ripreso dai maggiori media e neppure ricordato in poche righe (si veda il sito http:hrw.org/ reports/ 2004/afghanistan/0304)
Uso eccessivo della forza nel corso degli arresti Le forze americane impiegano regolarmente metodi militari per effettuare gli arresti in Afghanistan, trascurando talvolta il rispetto del diritto internazionale umanitario e la Carta dei diritti dell'uomo.
Le regole di ingaggio americane, concepite per situazioni di combattimento, sono spesso applicate al posto delle procedure di arresto civili.
Inoltre le carenze dei servizi di informazione hanno provocato la cattura di civili che non erano implicati nelle ostilità, delle perdite civili nel corso delle operazioni di arresto e la distruzione ingiustificata di case. Testimonianze credibili affermano inoltre che le forze americane hanno picchiato e sottoposto a sevizie alcuni prigionieri, che le truppe afghane che accompagnano le forze americane hanno maltrattato civili e saccheggiato le case delle persone arrestate.
Secondo un responsabile dell'Onu incaricato di raccogliere delle testimonianze sulle operazioni del 2002, si rimprovera alle truppe americane di «comportarsi con una brutalità da cow-boys» nei confronti dei civili che «in genere si rivelano essere dei cittadini rispettosi della legge». Alcuni testimoni affermano in particolare che i soldati «invece di bussare distruggono le porte con granate» e trattano le donne e i bambini con brutalità.
Human Rights Watch è particolarmente preoccupata dal fuoco di copertura (suppressing fire) utilizzati nel corso delle operazioni di arresto: la tecnica di fuoco consiste nello sparare in modo intenso e continuo per immobilizzare le forze nemiche. Human Rights Watch ritiene che il ricorso a questa tecnica di fuoco (senza che il nemico abbia sparato) non sia opportuno per gli arresti effettuati nelle zone residenziali, dove nessun combattimento è in corso nel momento delle operazioni.
Il caso di Ahmed Khan e dei suoi figli Una sera del luglio 2002 le forze americane assaltano la casa di Ahmed Khan, nel distretto di Zurmat, che fa parte della provincia di Paktia. Il distretto di Zurmat, anche se non del tutto sicuro, è strettamente controllato dalle forze afghane alleate degli Stati uniti. Nel corso dell'assalto, Ahmed Khan e i suoi due figli, di 17 e 18 anni, sono arrestati. Un contadino è stato ucciso e una donna di una casa vicina è rimasta ferita. Human Rights Watch ha interrogato alcuni testimoni dell'assalto, che Ahmed Khan racconta in questo modo: Era l'epoca del raccolto. I contadini dormivano vicino a mucchi di fieno... Dovevano essere le 9 di sera. Eravamo a letto ma non dormivamo ancora... Improvvisamente c'è stato molto rumore. Gli elicotteri sorvolavano sopra di noi. Ci sono state forti esp
 
Usa, Condoleezza Rice:Italia forte alleato PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Giovedì 13 Maggio 2004 01:00

WASHINGTON. L'Italia «è un forte alleato della coalizione» in Iraq e ha dimostrato tutta la sua forza dopo l'eccidio dei carabinieri a Nassiriya. Lo ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Condoleezza Rice, in una conversazione con alcuni giornalisti europei.

«Stiamo prestando un sacco d'attenzione all'Italia perché è un buon amico ed è un forte membro della coalizione», ha detto la Rice, rispondendo a una domanda sulla grande intensità dei contatti tra Washington e Roma in queste settimane.

La Rice ha aggiunto: «La tenuta dell'Italia non ci preoccupa. Una delle cose dell'Italia che mi ha più impressionato è stato quello che è successo» quando 17 carabinieri e due civili vennero uccisi in un attentato a Nassiriya il 12 novembre.

«Senza esitazione - ha ricordato la Rice - non solo il governo, ma gli italiani dissero che dovevano restare. E c'è stata gente che s'è offerta volontaria per rimpiazzare i caduti».

«L'Italia - ha proseguito la Rice - è un Paese passato attraverso tempi difficili».

Il 4 giugno, il presidente George W. Bush «andrà in Italia per celebrare il 60.o anniversario della liberazione di Roma. L'Italia sa che cosa significa agognare la libertà ed essere liberati».

Quanto all'intensità dei contatti, «è importante avere continue consultazioni, specie coi membri della coalizione».

 
Iraq, moglie Cc morto a Nassiriya: mi parlò delle torture PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Mercoledì 12 Maggio 2004 01:00

Pina Bruno, vedova di uno dei caduti di Nassiriya, al Tg3 "Massimiliano ha visto come trattavano i prigionieri iracheni" Torture, rivelazione-choc "Mio marito ha visto tutto" L'opposizione al governo: "Avete mentito? Ora dite la verità Anche Amnesty denuncia: "L'esecutivo era informato"

ROMA - Il governo italiano sapeva delle torture in Iraq? E i nostri comandi militari? La domanda circola da giorni. Con crescente inquietudine. Ma dalle sette di questa sera, ora di inizio del Tg3, diventa una valanga. Perché - mentre Amnesty ribadisce che le autorità italiane erano informate - ora sappiamo che c'è un soldato italiano che sapeva. Che ha visto quel carcere. E si è inorridito. Si chiama Massimiliano Bruno. E' uno dei caduti di Nassiriya, che raccontò a suo tempo alla moglie Pina ciò che aveva visto ad Abu Ghraib, il carcere degli orrori.

L'intervista a Pina Bruno. Una sintesi della conversazione nella quale la donna racconta quel che le disse Massimiliano, è stata trasmessa nella edizione serale del Tg3. La versione integrale andrà in onda alle 23.20, in Primo Piano. Sono parole che pesano come pietre. E che provocano una pressante richiesta di chiarimento dell'opposizione al governo, che ha sempre detto di essere all'oscuro di tutto. Eccole.

"Ho visto quel carcere - racconta Pina Bruno citando le il racconto del marito - e ho visto che trattavano i prigionieri peggio degli scarafaggi, una cosa squallida, bruttissima, li tenevano nudi". E ancora: "Se me lo raccontavano non ci avrei creduto, siamo nel 2000, neanche nella prima guerra mondiale c'erano queste torture... c'erano dei posti sotterranei dove si nascondevano e nascondevano questi iracheni".

Ma soprattutto: i carabinieri avevano denunciato questi fatti? Pina Bruno non ha dubbi: "I superiori lo sanno, sono lì, fanno finta di non aver sentito, Massimiliano mi disse che ognuno aveva un compito, c'era una persona che comunicava quello che aveva visto, quello che succedeva e quello che stava per succedere e poi comunicava all'Italia, è assurdo che dicano che non sapevano niente".

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Bagarre alla Camera. Pochi minuti, e il clima politico si surriscalda. E' bagarre in aula, dove Pierluigi Castagnetti della Margherita annuncia cosa ha appena trasmesso la terza rete Rai. Dai banchi della maggioranza lo apostrofano con le grida di "buffone" e "sciacallo". Il centrosinistra chiede che il governo venga subito a riferire in aula. Il clamore si fa sempre più assordante. Il Presidente di turno Biondi grida: "Basta! Non siamo allo stadio!".

Il leader dei Verdi Pecoraro Scani chiede le dimissioni dei ministri Frattini e Martino. Il capogruppo del Pdci Marco Rizzo parla di "annuncio che lascia sgomenti", e di un premier "che ha mentito". Poi parla Rutelli: "Abbiamo chiesto al governo sin dall'inizio di dire la verità. Abbiamo avuto risposte secche e nette, mi auguro che chi le ha date non se ne debba pentire".

La maggioranza contrattacca: Ignazio La Russa (An) "visto che il governo non sapeva", parla di attacchi ai Carabinieri da parte dell'opposizione. Luca Volontè (Udc) torna a dirsi convinto che "il governo non fosse a conoscenza di quanto accadeva". Da Forza Italia giungono accusa di sciacallaggio al centrosinistra.

Anche Amnesty denuncia: l'esecutivo sapeva. Per il governo la posizione si fa difficile. E si annuncia infuocato il question time di domani con il ministro Martino. Anche perché proprio oggi, prima delle rivelazioni del Tg3, la sezione italiana di Amnesty International sostiene che l'argomento torture "fu oggetto, il 3 luglio 2003, di una comunicazione del Sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver alla Commissione Affari Esteri della Camera''.

Ricorda Amnesty: rispondendo a una interrogazione dell'on. Piscitello la Boniver affermava che "in relazione alle denunce sulle condizioni ri

 
La famiglia dell'ostaggio americano decapitato accusa le forze della coalizione PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Mercoledì 12 Maggio 2004 01:00

"Se lo avessero rilasciato subito gli americani Nick oggi sarebbe vivo", ha detto Michael Berg, il padre.

La famiglia di Nick Berg, il giovane americano decapitato in un macabro video diffuso su un sito Web legato ad al Qaeda, ha espresso rabbia verso il governo americano e i militari Usa che in marzo hanno lo hanno detenuto senza ragione, senza alcuna incriminazione né accesso a un telefono e men che meno a un avvocato. Nick Berg, un piccolo imprenditore nel settore delle telecomunicazioni, aveva 26 anni. Era andato in Iraq per suo conto ma non aveva trovato lavoro e aveva deciso che sarebbe tornato in patria il 30 marzo. Il 24 marzo aveva parlato con i genitori annunciando la data della partenza, ma lo stesso giorno era stato fermato dalla polizia irachena a un posto di blocco di Mossul. Consegnato alle autorità americane era stato detenuto per 13 giorni senza avvocato o la possibilità di comunicare con l'esterno, hanno rivelato adesso i suoi genitori.

Il 31 marzo agenti dell'Fbi avevano fatto visita a casa dei Berg a West Chester in Pennsylvania e chiesto ai genitori di confermare l'identità del figlio. Il 5 aprile, stanchi di non avere più notizie, i Berg si erano rivolti a un tribunale di Filadelfia denunciando le forze armate Usa per arresto illegale di un cittadino americano. Il giorno dopo Nick era di nuovo libero.

Ai primi di aprile in Iraq è cominciata la stagione dei rapimenti: il 9 aprile, l'ultimo giorno in cui il giovane ha parlato con casa, nove americani tra cui sette civili alle dipendenze dell'Halliburton, sono mancati all'appello.

Berg padre è un fervente pacifista, ma Nick non andava d' accordo con lui. "Nick era per Bush. Per lui la guerra in Iraq era una guerra giusta che avrebbe portato la democrazia dove la democrazia non c'era", ha detto Michael.
 
Lynndie England: "obbedivo agli ordini" PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Mercoledì 12 Maggio 2004 01:00

"Stavamo facendo il nostro lavoro, il che significa che stavamo eseguendo ciò che ci era stato ordinato ed il risultato era ciò che i superiori volevano".

Nuovi particolari sulle torture ad Abu Ghraib emergono dall'intervista a Lynndie England (la soldatessa che compare in diverse pose nelle foto che testimoniano le torture in Iraq) all'emittente Kcnc di Denver in Colorado. Dal carcere militare di Fort Bragg, dov'è detenuta, la England conferma di aver "ricevuto istruzioni da persone di grado superiore di posare lì, di tenere questo guinzaglio...loro poi hanno scattato le foto". E ancora: "Certo, pensavo che fosse tutto un pò strano, ma per quanto ci riguarda stavamo facendo il nostro lavoro, il che significa che stavamo eseguendo ciò che ci era stato ordinato ed il risultato era ciò che i superiori volevano".Alla domanda se i prigionieri ricevessero trattamenti anche peggiori la ragazza risponde "sì", senza però dare altre spiegazioni".

 
Torture: Bush è con Rumsfeld PDF Stampa E-mail
Scritto da Lastampa.it   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Alla Difesa «lavoro superbo». Il presidente vede foto inedite al Pentagono: faremo giustizia

11 maggio 2004

BAGHDAD (Iraq). Il presidente George W. Bush non scarica il segretario alla difesa Donald Rumsfeld. Anzi, al termine di una visita al Pentagono, ne fa un forte elogio, lodandone il coraggio e la leadership: «L'America ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti, sta facendo un lavoro superbo», dice.

Nella bufera per le sevizie inflitte da soldati americani a detenuti iracheni, Rumsfeld resta, dunque, al suo posto, con tutto lo Stato Maggiore della difesa americano, confortato dalle parole del presidente. Almeno per ora. Lo scandalo delle sevizie nel carcere di Abu Ghraib tiene in serbo altre puntate, migliaia d'immagini di umiliazioni e di violenze. Se ne rende conto di persona Bush, che, al Pentagono, vede una ventina di foto e mini-video finora inediti: squallidi souvenir della campagna della vergogna divenuti la prova schiacciante e imbarazzante di comportamenti abominevoli.

Le immagini mostrate a Bush non riguardano stupri, ma sono «sconvolgenti»: contengono - a quanto s'è appreso - «atti di degradazione dell'individuo e comportamenti inappropriati anche di natura sessuale».

È la prima volta che il presidente vede qualcosa che non sia già stato pubblicato. «La sua reazione - racconta il suo portavoce Scott McClellan - è stata di profondo disgusto e d'incredulità»
che soldati americani abbiano potuto arrivare fino a quel punto d'aberrazione e degrado.

Casa Bianca e Pentagono stanno valutando se cercare di controllare il danno della pubblicazione di foto e video diffondendone una parte di loro iniziativa, evitando di mettere in circolazione solo i documenti più crudi.

Oggi una parte del materiale sarà mostrato a deputati e senatori: un gruppo ristretto, per limitare le fughe di notizia alla stampa (che, comunque, ci saranno).

Al termine della visita al Pentagono, dove ha ricevuto un rapporto dettagliato sull'andamento del conflitto e sullo scandalo delle sevizie, Bush è parso teso e scuro in volto dopo avere ribadito il suo appoggio allo staff politico-militare dice che i responsabili dello scandalo saranno individuati e giudicati. Le loro azioni, nota, «hanno causato danno» agli Stati Uniti «ben oltre le mura della prigione» degli orrori di Abu Ghraib contribuendo ad ispessire i dubbi sulla missione americana e sulle sue motivazioni. Bush parla di «abusi crudeli e disgraziati» che sono «un insulto al popolo iracheno» e «un affronto ai livelli più elementari di moralità e di decenza».

La linea politica resta però inalterata; la priorità è - dice - la sicurezza dell'America; «daremo alle nostre truppe tutti i mezzi necessari per portare a termine il loro lavoro. Intendiamo completare l'opera che abbiamo cominciato verso un Iraq libero e
democratico».

lastampa.it

 
Senza aiuti l'Iraq muore PDF Stampa E-mail
Scritto da Famiglia Cristiana (Fulvio Scaglione)   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Sempre più esigui i contributi per le ricostituzioni postbelliche di un paese distrutto da due guerre e da un severissimo embargo.

«Il problema, innegabile, è questo: i militari sono solo una componente del nation building, della ricostruzione di una nazione». Impossibile non dar ragione al generale Giulio Fraticelli, capo di Stato maggiore dell’Esercito, quando fa notare, in una recente intervista, che l’impiego delle truppe non è la soluzione quando il problema è quello di uno Stato che si disgrega e di una nazione che drammaticamente si divide. Una realtà che non riguarda solo il contingente italiano di stanza a Nassiriya e neppure il solo caso, pur clamoroso, dell’Iraq.Se andiamo a ripercorrere i dati, vediamo che il nation building sta ottenendo sempre meno fondi. In Kosovo sono stati spesi 814 dollari l’anno per abitante, a Timor Est 256, in Bosnia 249, giù giù fino ai poveri 67 dollari l’anno per abitante spesi finora in Afghanistan. Facile notare che i contributi ai vari dopoguerra si son fatti via via più esangui, anche perché nel frattempo siamo intervenuti in Paesi sempre più grandi e popolosi.

L’Occidente e i suoi alleati, insomma, non hanno abbastanza quattrini (o li hanno e non possono spenderli) per tutte le imprese in cui si lanciano. Saranno conti della serva, ma sarebbe stato meglio tenerli a portata di mano prima di promettere la ricostruzione dell’Irak. Non bastano gli interventi armati, dunque, e neppure le forze armate, come ricorda il generale Fraticelli. Il quale, poi, per carità di patria, evita di affondare il colpo e si limita a lamentare l’assenza delle "associazioni non governative" e delle "organizzazioni internazionali" dalla regione irachena controllata dalle truppe italiane.

È una rimostranza che i nostri soldati hanno finora espresso solo a mezza bocca, ma che è ben presente ai loro occhi, anche perché gli ordini e le priorità della missione in Irak sono chiari: primo, garantire la sicurezza dell’area; secondo, agevolare l’afflusso degli aiuti umanitari e la ricostruzione. I contingenti che si sono avvicendati a Nassiriya, invece, hanno dovuto fare l’uno e l’altro: proteggersi e proteggere gli iracheni, ma anche far ripartire la centrale elettrica, distribuire gli stipendi agli ex soldati, asfaltare le strade. 

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