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Scritto da Franco Nerozzi   
Venerdì 27 Marzo 2009 10:27
obamaGli U.S.A. a colloquio con la giunta birmana. la Thailandia si propone come mediatrice in un negoziato tra Karen e governo militare. Prima o poi doveva accadere. Lo avevamo previsto e quindi non ci sorprendiamo. Nel
mondo governato dalla logica dei poderosi flussi economici e commerciali, in questo
"grande gioco" da villaggio (e mercato) globale, era soltanto questione di tempo. Un paese
come la Birmania, demonizzato a parole da buona parte dei governi democratici
occidentali, descritto come una fucina di nefandezze e di soprusi ai danni di movimenti
libertari e di monaci buddisti, riceve ora le lusinghiere proposte del Dipartimento di Stato
americano, e l"utile collaborazione del governo tailandese, per risolvere il problema del suo
futuro assetto politico. Stephen Blake, direttore della sezione Sud Est Asiatico del
ministero per gli affari esteri statunitense, ha compiuto due giorni fa una visita ufficiale
nella nuova capitale del Myanmar, incontrando il suo omologo birmano per una serie di
colloqui. I giornali governativi birmani descrivono l"incontro "cordiale e fruttuoso, inteso al
deciso miglioramento dei rapporti bilaterali tra Myanmar e Stati Uniti". Pare si sia parlato di
una lista di questioni di interesse comune tra i due governi, in vista delle elezioni in
Myanmar, previste per il 2010. E" dello stesso giorno la proposta avanzata dalla Thailandia
alla leadership della KNU (Unione Nazionale Karen) per l"avvio di negoziati con la giunta
militare di Rangoon per il raggiungimento di un cessate il fuoco dopo 60 anni di conflitto.
Ricordiamo che negli ultimi sei anni la Thailandia ha strangolato la resistenza Karen
esercitando lungo i suoi confini un capillare controllo sui flussi di viveri ed equipaggiamenti
diretti ai reparti dell"Esercito di Liberazione, arrestando comandanti militari e
rappresentanti politici, consentendo alle milizie filobirmane coinvolte nel traffico di
stupefacenti di sconfinare ripetutamente per colpire alle spalle i reparti della guerriglia, e
infine espellendo dal paese tutti gli iscritti alla KNU. Una manovra diretta chiaramente
all"indebolimento della resistenza contro i Birmani, con i quali Bangkok ha stretto negli anni
accordi commerciali di grande importanza. Ora, con i Karen oramai allo sbando, la
proposta tailandese suona come un ultimatum: o accettate il dialogo (a condizioni
facilmente immaginabili) oppure ve la vedete con l"esercito birmano, senza più poter
contare su una base logistica arretrata da cui poter, sebbene faticosamente, rifornire i
resistenti.
Era previsto, dicevamo. Lo si capiva da come la guerriglia Karen non avesse mai, e
ripetiamo mai, ricevuto alcun supporto da qualsivoglia governo, tanto meno da quello
statunitense, nonostante quello che sostengono improvvisati "esperti" di Birmania di cui
abbiamo letto ultimamente supponenti analisi. Abbiamo letto dei Karen descritti come il
braccio dell"imperialismo USA, come un cuneo inserito nel costato della Cina, ultimo
baluardo contro l"omologazione planetaria diretta da Washington. Chi ha voluto andare a
vedere con i propri occhi quel che succedeva in quella parte del mondo (mettendosi uno
zaino in spalla e introducendosi clandestinamente in Birmania) ha avuto modo di capire
quanto lontane dalla realtà siano a volte certe teorie, perfette soltanto se rimangono
nell"alveo di uno studiolo, o nelle noiose sale che accolgono interminabili convegni di
geopolitica. Cina, Stati Uniti, India, Russia, Thailandia, Israele, Singapore, Giappone, Gran
Bretagna, Australia, Germania: questi paesi sono oramai parte del gioco birmano. Con le
loro connessioni, le pressioni commerciali e diplomatiche esercitate in diversi modi sulla
giunta di gerontocrati al potere a Rangoon, con le consegne di armi, gli accordi di importexport
, le aziende multinazionali, sempre astute e fameliche, a riempire di regali i generali
e i loro famigliari. Con l"enorme affare della droga, sempre più business per governi in
cerca di liquidità.
Fuori dai giochi, paradossalmente dovremmo dire se non conoscessimo invece come
funziona il mondialismo, quelli che noi consideriamo i legittimi difensori dell"intoccabile
diritto all"autodeterminazione. Quei Karen che avevamo deciso di aiutare sulla base della
condivisione dei motivi della lotta da essi condotta: difesa dell"identità, rifiuto di ogni droga,
preservazione del territorio dei Padri, tutela dei figli, mantenimento delle tradizioni. Oggi i
Karen vengono sacrificati sull"altare degli equilibri economici. Non contano nulla. Anzi,
disturbano gli operatori del mercato. Rallentano il progresso e la realizzazione delle
"grandi opere". La pace che viene loro proposta, ammesso che di pace vera si tratti,
implicherà una serie di rinunce rispetto agli ideali da essi perseguiti. E già all"interno della
resistenza si acuiscono le differenze che opponevano l"ala politica a quella militare. Vi
sono comandanti dell"Esercito di Liberazione che non vogliono sentir parlare di accordi.
Non per ottuso rifiuto di alternative alla lotta armata. Ma perché sanno che i negoziati
vanno condotti da posizioni di forza, e non quando si ha un cappio stretto intorno al collo.
La rabbia nei confronti dei tailandesi monta tra i reparti Karen. Alcune unità sarebbero
desiderose di combattere su due fronti: contro i Birmani e allo stesso tempo contro i soldati
di Bangkok. La leadership politica, abituata a vivere lontana dai campi di battaglia,
comodamente ospitata (finora) nelle cittadine tailandesi, spesso sorda nei confronti delle
richieste dei combattenti, pare abbia invece un forte desiderio di concludere in qualche
modo sessanta anni di esperienza rivoluzionaria. Il nuovo ordine mondiale sta sistemando
anche questa faccenda. Tutti contenti, tutti con la loro fetta di torta.
Tutti, tranne chi ha lottato armi in pugno, inutilmente, per 60 anni, per degli ideali fuori
moda. Anzi, fuori mercato.

 

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