E l’Italia si adegua subito Stampa
Scritto da Daniela Minerva (L’Espresso)   
Domenica 26 Dicembre 2004 01:00

Privatizzazione della sanità: l’ultima frontiera della rapina globale made in U.S. L’Italia, ovviamente, si uniforma di corsa. Sulla tua pelle.

Prendiamo un bambino di quattro anni che tossisce ininterrottamente per 365 giorni l'anno. Il pediatra, ospedaliero, ipotizza una qualche forma allergica e, alla vigilia dell'autunno, gli prescrive un certo numero di accertamenti. Ma il presidio pubblico della civilissima Asl Emilia-Romagna gli dà appuntamento nell'aprile dell'anno dopo. Aspettare e passare l'inverno con gli aggravi sintomatici inevitabili con le altrettanto inevitabili malattie da raffreddamento? No, bastano 350 euro, e in una settimana il pediatra avrà le analisi utili per procedere con la terapia e, chissà, il bimbo potrà smettere di tossire almeno un po'. Oppure, prendiamo una colf ecuadoregna incinta nel bailamme della sanità capitolina di inizio estate. Serve un'ecografia. Sei mesi: ovvero, quando il bimbo potrebbe essere già nato. Con 120 euro si fa subito.
Non basta? Seguiamo allora nel suo peregrinare una signora di 63 anni affetta da un tumore metastatico del colon. Ha una tempra da leone e sono tre anni che passa da una terapia all'altra, tenendo a bada il suo male e facendo la vita di sempre (a parte i periodi della chemio). Ma l'oncologo ha impiegato tutte le armi che aveva a di sposizione e dopo un po' nella guerra contro il cancro le armi si spuntano. La scienza, però, ne mette in campo sempre di nuove: arriva l'Erbitux, l'ultimo nato nella celebratissima famiglia delle nuove terapie anticancro. Ma costa precisamente 5 mila euro a ciclo. La casa che lo commercializza, la Roche, conosce lo stato pietoso in cui versano le casse delle Asl e, come di consueto, lo fornisce gratuitamente solo all'interno di protocolli clinici di sperimentazione in cui la signora non rientra. Biasimereste l'oncologo che sa quanto il farmaco potrebbe servire alla signora e si offre di somministrarlo in una clinica privata se lei se lo compra? La signora e il suo medico si arrangiano come possono, ma poi lei chiama il Tribunale per i diritti del malato per raccontare la sua storia e, se non altro, indignarsi.
Già queste sembrano tre storie di quotidiana indignazione. Di diritti negati, di cittadini vessati: le solite, insomma, quando si racconta la sanità italiana. Ma non è così. Perché vicende come queste non sono usata malasanità, ma esempi di una trasformazione importante del nostro sistema sanitario nazionale che, sotto i colpi delle riforme e dei tagli, si sta modificando in un sistema misto: a compartecipazione, in cui a fronte di uno Stato che spende meno ci sono i cittadini che si pagano le prestazioni. Lo documenta con grande precisione il 'Rapporto Ceis Sanità 2004', redatto da un gruppo di lavoro coordinato dall'Università di Roma Tor Vergata che snocciola le cifre di questa privatizzazione silenziosa. Inevitabile, forse, a fronte del principio che si va lentamente affermando anche negli ambienti più affezionati al servizio pubblico che 'chi può permetterselo collabori alla spesa sanitaria', ma inevitabilmente iniqua perché non avviene all'interno di un sistema che accetta il principio e lo regola, stando bene attento all'equità, ma procede a caso, in maniera sgangherata e forzata, generando sacche inedite di povertà.
Così, nel 'Rapporto Ceis' leggiamo che "l'equità sociale del sistema sanitario italiano risulta decisamente bassa nei confronti internazionali. Le ragioni di ciò sono da ricercarsi nell'impatto sui bilanci delle famiglie della spesa sanitaria sostenuta direttamente". Che, come mostra il grafico qui sotto, oggi copre oltre il 27 per cento dei costi del siste