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La sherpa birmana PDF Stampa E-mail
Scritto da ilgiornale.it   
Giovedì 12 Novembre 2015 00:18


Rifatto il trucco del paese ormai passato sotto l'influenza americana


I generali birmani hanno sicuramente perso e l'eroina internazionale Aung San Suu Kyi è l'indiscussa vincitrice delle elezioni in Myanmar. La sinistra nostrana si spella le mani per gli applausi dalla presidente della Camera, Laura Boldrini all'ex premier Romano Prodi, ma siamo veramente sicuri che ha vinto la democrazia dura e pura? Chi conosce l'ex Birmania sa bene che San Suu Kyi, da icona della libertà, è diventata autoritaria secondo gli stessi rivoluzionari che per anni l'hanno sostenuta. Il Dalai Lama l'ha richiamata duramente sul pesante silenzio di fronte al massacro di una minoranza musulmana da parte dei nazionalisti buddisti. Forti critiche ha sollevato il suo recente viaggio in Cina dove non ha speso una parola per un premio Nobel, come lei, che langue nelle galere di Pechino. Pur sapendo di non poter essere eletta capo dello stato l'eroina birmana ha detto a poche ore del voto, che se vincerà sarà «al di sopra del presidente».
Nelle elezioni libere di domenica i birmani hanno cambiato pagina. In Myanmar ha trionfato la Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd) conquistando 35 dei 36 seggi al parlamento e sembra oltre il 70% dei voti. La «Signora», come viene chiamata San Suu Kyi, già vinse nel 1991, ma i generali ribaltarono i risultati tenendola agli arresti domiciliari per 15 anni. Peccato, però, che negli ultimi tempi l'icona della libertà stia mostrando il suo vero volto più simile ad una scaltra Isabelita Peron orientale, che alla gracile figura di eroina democratica osannata dal mondo intero.
«Ci vuole tenacia per costruire la democrazia. La tenacia che per decenni ha avuto Aung San Suu Kyi, che può festeggiare insieme al suo popolo una vittoria storica, della quale gioisce in tutto il mondo chiunque abbia a cuore la libertà e i diritti umani» ha subito dichiarato Boldrini, presidente della Camera. Strano, che l'ex portavoce Onu, non sia a conoscenza che pochi mesi fa il Dalai Lama ha stigmatizzato il silenzio di Aung San Suu Kyi sul massacro dei Rohingya, una minoranza musulmana pacifica, ma invisa ai buddisti. Non solo: prima delle elezioni la «Signora» birmana ha epurato tutti gli islamici dalla sue liste elettorali con il plauso degli ultra nazionalisti. Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera, che al massimo conosce Trieste, la sua città, si è lanciato nel seguente tweet: «Dialogo continuo, coraggio e non violenza sono state le uniche armi di Aung San Suu Kyi per vincere. Birmania finalmente libera e democratica». Anche lui non ha idea che la «Signora» birmana ha purgato molti dei suoi compagni di strada della prima ora della cosiddetta Generazione 88 perché considerati poco ubbidienti. Min Zin, esperto Usa di faccende birmane, ha parlato chiaramente di una deriva verso «una leadership in stile autoritario». Romano Prodi e Dario Fo hanno cantato assieme le lodi dell'eroina dei due mondi parlando «di vittoria straordinaria». E Federica Mogherini da Bruxelles parla di «pietra miliare». In giugno, quando Aung San Suu Kyi, è stata per la prima volta in visita in Cina, che per anni ha appoggiato i generali, suoi carnefici, ha attirato dure critiche dalle organizzazioni dei diritti umani, che un tempo l'avevano appoggiata. Lei premio Nobel per la pace non ha speso una parola per un suo collega, che ha ottenuto lo stesso riconoscimento per la letteratura, Liu Xiaobo, ma ha la sfortuna di scontare una condanna di 11 anni per sovversione nelle segrete cinesi.
Fin dal 2013 il partito dell'eroina ha accettato finanziamenti della stessa cricca che per anni ha finanziato i generali. Le prima crepe con i veri democratici del suo partito sono iniziate quando ha accettato l'alleanza con Thura Shwe Mann, un ex generale. Myo Khin, ex compagno di lotte dell'eroina birmana, non ha dubbi: «L'obiettivo sarà anche la democrazia, ma la via che ha scelto per raggiungerla è autoritaria».
 

 

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