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In Belgio la barzelletta si fa tragica PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Scianca (ilprimatonazionale.it)   
Mercoledì 25 Novembre 2015 00:04


Dalla sostituzione della popolazione alla guerra etnoreligiosa

Tra la mente siriana e gli obiettivi francesi degli attentati di venerdì scorso, il Belgio sembra avere il ruolo di fondamentale snodo intermedio per il terrorismo internazionale su scala europea. Accade quindi che accanto agli uffici degli eurocrati intenti a misurare la curvatura delle banane, migliaia di “risorse” venute dall’immigrazione preparino massacri di quel che resta della popolazione autoctona. Come è possibile tutto ciò?

Va innanzitutto chiarito come il Belgio rappresenti uno dei laboratori della sostituzione di popolo, soprattutto nelle grandi città. Al primo gennaio 2012, erano 1.169.064 (il 10,6% della popolazione) le persone di nazionalità straniera residenti in Belgio. Il numero degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza belganel 2013 è stato di 38.612. I principali Paesi da cui provengono questi “nuovi belgi” sono, nell’ordine, Marocco, Italia, Turchia, Congo e Russia. Il Marocco, da solo, assorbe il 7% delle nuove entrate e il 20% degli ingressi da fuori Europa. Nel 2012 il Belgio ha accolto il 7% delle domande d’asilo presentate in Ue, piazzandosi al quinto posto nell’Unione, dietro Germania, Francia, Svezia e Gran Bretagna, ma con un’estensione geografica incomparabile a ciascuno di questi Paesi. Tutto questo con importanti effetti sul tessuto identitario sociale: non a caso più di 8 belgio-marocchini e belgio-turchi dichiarano di essere abbastanza o fortemente legati al proprio Paese d’origine.

La gran parte di questi nuovi arrivi si concentra nella regione della capitale. Nel 2012, la regione di Bruxelles ha registrato 49.107 arrivi e 29.609 partenze, con un saldo migratorio di +19.498 persone. Bruxelles da sola assorbe il 44% del saldo migratorio internazionali di tutto il Paese. Oggi si calcola che il 75% della popolazione di Bruxelles sia immigrata o discenda da immigrati. La capitale sarebbe quindi tre volte più meticcia della Vallonia e cinque volte più delle Fiandre.

Tutto questo con quali risultati? Lo si è visto lunedì mattina, quando i corpi speciali della polizia belga sono entrati in assetto di guerra nel quartiere di Molenbeek, proprio a Bruxelles. Le forze dell’ordine hanno infatti trovato un biglietto di un parcheggio di Molenbeek a bordo di una delle auto usate dagli attentatori di Parigi. Il caso di questa zona della capitale della Ue è particolarmente emblematico: “L’elenco delle persone che sono transitate per Molenbeek prima di essere coinvolte in attività terroristiche è impressionante”, ha scritto Le Monde. Un quarto d’ora a piedi dal centro della città, 100mila abitanti, 34mila musulmani, 22 moschee: Molenbeek è un pezzo d’Europa che non è più Europa.Per tacere dell’inchiesta attuale, con questo quartiere hanno a che fare: i responsabili dell’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers smantellata nel gennaio scorso, quella dell’attentato fallito sul treno francese dell’agosto, gli uccisori del capo afghano Ahmed Shah Massoud, due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004, nonché Amedy Coulibaly, l’uomo che uccise quattro ostaggi nel supermercato kosher di Parigi lo scorso gennaio. Attualmente sono circa 800 i cittadini belgi stanno combattendo il jihad in Medio Oriente. Il Belgio è il paese che in proporzione fornisce più foreign fighters tra tutti gli stati europei: a ottobre c’erano 190 belgi in Siria, di cui 101 provenienti da Bruxelles.

Le Soir ha ricordato come nel 2010 ci furono delle sparatorie a colpi di kalashnikov, in pieno giorno, a Molenbeek e Anderlecht. Il giorno dopo, scrive il principale quotidiano belga, molti titoli evocarono la Chicago degli anni ’30. Eppure non si trattava di Al Capone e dei suoi scagnozzi, ma di “una bomba sociale, che nessuno voleva vedere e gestire” composta dai seguenti elementi: “boom demografico, forte densità urbana, disoccupazione endemica (tocca un terzo dei giovani con meno di 20 anni e il 40% a Molenbeek), concentrazioni culturali ghettizzanti”. Anche in questo j’accuse alle autorità, resta comunque un grande non-detto: l’immigrazione. Di questo passo, presto non ci sarà neanche più una lingua europea per dirlo.

 

 

 

 

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