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Scritto da Andrea Marcigliano x nododigordio.org   
Giovedì 25 Gennaio 2018 00:10


L'Italia eccelle e ha carte decisive ma non ha mai le spalle coperte e tutto si mostra vano

La notizia che l’Italia ha assunto, per il 2018, la Presidenza dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa è passata praticamente sotto silenzio sui nostri media, soffocata dall’imminenza delle elezioni politiche e dal dibattito economico.
Eppure si tratta di un avvenimento che riveste grande importanza e che sta già rendendo il nostro paese oggetto di molta attenzione internazionale. E, ovviamente, di molte aspettative, perché, appunto, molti sono i dossier caldi che dovrà affrontare. Una grande occasione, quindi, per acquisire maggior peso sulla scena internazionale e, di conseguenza, anche per cercare di curare i propri interessi.
In primo piano fra quelle che la Presidenza italiana dell’Osce dovrà affrontare vi è l’ormai annosa questione del contenzioso fra Armenia e Azerbaigian a proposito del Nagorno-Karabakh. Contenzioso che risale allo sfaldamento dell’Urss, quando la comunità armena del Nagorno-Karabakh -da sempre territorio dell’Azerbaigian - chiese il trasferimento del territorio stesso all’Armenia. Una richiesta che è stata sostenuta dall’Armenia, le cui forze armate - appoggiate militarmente da attori terzi - hanno occupato non solo il Nagorno-Karabakh, ma altri sette distretti azeri, provocando l’esodo di oltre un milione di azeri; di fatto una vera e propria “pulizia etnica”, una delle tante cui, purtroppo, l’Europa ha assistito impotente all’infrangersi di quel mosaico multietnico che era l’Impero dei Soviet. Situazione che ancora perdura, vero e proprio conflitto “congelato”, che rischia periodicamente di riaccendersi; e, nonostante le numerose risoluzioni dell’Onu, i documenti di vari consessi ed enti internazionali, che deprecano l’occupazione militare e chiedono una soluzione negoziata che garantisca gli interessi di tutti e che restituisca a Baku la sua sovranità sui territori occupati, permettendo il ritorno a casa delle masse di esuli, sino ad oggi, non si è giunti ad alcun risultato. Anche perché il "Gruppo di Minsk" dell’Osce, il comitato internazionale delegato dalle Nazioni Unite per risolvere il problema, è restato sostanzialmente paralizzato dagli interessi particolari delle tre potenze che ne condividono la presidenza: Francia, Russia e Stati Uniti.
L’Italia fa parte del “Gruppo di Minsk” e in quella sede ha, a suo tempo, come primo presidente, avanzato la proposta di cercare di risolvere il contenzioso fra Baku e Erevan, preparando il calendario delle misure urgenti in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che prevedevano la fine del contenzioso e il ritiro delle truppe dell’Armenia dai territori occupati dell'Azerbaigian. Proposta, quella italiana, restata purtroppo inascoltata.
Partendo da questa esperienza l’Italia può contribuire alla soluzione proponendo anche il modello dell’Alto Adige: la restituzione dei territori occupati all’Azerbaigian, che riacquisirebbe, così, la sua integrità territoriale, il ritorno dei rifugiati azeri alle loro case e parallelamente la concessione al Nagorno-Karabakh - nel contesto della Repubblica dell’Azerbaigian - di un ampio statuto di autonomia - sotto egida internazionale - che garantirebbe la minoranza armena. Come avviene appunto nell’Alto Adige, dove la minoranza di popolazione di lingua tedesca viene considerata, da tutti gli osservatori internazionali, come la minoranza più tutelata d’Europa.
Ovvio, quindi, che l’assunzione da parte di Roma della presidenza dell’Osce susciti molte speranze ed aspettative. In particolare Baku, ha apprezzato l'inclusione della soluzione di questo conflitto nella lista delle priorità della presidenza italiana, ricordando le proposte dell’Italia come primo presidente del gruppo di Minsk ed esprimendo la speranza che l'Italia, in qualità di Presidente dell'Osce, porti avanti la sua posizione sull'attuazione delle richieste delle risoluzioni dell’Onu. Inoltre, ha richiamato la piena adesione ai principi e agli impegni dell'Osce da parte di tutti gli Stati partecipanti, prerequisito necessario per ripristinare lo “spirito di Helsinki” e per raggiungere una soluzione pacifica dei conflitti.
Certo, i legami fra Roma e Baku sono solidi, anche perché l’Azerbaigian è il nostro principale fornitore di petrolio, attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Inoltre dal Caspio azero dovrebbe partire il Corridoio Meridionale del Gas, cui ultima tappa è la Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto che, giungendo sulle nostre coste, farà dell’Italia il principale hub per la distribuzione del gas naturale in tutta l’Europa meridionale. Ma le necessità di pacificare l’intera regione caucasica, portando finalmente a soluzione la questione del Nagorno-Karabakh, è di ordine più generale e inferisce sugli equilibri geopolitici mondiali. Infatti il Caucaso, ed in particolare l’Azerbaigian, riveste un ruolo strategico in quel nuovo tessuto di linee di trasporto, comunicazioni - basti pensare alla ferrovia Baku-Tbilisi-Kars recentemente inaugurata - pipeline, che dovrebbe innervare tutto il complesso eurasiatico, collegando l’oriente cinese con il nostro Mediterraneo. In sostanza il progetto Belt and Road, la Via della Seta 2.0 annunciata all’ultimo Congresso del PCC dal presidente Xi Jinping. Un progetto colossale, dal quale dipenderà la prosperità futura del Mediterraneo e dell’intera Europa. Tutte queste vie di comunicazione e di approvvigionamento energetico passano molto vicine all’area del conflitto e subirebbero un inevitabile danno dalla ripresa dello stesso. Per altro, una soluzione diplomatica della crisi potrebbe essere oggi finalmente possibile perché anche ad Erevan vasti settori dell’opinione pubblica cominciano ormai ad avvertire il peso del restare sostanzialmente tagliati fuori dallo sviluppo di una nuova area di prosperità caucasica a causa di un conflitto anacronistico.

 

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