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Non espelleremo i loro diplomatici ma accoglieremo i loro migranti PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Martedì 03 Aprile 2018 00:39


A furia di stare in ginocchio difficilmente riprenderemo a camminare

Via dal Paese entro tre mesi. L’alternativa è il carcere per un periodo di tempo indefinito. La decisione di Israele aveva suscitato critiche tra molti gruppi di attivisti e non solo. Il governo aveva trovato la soluzione all’emergenza migranti provenienti dall’Africa — soprattutto Eritrea e Sudan — ed entrati illegalmente nel Paese. Riportarli indietro. Oltre 16mila richiedenti asilo erano quindi già pronti per essere deportati negli Stati africani sui quasi 40mila che hanno oltrepassato il confine. Ma il piano è stato abbandonato grazie a un accordo con l’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa di rifugiati. Lo stesso ufficio di Netanyahu lo definisce un compromesso «senza precedenti». I migranti verranno distribuiti nei Paesi occidentali che decideranno di accoglierli. E avrebbero già fatto un passo avanti, ha detto Netanyahu, l’Italia, la Germania e il Canada. In cambio, Israele promette di regolarizzare, per almeno cinque anni, quelli che rimarranno nel loro territorio.
Prima dell’accordo
L’accordo riguarda quei rifugiati che, al momento, non hanno una pratica di richiesta di asilo già attiva. Sono uomini giovani, senza famiglia, che Israele considera espatriati per motivi di lavoro e non perché si trovavano in condizioni di pericolo. Per la maggior parte raggruppati nei sobborghi di Tel Aviv, in un’area nota oggi come «Little Africa». In totale sono circa 16.250, espatriati tra il 2005 e il 2012, prima cioè che entrasse in funzione una nuova barriera sul confine con l’Egitto, nella penisola del Sinai. A loro era stato detto che, al prossimo rinnovo di permesso di residenza, gli sarebbe stato chiesto di lasciare il Paese. Con 3.500 dollari e un biglietto aereo pagato. Oppure avrebbero dovuto affrontare un periodo di tempo indefinito di carcere. In attesa di un possibile intervento della Corte Suprema sulla decisione, si sono scatenate le associazioni che si occupano di diritti umani. Dal centro nazionale per rifugiati e migranti a Amnesty International: è stata firmata una lettera per chiedere che il piano venire immediatamente fermato. Anche perché la decisione non era stata, secondo loro, strutturata in modo ragionevole. Ad esempio, era previsto un accordo con il Rwanda, a cui venivano dati 5.000 dollari per ogni migrante accettato: «Non è un posto sicuro — spiegano — tutte le prove indicano che chiunque venga deportato da Israele al Rwanda si ritrova senza uno status e senza diritti, esposto a minacce, violenze ed estorsioni». Critiche erano arrivate anche dallo stesso Onu. Il commissario per i rifugiati, Filippo Grandi, aveva detto: «Ciò che ha deciso il governo israeliano è di grande preoccupazione. Israele ha una storia dolorosa di migrazione ed esilio. Le nuove generazioni non devono dimenticare che i rifugiati non partono per scelta ma perché non ne hanno».

 

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