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Gli sconfitti di Budapest PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Martedì 10 Aprile 2018 00:27


In Ungheria le percentuali sono invertite rispetto all'ovest, Nubi sulle ong

A Budapest, sotto il cielo grigio della vigilia elettorale, qualcuno sperava che il risultato non fosse ancora scritto. A centinaia si sono dati appuntamento sotto una pioggia intermittente a Olof Palme setany, nel quartiere Varosliget, per marciare in un «carnevale dei diritti contro il regime di Orban» spiega Márton Gulyás, 32 anni, regista e attivista. Una chiamata al voto «per rovesciare il sistema corrotto di Fidesz». Dietro gli striscioni ci sono le ong, gli studenti universitari, le piccole sigle politiche dell’opposizione. In un unico corteo si sono dati appuntamento tutti i nemici di Viktor Orban. 
Domenica l’Ungheria ha deciso se consegnare al primo ministro il quarto mandato dal 1998, il terzo consecutivo. Secondo la maggior parte dei sondaggi, il leader del partito Fidesz avrebbe raggiunto il suo obiettivo con circa il 50% dei voti. L’unica forza in grado di dargli fastidio è il partito nazionalista di estrema destra Jobbik.
Il «Viktator» - come lo chiamano gli oppositori - del muro anti-migranti e del sovranismo assoluto ungherese, ha chiuso la dura campagna elettorale con la promessa di «occuparsi» dei suoi nemici. E il nemico numero uno è il miliardario filantropo americano-ungherese George Soros, che attraverso le Ong e l’università internazionale, «usa 2000 agenti infiltrati per trasformare l’Europa in Paesi di immigrati».
Sophie ed Emmanuel, lei di Marsiglia, lui della Normandia, aspettano di fronte alla scritta colorata «Budapest» alla fine di «Vaci utca»: «Ecco, siamo due dei 2000 agenti infiltrati di Soros». Ridono, ma intanto sono preoccupati. «Siamo studenti della Central European University, quella che Orban vorrebbe chiudere». L’Università internazionale, tra le migliori europee, è finanziata da Soros, e ospita circa 1500 studenti da 110 Paesi. Sophie, che studia Scienze sociali, collabora anche con una Ong: «La pressione è altissima, per il governo rappresento il diavolo. Ma noi vogliamo solo studiare». 
Lo scorso 14 febbraio il governo ha presentato al parlamento una legge che prende di mira le persone e le Ong che «promuovono» l’immigrazione. Il progetto di legge, che già dal nome - «Stop Soros» - non lascia fraintendimenti. Vuole impedire l’accesso alle zone di frontiera alle Ong, ed esige il 25% di quanto percepiscono dai finanziatori esteri. Non solo, gli atenei stranieri dovranno avere una sede anche nel Paese di provenienza: la Ceu sarebbe l’unica istituzione colpita. 
Nella cosmopolita Budapest nulla farebbe pensare che la partita sia già chiusa. Ma non è qui - dice Bianka, 27 anni, commessa - la vera Ungheria: io vengo da un paesino del Nord dove non c’è ancora elettricità in tutte le case, dove nessuno parla inglese. Siamo isolati, e la percezione di quello che succede è manipolata».
In nome della «difesa della patria» e dei «valori cristiani» il governo di Orban ha messo all’angolo i media e ha rifiutato il multiculturalismo. «Non vogliamo che il nostro colore si mischi», ha detto, tanto che l’Alto commissario dei diritti umani Onu, Zeid Ra’ad Al Hussein, lo ha definito «razzista». Tra i suoi simpatizzanti ci sono Marine Le Pen, il Partito della libertà austriaco, l’AfD tedesco, l’ex leader dell’Ukip britannico Nigel Farage. «Si stanno talmente simpatici - dice Ivett Korosi, analista e giornalista -: che l’immagine per la campagna di Orban sono le stesse usate per la Brexit da Farage». 
«La cosa grave - spiegano gli analisti della Ong Migszol - è che l’effetto della campagna d’odio si vede ormai nella vita quotidiana: un cittadino nel panico ha telefonato alle due di notte alla polizia per avvertire che i migranti stavano attraversando Pécs su due minibus bianchi. Erano giocatori di pallanuoto che tornavano da una trasferta».

 

 

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