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A proposito di mercati e di sovranità PDF Stampa E-mail
Scritto da businessinsider.com   
Martedì 05 Giugno 2018 00:27


Qualche elemento da approfondire prima di parlare di soluzioni

Immaginate di voler comprare una pentola. Potreste sceglierne una che sembri soddisfacente, in base al prezzo o all’uso che ne vorrete fare. Oppure potreste scegliere di buttare nel calderone della vostra decisione una serie di variabili che in questo momento non vi vengono nemmeno in mente, ma che albergano probabilmente in qualche angolo remoto del vostro cervello, e certamente in rete. Dove, a saperle raccogliere, esistono le tracce di tutte le vostre preferenze e scelte pregresse: i prodotti che amate di più, l’uso che ne fate, quello che vi ha deluso e persino quello che conta di più nella vostra quotidianità, per esempio l’idea di cucinare più rapidamente perché il tempo scarseggia, o la predilezione per certi materiali o certi venditori.
Inizia con un esempio di questo tipo Reinventare il capitalismo nell’era dei big data (Egea, pagg 224, 24 euro), scritto da Viktor Mayer-Schönberger e Thomas Ramge, rispettivamente docente all’Oxford Internet Institute dell’omonima università e giornalista di temi tech.
Il libro, appena uscito, racconta l’inesorabile – secondo gli autori – affermarsi di un nuovo tipo di capitalismo e di mercato: l’idea di fondo è che l’abbondanza di informazioni disponibili su qualsiasi prodotto – quello che abbiamo iniziato a chiamare big data – andrà rapidamente a sostituire il prezzo come parametro di giudizio nell’orientare le nostre scelte, perché il prezzo non è in grado di incorporare tutte le variabili che possono farci prendere decisioni migliori. In un futuro prossimo, dunque, ogni volta che dovremo deciderci per un acquisto o realizzare qualsiasi altro tipo di transazione – per esempio, organizzare un viaggio – l’intelligenza artificiale basata sul machine learning, cioè sull’apprendimento automatico, potrà mettere a confronto le nostre preferenze con tutte le informazioni disponibili per guidarci in scelte migliori e più efficienti.
Il mercato diventerà quindi uno strumento fondamentale per il coordinamento delle attività umane, un sistema percorso costantemente da flussi bidirezionali di informazioni, raccolte, organizzate e analizzate grazie alle nuove capacità digitali. Il tutto, ovviamente, on line, considerando che sempre più tutte le attività della nostra vita saranno in qualche modo collegate alle rete. Con un declino del valore del capitale in quanto tale, e soprattutto con grande fiducia nell’intelligenza artificiale, nei big data e nella capacità di istituzioni e governi di gestirne la riservatezza. Uno scenario realistico e desiderabile?
Business Insider ne ha discusso con l’autore, Viktor Mayer-Schönberger.
C’è molto scetticismo nei confronti dell’algoritmo, invece lei pare crederci molto.
Non ho fiducia negli algoritmi: d’altronde, altro non sono che espressioni matematiche capaci di catturare quello che conosciamo della realtà in uno specifico momento del tempo.
Se il machine learning (la capacità di apprendimento delle macchine) si basa sui dati, gli algoritmi cambiano ogni volta che nuovi dati sono disponibili e sono utilizzati da un sistema di intelligenza artificiale. E cioè, in ogni dato momento gli algoritmi sono specchio di quello che noi sappiamo del mondo. Sono insomma incompleti,  un po’ come la capacità dell’uomo di comprendere il mondo.
Resta il fatto che il capitalismo dei big data di cui parla, si basa (anche) su algoritmi.
Molte persone, incluso sedicenti esperti, non sanno cosa siano davvero gli algoritmi: non sanno come si creano, che sono in continua evoluzione. Credo che la loro paura degli algoritmi sia da ricondurre alla paura dell’uomo di trovarsi faccia a faccia con la macchina: qualcosa di irrazionale, al quale noi (gli autori del libro, ndr) non cediamo.
Inoltre, non è vero che gli algoritmi abbiano un ruolo preponderante nelle nostre vite: non le guidano. Infatti, quando pensiamo al machine learning basato sui dati dobbiamo considerare che si tratta di algoritmi che possono essere smantellati e sostituiti rapidamente con una versione migliore. Parlare insomma di “Epoca dell’algoritmo” dimostra una assoluta non comprensione di quello che succede in realtà.
Eppure perché dovremmo desiderare che tutti conoscano tutto di noi, con un più il rischio che i dati vengano manipolati?
L’idea di base è un mercato in cui ognuno condivide le proprie preferenze con tutti gli altri: questo consente di trovare la corrispondenza perfetta con i propri desideri. Se non si condividono le preferenze, le possibilità di scelta saranno inferiori, le persone non otterranno quello che vogliono, i costi saranno maggiori e sprecheremo risorse del pianeta in prodotti inutili. Insomma: nella maggior parte dei casi non condividere le proprie preferenze non è una strategia intelligente, anche se ovviamente ciascuno è libero di non farlo. L’importante è capire che non condividere le proprie preferenze, quindi non aumentare la conoscenza, non aumenta il proprio benessere né quello della società.
Un mercato “basato sui dati” configura un problema di privacy?
Quando parliamo di “mercato”, il concetto di privacy deve essere inteso come la certezza che gli altri non abusino dei tuoi dati, e cioè che li usino solo per fornire cose che desideri, senza danneggiarti con utilizzi non previsti.  Se vogliamo che le nostre scelte e i mercati siano efficienti, l’idea di privacy deve uscire dalla stretta gabbia concettuale che oggi la intende come controllo personale dei propri dati. Proteggere la nostra privacy richiede regole certe e il controllo della loro applicazione da parte del governo. Richiede anche l’esistenza di strutture decentrate nel mercato, per evitare il rischio di pericolose contrazione di potere, come proponiamo nel libro. Le tecnologie più recenti, per esempio la blockchain, possono aiutare in questo.
Considerati i rischi, che possono apparire alti, un mercato più efficiente è per forza più desiderabile?
Chiedete a voi stessi: è meglio ottenere quello che si vuole o dover accettare quello che gli altri pensano sia meglio per noi? Preferiamo un impermeabile che tenga caldi e asciutti o una pessima giacca che lascia che entri l’umidità? Preferiamo la scelta individuale o che un’autorità centrale dica cosa si deve accettare? È meglio sprecare risorse e buttare via prodotti – magari perché non sono quello che i proprietari realmente desiderano – o provare a trovare quello che realmente serve? Insomma, è meglio avere una capacità di coordinamento di scala superiore tra gli umani o l’insoddisfazione, lo spreco e il controllo centrale?
È un modo un po’ parziale di porre la questione, no?
La premessa del nostro libro è che il coordinamento è preferibile, ed è per quello che siamo fan del mercato, in quanto strumento per un buon coordinamento degli uomini. Ma se non si desidera il coordinamento degli uomini, be’ certo allora il mercato non è desiderabile.
Nel sistema di un mercato guidato interamente dai dati, cosa succede ai milioni di persone che sono disconnesse, con scarse capacità tecnologiche o semplicemente troppo povere per potersi permettere la tecnologia necessaria a stare in questo capitalismo dei dati?
Prima di tutto, non si tratta di capitalismo. Come raccontiamo nel libro, il capitalismo finanziario – cioè l’enfasi sul denaro o sul capitale – declinerà nell’epoca dei mercati ricchi di big data. Secondo, i milioni di persone che sono disconnesse potranno comunque avere i mercati tradizionali, basati sul prezzo, come già esistono oggi. Nessuno toglie loro niente. Ma più le persone diventano connesse alle tecnologie digitali, più potranno beneficiare dei mercati che si basano sui dati. Come diciamo nel libro: i mercati tradizionali spesso portano a decisioni sbagliate e distruggono (almeno in parte) valore. Sono comunque preferibili ad altre forme di coordinamento – come la pianificazione centrale – ma non sono efficienti come i mercati che si basano sui dati. Quindi, consentire alle persone di essere online offre loro le opportunità e i vantaggi dei mercati basati sui dati. C’è molto da fare per portare tutti coloro che sono disconnessi a utilizzare le tecnologie digitali, ma miliardi di persone si sono collegate per la prima volta nel decennio scorso, anche grazie alla diminuzione dei prezzi della tecnologia. Abbiamo fatto grandi progressi in questo senso, ma certo, c’è ancora tanto lavoro per dare a ognuno una chance di essere connesso.

 

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