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Non s'è fermato a ebola PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Giovedì 06 Dicembre 2018 00:13


Riparte il contagio

«Quella in corso nella Repubblica Democratica del Congo è la seconda epidemia di ebola più grave della storia. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale dovrebbero mobilitare più risorse, umane ed economiche, per fronteggiare questa crisi ed evitarne di future». 
Il pensiero di un gruppo di esperti americani, reso noto attraverso le colonne del «Journal of the American Medical Association» , non lascia adito a dubbi. Buona parte del mondo sta girando la testa dall’altra parte, per non vedere ciò che sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo: 426 i casi (379 confermati e 37 probabili) e 236 i decessi provocati dal virus ebola, stando ai numeri in possesso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità . 
Una situazione che, secondo la comunità scientifica, richiederebbe «una dichiarazione di emergenza sanitaria di interesse internazionale», per citare il pensiero degli autori di un documento apparso due giorni fa sul «New England Journal of Medicine».
«È ormai necessario per aumentare l’attenzione pubblica e le risorse rivolte a fronteggiare questa situazione». Soccorsi resi più difficili dai ribelli.
La comunità scientifica è dunque consapevole della gravità di quanto sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo, colpita per la decima volta dal 1976 (anno in cui fu identificato l’agente patogeno) dalla malattia. Ma la crisi riguarda soprattutto la città orientale di Beni, dove sono in corso dei conflitti armati che impediscono agli operatori sanitari di portare avanti i soccorsi. 
Un’ostilità non nuova, ma mai così accentuata come in queste settimane: questo è quanto filtra dai media presenti sul territorio. La situazione è abbastanza paradossale, considerando che oggi gli operatori hanno a disposizione un vaccino che, per quanto sperimentale, ha già contenuto in un paio di occasioni la diffusione dell’epidemia. Il problema è che i soccorritori, a causa dell’ostilità dei ribelli, spesso non riescono a giungere in tempo dove servirebbe. 
Non è un caso che il virus sia tornato a circolare vorticosamente soprattutto nelle zone «rosse», aree praticamente inaccessibili per ragioni di sicurezza. «Siamo lontani dall’emergenza del 2014, ma per la prima volta stiamo assistendo a quanto le dinamiche dei conflitti possano incidere sulla diffusione dell’epidemia», afferma Michelle Gayer, direttore del Comitato Internazionale di Soccorso.
Più risorse dalla comunità internazionale 
In questo scenario di incertezza, negli ultimi mesi, molti Paesi hanno richiamato il proprio personale sanitario per ragioni di sicurezza. Da qui l’appello degli esperti. «Il contenimento dell’epidemia non è possibile senza rafforzare gli sforzi per rilevare tutti i casi, condurre indagini approfondite sui casi, monitorare i contatti delle persone già contagiate e isolare rapidamente chiunque abbia sintomi», si legge sul «New England Journal of Medicine». 
Urgente viene considerata anche la «necessità di rafforzare le protezioni per il controllo delle infezioni nelle strutture sanitarie, che sono diventate un importante luogo di trasmissione». Oltre il dieci per cento dei casi di ebola si è infatti verificato negli operatori sanitari. 
«Occorre vaccinare anche loro, oltre a insegnare a quante più persone possibili come riconoscere i potenziali casi di malattia, in modo da procedere all’eventuale isolamento e alla vaccinazione dei contatti più stretti». 
Secondo Thomas Inglesby e Jennifer Nuzzo, ricercatori del centro per la sicurezza sanitaria della Johns Hopkins University e co-firmatari della lettera, vero è che ci sono dei rischi nell’inviare altri sanitari nella Repubblica Democratica del Congo. «Ma altrettanti ce ne sarebbero se l’epidemia si sviluppasse a dismisura». Il mancato controllo potrebbe favorire la diffusione del virus anche in Uganda, Ruanda e Sud Sudan. Una simile diffusione determinerebbe, oltre a un maggior numero di contagi e decessi, una drastica contrazione nei viaggi e nei commerci da e per quei Paesi.
Preoccupa l’alto numero di contagi tra i bambini 
Da quando è disponibile, più di trentasettemila persone sono state vaccinate soltanto nella Repubblica Democratica del Congo. La strategia prevede l’«inseguimento» del virus, l’identificazione dei contatti e l’interruzione della trasmissione. L’obiettivo è vaccinare questa seconda cerchia di persone, secondo la strategia definita «ad anello», che punta a immunizzare tutte le persone entrate in contatto con quelle che hanno appena ricevuto una diagnosi di infezione da virus ebola. 
Ma lo scenario attuale del Paese ha rappresentato finora un ostacolo insormontabile per chi lavora per mettere a punto questa strategia. A preoccupare, questa volta, è anche l’alto numero di contagi tra i neonati: restano qualcosa di inspiegabile per gli esperti i 36 casi di malattia riscontrati complessivamente nei bambini con meno di due anni.

 

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