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Scritto da Lorenzo Proietti (barbadillo.it)   
Mercoledì 27 Febbraio 2019 00:01


Come nasce l'anomalia statale del Kosovo

L’auto proclamazione unilaterale d’indipendenza, annunciata dall’allora Primo Ministro Hashim Thaçi il 17 febbraio 2008, riporta al centro della scena internazionale la controversia riguardante lo status del Kosovo. Il Kosovo, regione balcanica a maggioranza albanese, era stato provincia autonoma (al pari della Voivodina) della Serbia Socialista, nell’insieme della Federazione Jugoslava. Riconosciuti l’autonomia e l’autogoverno locale, sebbene non godesse del diritto di secessione, con la costituzione del 1974 aveva ottenuto pressoché i medesimi riconoscimenti costituzionali - vedasi il diritto di veto istituzionale - delle altre sei repubbliche.
La storia
Il malcontento della minoranza serba, i fatti dell’aprile 1987 e il tentativo di Milosevic di assicurarsi la guida dei Comunisti Jugoslavi e della stessa Serbia, portano al varo di una nuova costituzione che, tra le altre cose, cancella l’autonomia kosovara. È il 1989 e cominciano fortissime proteste cui per altro Belgrado risponde con la forza e la repressione. I kosovari albanesi a questo punto si organizzano, seguendo Ibrahim Rugova e la sua LDK, dando vita nel 1991 ad un referendum per l’indipendenza il cui risultato, per altro, non è riconosciuto dalla comunità internazionale. I problemi risorgono in tutta la loro gravità dopo la ratifica dell’Accordo di Dayton sulla situazione Bosniaca: una spinta per riprovare la strada dell’indipendenza. Questa volta però i mezzi sono tutt’altro che leciti: alla prima “nonviolenza”, si sostituisce l’UCK (terroristi per ONU, risoluzione 1160) che organizza attentati in risposta alla spirale crescente di repressione operata dai gruppi serbi. Tra il 1989 e il 1999, sebbene la portata ampiamente documentata dei crimini nei confronti dell’etnia albanese avesse in qualche modo potuto giustificare il richiamo all’autodeterminazione secessionista (utilizzata per giustificare gli atti del 2008, sebbene tali crimini non ci fossero più o addirittura dopo il 1999 fossero stati compiuti a parti invertite), la comunità si è sempre espressa nell’ottica dell’integrità territoriale serba (integrità territoriale: IV Helsinki e Carta ONU Art. 2 comma IV). Ad ogni modo, la spirale di violenze porta la comunità a dover intervenire: nel 1999 viene così organizzata una conferenza nel castello di Rambouillet e si disegna un accordo che comunque ai sensi dell’Art 52 Vienna sarebbe stato nullo ab origine (la controparte albanese che firma è rappresentata dall’UCK ), qualora la Serbia lo avesse firmato dal momento che vi erano state delle pesanti minacce. In particolare, la presenza di oltre trentamila uomini NATO e la costituzione di una conferenza entro i successivi tre anni con al centro la volontà del popolo kosovaro - richiamo velato ad un futuro referendum per l’indipendenza - non potevano da Belgrado esser accettate.
I raid Nato
Il 24 marzo 1999 e per settantotto giorni cominciano i raids aerei NATO su Belgrado: classico esempio di interventismo umanitario di una organizzazione difensiva regionale, senza l’autorizzazione del CdS. La guerra cessa solo quando la Serbia accetta l’Accordo di Kumanovo: così le milizie jugoslave vengono fatte ritirare dal Kosovo e si istituiscono una no-fly zone e una serie di zone smilitarizzate. Per altro, l’ONU regolamenta la situazione con il varo della risoluzione 1244 (giuridicamente vincolante) da cui poi emanerà (fatto pienamente riconosciuto dalla CIG nel 2010) il Regolamento UNMIK 2001/9 (1) che stabilisce il quadro costituzionale entro cui opera l’amministrazione UNMIK con poteri pieni, nuovo soggetto di governo del Kosovo, con la necessità di promuovere l’autogoverno attraverso elezioni libere e democratiche. Gli altri punti centrali della risoluzione sono la sospensione di fatto della sovranità serba, sebbene permanga la titolarità giuridica nell’ottica dell’integrità territoriale, l’autorizzazione della missione di sicurezza NATO KFOR e la possibilità di lavorare ad un piano che di più e meglio regolarizzasse la situazione Kosovara. Il Piano Ahtisaari del 2005 peraltro, che prevedeva come unica soluzione l’indipendenza sotto la guida della comunità internazionale viene per altro respinto da tutte le parti. Lo sviluppo di istituzioni kosovare nel contempo sfocia nella dichiarazione del 2008 (per altro simile al piano 2005). Ovviamente la Serbia, la Cina e la Russia non riconoscono il nuovo stato anzi, la Serbia facendo pressione sull’Assemblea Onu riesce a far varare la risoluzione 63/3 nell’ottobre 2008 con cui si richiede il parere consultivo alla CIG sul fatto che la dichiarazione violasse o meno il diritto internazionale. La CIG per altro, decisa nell’affrontare la questione in maniera “narrow and specific”, svincolandosi da ogni implicazione politica e riformulando il parere. In questo modo, la CIG sceglie la strada meno tortuosa, perdendo al contempo l’occasione di approfondire importanti aeree del diritto, vedasi l’autodeterminazione rimediale (e il fatto che possa esistere o meno un diritto di secessione) al di fuori di contesti coloniali; strictu sensu e strada minimale invece lasceranno tanti altri dubbi. La CIG comunque, il 22 luglio 2010, si esprime asserendo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza non viola il diritto internazionale dal momento che le autorità kosovare avrebbero agito in rappresentanza del popolo kosovaro (in realtà le municipalità del nord che usano il Dinaro sono tutt’altro che rappresentate in suddette istituzioni) non in quanto autorità di autogoverno ma in quanto organi costituenti. In questo senso dunque, avendo agito all’interno di un diverso ordinamento giuridico, il quadro costituzionale derivato dall’UNMIK 2001/9 non è stato violato e dunque non è possibile procedere per la responsabilità da atti “ultra vires”. Inoltre, la CIG asserisce anche che interpretando la 1244 alla lettera, questa non vieta specificatamente (ciò che non è vietato è permesso) la possibilità di dichiarare l’indipendenza unilateralmente. Ovviamente anche qui, non son mancate le polemiche.
L’economia kosovara
Il Kosovo, pur da poco avendo una nazionale e una rappresentanza olimpica, ha un’economia fragilissima e dipende in larga parte dagli aiuti esterni. In più, indipendenza ed effettività sono tutt’altro che piene. Per quello che da molti rappresenta un esperimento di ingegneria politica che per altro non trova espressione in nessuna organizzazione internazionale, i punti critici risaltano soprattutto nella presenza di contingenti militari stranieri - KFOR - e la missione dell’UE ULEX che peraltro guidano l’evoluzione del Kosovo (similarmente al piano del 2005). La questione del Kosovo del Nord non fa che acuirne le problematiche. Nonostante tutte queste difficoltà, l’auspicio resta quello di una risoluzione pacifica, definitiva e pienamente democratica che ponga finalmente nella storia una delle pagine più nere della storia recente.

NOTA

(1) Dinaro prima sostituito con Marco Tedesco e poi con l’Euro.

 

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