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Il giallo dell'accordo giallo PDF Stampa E-mail
Scritto da Michele Boldrin x linkiesta   
Lunedì 01 Aprile 2019 00:39


Con la Cina abbiamo firmato qualcosa di sensato o un disastro?

 

I rischi dell'accordo con la Cina ci sono tutti. In particolare quello di farci comprare il debito (quando la sola via di uscita è RICOMPRARLO noi e le formule esistono) e quello di concedere, dopo il Pireo, il controllo di porti nel Mediterraneo a coloro che saranno il nostro competitor in Africa. Che la sola soluzione sia europea non ci piove. Difficile accusare l'Italia di fare da sé visto che è uno sport europeo. Certo: la Francia li accordi li fa molto meglio di noi e questo è un altro problema. Tutto andrà a rotoli? Non necessariamente: la Germania ha pianificato di usare buona parte di quel "maledetto disavanzo" su cui i nostri bottegai di estrema destra sono andati in fissa, per un piano generale di reindustrializzazione europea. Non solo tedesca, europea. Speriamo che una tantum i nostri governanti non siano distratti e che non ne resteremo fuori. Per colpa nostra, come è sempre successo.

 

Dopo aver visitato l’Italia, dove ha firmato in pompa magna l’oramai celebre Memorandum d’intesa, il Presidente cinese Xi Jinping ha visitato la Francia dove non ha firmato alcun memorandum ma sostanziali contratti di acquisto di prodotti francesi, fra cui 300 velivoli Airbus. Neanche a dirlo si è scatenata la polemica: visto i francesi che furbi? Noi firmiamo memorandum e vendiamo (si fa per dire) arance e salami mentre loro non li firmano ma vendono aerei.

Vero? Certamente. Negli ultimi anni tutti i maggiori paesi europei hanno firmato ricchi contratti di export con la Cina, mentre noi abbiamo firmato l’ultimo contratto sostanziale all’inizio del governo Renzi e per un valore inferiore alla metà di quelli degli altri. Mentre la Germania esporta in Cina da sempre (e alla grande, producendo anche parecchio in loco grazie a sostanziali investimenti) noi contiamo pochissimo nell’import cinese, meno di tutti gli altri grandi paesi europei. Infine: gli accordi istituzionali (doppia imposizione, carne suina, eccetera) che l’Italia ha firmato con la Cina sono “roba vecchia” che viaggiava da tempo sui binari dell’approvazione; non certo il frutto della decisione del nostro governo di firmare il Memorandum.

Morale? Tutto sbagliato, tutto da rifare? In parte. Perché, come abbiamo già osservato due settimane orsono su questo giornale, la decisione italiana di aderire al progetto Belt and Road (B&R) sembra solo una rischiosa improvvisazione dietro alla quale non esiste alcuna riflessione di politica estera globale o anche solo commerciale. Manca, soprattutto, la capacità intellettuale e politica di avviare un confronto, all’interno dell’UE, sulla posizione strategica di quest’ultima nei confronti di una Cina che vuole avere un ruolo mondiale ma ha ancora tantissimo bisogno di crescere sia importando che esportando.

Prima di riflettere su questo tema, che è quello realmente importante, sgombriamo il campo da due questioni probabilmente marginali che hanno assunto un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico italiano.

Anzitutto il debito: abbiamo firmato il Memorandum, rompendo il fronte dei grandi paesi occidentali, in cambio della promessa cinese di acquistare un po’ di debito pubblico italiano? Possiamo solo augurarci che così non sia perché, se così fosse, questa sarebbe l’ennesima fesseria di un governo alla continua ricerca di trucchi per espandere spesa pubblica e debito. Questo non tanto perché sia “rischioso” vendere debito publico italiano alla Cina – la quale ha già acquistato circa 1200 miliardi di debito pubblico USA senza che alcuno si scandalizzi – ma per la semplice ragione che non conta chi ti compra il debito ma quanto ne emetti e se sei in grado di servirlo. Se lo stato italiano dovesse, malauguratamente, trovarsi di nuovo nel mezzo di una crisi finanziaria non saranno certo pochi miliardi di debito nostro in mano cinese a salvarci. Ai cinesi, come a tutti, non piace gettar soldi al vento.

In secondo luogo l’idea che, di punto in bianco, dovremmo essere capaci di esportare in Cina quello che non produciamo: aerei, automobili di alta gamma, elettronica avanzata e magari anche qualche reattore nucleare! Il problema qui è tutto nostro ed è antico: il nostro export è frutto dell’azione di poche centinaia d’imprese di dimensione media i cui prodotti possono entrare senza dubbio nel mercato cinese ma non lo possono di certo fare, di colpo, a mezzo di grandi accordi commerciali fra governi. La penetrazione della nostra industria esportatrice sul mercato cinese può avvenire solo in modo progressivo, stabilendo accordi commerciali che aprano il mercato cinese, creino canali di marketing e distribuzione, ed incentivino o aiutino le nostre medie ed anche piccole imprese a consorziarsi nell’attività di penetrazione. Questo richiede, prima di una politica commerciale verso l’estero, una politica “industriale complessiva” interna (fiscale, della formazione, dei servizi pubblici, eccetera) che supporti la crescita aziendale e l’investimento che genera innovazione. E richiede una strategia europea per affrontare la seconda fase della globalizzazione in Asia ed Africa.

Abbiamo firmato il Memorandum, rompendo il fronte dei grandi paesi occidentali, in cambio della promessa cinese di acquistare un po’ di debito pubblico italiano? Possiamo solo augurarci che così non sia perché, se così fosse, questa sarebbe l’ennesima fesseria di un governo alla continua ricerca di trucchi per espandere spesa pubblica e debito

Questo ci porta al tema di fondo: l’Italia di oggi, da sola, non è in grado di contrattare da posizioni di forza con il governo cinese. Ma, al di là dei risultati commerciali migliori dei nostri, nemmeno Francia, Germania, UK o Spagna (che non sembra essere ancora entrata nel gioco visto che le sue grandi imprese vedono come prioritario il mercato latino-americano) sono in grado d’impostare una politica di competizione-cooperazione effettiva con un paese delle dimensioni della Cina. La quale è molto meno ricca, potente e dominante di quanto siamo portati a credere. Fa la voce grossa, palesa atteggiamenti da grande impero commerciale, investe massicciamente in svariati paesi africani ma, al contempo, soffre di arretratezza tecnologica, di problemi finanziari profondi, di crescita che si appiattisce ed è ancora popolata da 6-700 milioni di persone che ancora vivono in condizioni economiche mediocri se non miserabili. La Cina ha bisogno dell’Occidente e dell’UE in particolare forse più di quanto noi abbiamo bisogno della Cina. Su questo fatto si potrebbe e di dovrebbe capitalizzare se vi fosse una volontà europea di agire in modo coordinato. Ma questa volontà, palesemente, manca ed i nuovi sovranismi stanno facendo di tutto per renderla impossibile.

Nell’articolo di due settimane fa m’ero arrischiato a predirre che il governo italiano si sarebbe inventato qualche trucco per evitare di firmare un memorandum vincolante. Ho sbagliato nella forma ma non nella sostanza: i due governi hanno firmato un documento pieno di belle parole ma di nessun contenuto effettivo. Abbiamo davanti due opzioni: scordarci di tutto e, finita la festa, lasciare che il contenitore s’impolveri, senza riempirlo mai con alcunché di utile, oppure aprire una trattativa in sede UE per una politica comune verso la Cina. Solo attraverso una comune politica europea verso la Cina possiamo acquisire la forza contrattuale per riempire quel contenitore con accordi che facciano anche l’interesse nostro e non solo quello di Xi Jinping.
Questo richiede cessare la decennale guerriglia pseudo-sovranista con Francia e Germania offrendo loro invece, urgentemente e sfacciatamente, un ménage à trois. Che i nostri governanti (presenti, passati e, temo, futuri) siano capaci d’intenderlo, lo dubito ma di questo avremmo bisogno, non di patriottismo d’avanspettacolo.

 

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