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Accordo indo-russo PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Mauri x insideover.com   
Giovedì 05 Settembre 2019 00:42


Per garantirsi dalla Cina


L’India e la Russia stanno per sottoscrivere un piano quinquennale di collaborazione nel campo dell’energia che porrà le basi per l’apertura di un nuovo “corridoio energetico per l’Estremo Oriente” con l’intento anche di staccare il mercato globale del petrolio e gas dalla gestione del Wto e del Brent.
Il ministro indiano del petrolio e del gas naturale, Dharmendra Pradhan, reduce da un incontro con il vice ministro del commercio e dell’industria russo Viktor Evtukhov tenutosi a Mosca nel quadro del prossimo 20esimo summit bilaterale tra il premier Modi ed il presidente Putin che si terrà la prossima settimana a Vladivostok, ha riferito in un’intervista al Times of India che il piano quinquennale di collaborazione tra Russia ed India è stato firmato e prevederà in particolare nuovi accordi per la fornitura di carbon coke oltre a nuovi investimenti e contratti di fornitura nel settore oil & gas.
Il rafforzamento dei legami nell’Oil & Gas
L’India è il terzo Paese al mondo per consumo di energia ed uno dei più grandi importatori di fonti energetiche (importa l’81% del petrolio ed il 44,5% del gas naturale). La Russia è un produttore chiave del mercato globale ed uno dei maggiori esportatori di petrolio e gas naturale. I due Paesi, quindi, sono naturalmente complementari ed infatti la loro partnership nel campo energetico – come anche in altri settori – è di lunga data: quasi 60 anni di relazioni.

Qualche numero ci permette di capire meglio l’ordine di grandezza di quello di cui stiamo parlando: il consumo annuale di energia dell’India ammonta a circa 723 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (Mtoe), ed è cresciuto del 5,75% nell’arco del decennio 2007-2017. In particolare si prevede che entro il 2040 la domanda di petrolio sarà arrivata a 10 milioni di barili al giorno a fronte degli attuali 4, mentre il consumo di gas naturale arriverà a 175 miliardi di metri cubi a fronte degli attuali 50.
Attualmente il volume delle esportazioni russe verso l’India copre il 10% del fabbisogno di gas ed il 5% di quello del petrolio: un risultato ottenuto grazie a recenti accordi tra i due colossi di Stato russi, Gazprom e Rosneft. Nel 2012 Gazprom ha siglato un accordo ventennale con Gail per la fornitura annuale di 2,5 milioni di tonnellate di Lng (gas naturale liquefatto) mentre nel 2015 Rosneft ha stipulato un contratto decennale con Essar per la fornitura di 100 milioni di tonnellate di petrolio greggio destinate alla raffineria di Vadinar. Come parte di quest’ultimo accordo Rosneft ha ottenuto il 49% della proprietà della raffineria, la seconda più grande dell’India.
I tentativi indiani di diventare partner dei maggiori progetti di estrazione in Russia si sono scontrati, non tanto con la politica sanzionatoria che affligge la Russia post crisi per la Crimea (2014), quanto con la rigida politica energetica russa riguardante i settori considerati strategici per l’economia come quello dell’oil & gas e con la competizione offerta dalla compagnie occidentali e cinesi che offrono maggiori garanzie.

Non solo petrolio e gas naturale
La partnership tra Russia e India non riguarda, però, solamente il settore degli idrocarburi. L’India sta cercando di completare “l’elettrificazione” del Paese secondo il piano del Premier Modi che prevede, entro il 2022, di installare 175 Gw di potenza elettrica da fonti rinnovabili e 10 Gw da nucleare. La capacità totale di energia elettrica prodotta da centrali atomiche è previsto che arrivi a 63 Gw entro il 2032 dagli attuali 6,2 Gw ed è proprio in quest’ultimo campo che è molto attiva la Russia: Rosatom, l’azienda di stato per l’energia nucleare russa, è l’unico partner straniero che ha in essere progetti di costruzione di nuove centrali e sta completando la costruzione dell’impianto da 1000 Mw di Kudanku-Iam.
L’India rappresenta un mercato che fa gola alla Russia anche per quanto riguarda il carbone: la domanda annuale è aumentata del 9,1% (per un totale di 991,35 milioni di tonnellate) in un periodo che va dal marzo 2018 al marzo 2019. Il carbone, infatti, è una delle prime 5 risorse importate da Nuova Delhi facendone uno dei più grandi importatori al mondo nonostante possieda riserve che la pongono al quinto posto tra i Paesi produttori.
Più in dettaglio l’importazione di carbone è aumentata dalle 208,27 milioni di tonnellate del 2017/18 sino alle 235,24 milioni di tonnellate del 2018/19. Ecco quindi perché il carbon coke rappresenta uno degli snodi chiave dei recenti accordi energetici che saranno ufficialmente divulgati in dettaglio la prossima settimana.
Uno degli scopi, di lungo termine, di queste trattative, è quello di slegare il commercio delle risorse energetiche dal mercato occidentale e arabo rappresentato dal Wto e dal Brent: partendo dalla considerazione che il fulcro del commercio di petrolio e gas si è spostato in Asia, un accordo Russia-India che permetta di aggirare i normali canali di commercializzazione potrebbe fare da battistrada per future partecipazioni di altri attori asiatici per la nascita di un nuovo mercato asiatico del petrolio slegato dal controllo occidentale.
Una strada maestra che risulta fondamentale per Mosca nel quadro della riduzione del dominio dell’Occidente sul mercato del petrolio, che resta la principale risorsa dell’economia russa, e che quindi permetterà di mitigare l’effetto delle sanzioni internazionali che stanno mettendo in crisi diversi settori dell’industria, tra cui quello militare. Una possibilità – che sta diventando più di una mera possibilità – che sarà sicuramente vista di buon grado dalla Cina (o dal Venezuela) e che potrebbe sconvolgere gli equilibri dell’economia mondiale soprattutto perché slegherà le contrattazioni del greggio e del gas dal Dollaro, facendo da apripista affinché questa valuta sia accantonata anche dal mercato di altri beni commerciali, come già sembra si stia pensando di fare.
Si aprono pertanto scenari molto interessanti a livello strategico: se le contrattazioni commerciali ed i flussi bancari si svolgeranno in altra valuta che non sia quella americana, la capacità degli Stati Uniti di colpire unilateralmente con sanzioni internazionali i propri avversari sarà praticamente annullata. A Washington viene riconosciuto il diritto, infatti, di bloccare transazioni e scambi commerciali di Paesi terzi qualora siano effettuati in Dollari, quindi con una valuta su cui hanno la totale sovranità. Da questo punto di vista la fine dell’egemonia del Dollaro aprirà la possibilità di vedere l’Euro usato come nuova valuta per i mercati del greggio e per le transazioni bancarie, aprendo una nuova era per l’economia europea, sempre che la Cina non riesca a subentrare con lo Yuan.

 

 

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