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Del doman non v'è certezza PDF Stampa E-mail
Scritto da businessinsider.com   
Lunedì 30 Settembre 2019 00:36


Una crisi mastodontica all'orizzonte? Potrebbero sparire tutti i nostri cont bancari e quello che crediamo vi sia dentro

Se c’è un ambito in cui la sindrome del gridare “al lupo, al lupo” può creare danni, questo è quello della finanza. Dopo la clamorosa topica del 2008, quando schiere di roboanti possessori di PhD presso altrettanto autorevoli istituzioni accademiche della Ivy League non si accorsero dell’arrivo della crisi subprime, oggi sembra vigere una divisione quasi draconiana del campo: da un lato chi continua a credere alla realtà mainstream, dall’altro chi vede bolle e disastri apocalittici ovunque.
Ma quando, alla vigilia dell’evento spartiacque della decisione Fed sui tassi di interessi, a lanciare l’allarme è il numero uno di Amundi, ovvero un uomo che sovrintende ad assets per 1,6 trilioni di dollari, allora forse c’è da preoccuparsi davvero. Soprattutto, perché la previsione di Pascal Blanqué non è stata fatta off-the-record a un evento privato, bensì nel corso di un’intervista a Bloomberg View. Quindi, palcoscenico non solo pubblico ma anche decisamente troppo seguito e rispettato nell’ambiente per lasciarsi andare a parole in libertà.
E cosa ha dichiarato per sommi capi il Cio del più grande fondo d’investimento europeo? Due cose.
Primo, che quando Mark Carney, governatore della Bank of England, nel mese di giugno stupì tutti, sottolineando come “i fondi di investimenti che promettono ai loro clienti di poter ritirare i loro soldi su base quotidiana, sono basati sulla bugia“, aveva ragione.
Secondo, “non esiste alcuna ragione al mondo per la quale si possa negare che stiamo per dover affrontare un problema di mismatch di liquidità, un qualcosa che ormai è nell’aria. E il fatto che esista una possibilità di prosciugamento della liquidità rappresenta uno dei timori che mi tiene sveglio la notte”.
C’è poi un terzo elemento decisamente importante che Blanqué ha sottolineato, di fatto confermando un clamoroso report al riguardo pubblicato recentemente da Deutsche Bank ma passato sotto silenzio: il fatto che oggi il nodo del problema sia appunto l’illiquidità di certi fondi ma che questo rappresenti un vero e proprio coltello in caduta libera, rischioso solo da afferrare.
Perché dopo il 2008, non è terminata l’epoca del rischio, è solo nata quella del trasferimento di rischio. Dalle banche ai mutual funds, appunto.
Ecco Blanqué: “L’intero processo di market making ormai è sul ciglio del precipizio a livello di banche individuali ma il problema reale è sistemico. Le banche infatti oggi sono meno esposte al rischio ma semplicemente perché quest’ultimo è stato spostato sul lato del’acquirente. Quasi interamente”. Di fatto, una sorta di ammissione di colpa di un intero sistema. Il quale, dopo la grande crisi finanziaria, ha utilizzato tutte le sue forze migliori non per evitare gli azzardi ma per trasferirne le conseguenze negative in partenza su soggetti terzi. Anzi, sulla contraparte del business: chi lo compra. Il proverbiale “cerino in mano”. Ma in questo caso, la metafora più efficace appare quella della porta di uscita di sicurezza in una sala da ballo affollata che prende fuoco. Non un incendio clamoroso, solo una sigaretta spenta male che finisce troppo vicino a una tenda. Parte piano ma la tenda è acrilica e di pessima qualità e l’accelerazione è quindi immediata. E devastante. Tutti corrono verso l’uscita ma la calca rischia di fare più vittime del fuoco.
Ed è su questo principio, appunto, che si basa il report di Deutsche Bank, la quale – forse per rafforzare il proprio restyling di banca responsabile dopo l’addio all’investment banking – lancia quasi un J’accuse senza precedenti, tematizzando e rendendo sistemici i recenti casi di fondi che hanno patito perdite come H20 e bloccato le redemptions dei clienti che volevano uscire, in perfetto stile sala da ballo che va a fuoco come Gam e Woodford.


 

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