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Storia di due valute PDF Stampa E-mail
Scritto da thinkingaloud.aberdeen-asset.it   
Lunedì 25 Settembre 2017 00:11


Un rapporto ambiguo e sotto controllo costante da parte dei nostri invasori

A fine agosto la presidente della Fed Janet Yellen e il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi sono intervenuti a Jackson Hole, l’appuntamento annuale negli USA delle Banche centrali e degli economisti. I mercati attendevano indicazioni sul corso futuro della politica monetaria e invece...
La speranza era che Janet Yellen desse un segnale riguardo alla normalizzazione della politica monetaria, in particolare riguardo ai prossimi aumenti dei tassi d’interesse e alla riduzione del bilancio della Federal Reserve. Gli osservatori attendevano anche dettagli da parte di Draghi circa l’entità e le tempistiche di riduzione graduale del programma di acquisto di obbligazioni da parte della BCE. All’atteso appuntamento, i due presidenti hanno invece deciso di concentrarsi rispettivamente sulla regolamentazione finanziaria e sul commercio globale, evitando indicazioni di politica monetaria.
Tuttavia, uno sviluppo che certamente influirà sulle decisioni di entrambe le Banche centrali nelle settimane e nei mesi a venire è il recente andamento delle rispettive valute: quest’anno il dollaro ponderato su base commerciale si è deprezzato significativamente, mentre l’euro si è rafforzato quasi del 10%.

Debolezza inaspettata
A inizio 2017, molti osservatori prevedevano un aumento del valore del dollaro, basandosi sull’attesa che la nuova amministrazione Trump avrebbe portato avanti i piani di riforma del sistema fiscale e attuato un grande programma di spesa per le infrastrutture. Tuttavia, i piani del presidente Trump sono stati ostacolati dall'incapacità di promuovere con successo la legislazione necessaria al Congresso.
La debolezza della valuta non è di per sé qualcosa di negativo.
Infatti, un dollaro debole potrebbe sostenere la crescita USA promuovendo le esportazioni e aumentando i prezzi all’importazione con un conseguente incremento dell’inflazione. Ma questo è solo quanto dice la teoria. In realtà, per quanto possa sembrare ovvio, il rapporto tra forza (o meno) della valuta e relativo effetto sul prezzo delle importazioni risulta molto meno cristallino di così.
Un esempio: da metà 2014 a fine 2016, il valore nominale del dollaro ponderato su base commerciale è salito del 25%. Di conseguenza, stando alla logica, il rafforzamento del dollaro avrebbe dovuto esercitare una significativa pressione al ribasso sui prezzi all’importazione e sull’inflazione core. Al contrario, i prezzi all’importazione sono risultati notevolmente resilienti in questo periodo.
Da fine febbraio 2017, l’indice del dollaro, che misura la sua forza rispetto a un paniere di sei valute dei mercati sviluppati, è sceso del 9,4%. Dunque, date le circostanze, sembra ragionevole attendersi soltanto un modesto contributo all’inflazione futura dalla debolezza del dollaro.
Tuttavia, ciò continua a deporre a favore di un’ulteriore stretta monetaria. Anche se, marginalmente, la recente debolezza del dollaro potrebbe incidere sulle tempistiche, la tendenza verso una normalizzazione della politica monetaria sembra confermata.

Segnali poco chiari da parte di Draghi
Per quanto riguarda l’Eurozona, a Jackson Hole Draghi ha evitato di dare un chiaro segnale: sia il presidente che il Consiglio direttivo della BCE hanno mostrato riluttanza nell’indicare le tempistiche attese per l’uscita dal quantitative easing.
A prima vista, il recente apprezzamento dell’euro, con le sue ripercussioni negative sull’inflazione, mette a rischio il processo di affrancamento dal QE. Ciononostante, il miglioramento delle prospettive di crescita, un importante motivo alla base del recente rafforzamento dell’euro, potrebbe controbilanciare il rallentamento dell’inflazione.
Nel complesso, tuttora prevediamo una normalizzazione del bilancio ed un ulteriore aumento dei tassi d’interesse negli USA per quest’anno.
Al contempo, ci aspettiamo che la BCE diminuisca, ma non riduca drasticamente, i propri acquisti di asset entro fine anno, lasciando tuttavia i tassi d’interesse invariati nel prossimo futuro.

 

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