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Tra Usa e Cina PDF Stampa E-mail
Scritto da huffingtonpost.it   
Giovedì 30 Gennaio 2020 00:17


L'Europa prova a barcamenarsi

Stretta tra le pressioni degli Usa e le tentazioni della Cina, l’Unione europea decide di non scegliere sul 5G. Solo “regole rigide”, annuncia il Commissario per l’Industria Thierry Breton, ma nessun bando per Huawei. Domani le comunicazioni della squadra von der Leyen. Significa che anche sul 5G gli Stati membri saranno più o meno liberi di decidere se seguire l’indicazione di Donald Trump di bandire i cinesi oppure se mantenersi nel mezzo delle “regole rigide” stabilite a livello europeo. Eppure la sicurezza legata al 5G fu una delle questioni sollevate a Bruxelles quando, a primavera dello scorso anno, le Cancellerie europee criticarono la scelta italiana di firmare il Memorandum d’intesa con Pechino, allineandosi di fatto alle critiche arrivate da Washington.
Ma nessuno in Europa ha la forza di opporsi ai cinesi. Tanto più che le maggiori compagnie telefoniche del continente – Deutsche Telekom, Vodafone e Telefonica – sono tutte clienti di Huawei. E allora arriva la via mediana della Commissione, che significa limitare l’accesso di Huawei alle infrastrutture strategiche. Un po’ come ha deciso di fare Boris Johnson, pure alleato stretto di Washington, ancor più oggi con la Brexit che domani verrà formalizzata anche al Parlamento europeo. Sul 5G (come sulla digital tax), nemmeno la Gran Bretagna segue gli Usa.
Nel continente, che ormai è sempre più terreno della nuova ‘guerra fredda’ tra Stati Uniti e Cina sul 5G e le questioni della sicurezza, il dibattito è aperto. Con una propensione a non chiudere ai cinesi. Lo avrebbero garantito sia la Cancelliera Angela Merkel che il presidente francese Emmanuel Macron in recenti colloqui con il presidente Xi Jinping: nessuna discriminazione per Huawei. E se lo dicono Germania e Francia, l’Europa segue. Funziona così, anche se in passato proprio il francese Breton aveva dichiarato che affidare il 5G alle aziende europee (Nokia, Ericcson), non avrebbe causato ritardi. In Germania poi, la stessa Cdu, partito di Merkel, è spaccata tra chi vorrebbe seguire gli Stati Uniti e chi invece teme i contraccolpi commerciali da parte di Pechino.
Nemmeno l’Italia ha deciso sul 5G, anche se il governo Conte I (a maggioranza Lega-M5s) ha firmato gli accordi con Pechino nell’ambito della ‘Belt and road initiative’, la nuova via della Seta. Nell’ultimo bilaterale con Trump a Washington, il premier Conte aveva dichiarato di aver chiarito la questione: “Garantiremo sicurezza”. Ma poco prima il capo del governo aveva smentito Trump, secondo cui l’Italia non sarebbe andata avanti con i cinesi sul 5G.
Peraltro, la questione si intreccia con il nuovo braccio di ferro con Washington sulla digital tax, tassa per i giganti del web che hanno sede nella Silicon Valley: Facebook, Google, realtà che si aspettano di essere protette dal presidente Usa alla ricerca di un secondo mandato alla Casa Bianca. E’ una guerra che è appena iniziata e che punta il mirino sugli Stati europei che hanno adottato la digital tax: oltre all’Italia, la Gran Bretagna e la Francia, che però l’ha sospesa per quest’anno in attesa di trattare con gli Usa. Domani in sede Ocse a Parigi, si svolgerà un primo incontro internazionale alla ricerca di un accordo globale: se non ci sarà, potrebbero piovere dazi americani sull’Europa. E il 5G diventerebbe solo un grande spicchio del problema. O lo è già.

 

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