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Scritto da insiderover.com   
Martedì 04 Febbraio 2020 00:41


Al servizio del padrone inglese anche in Libia dove sosterremo Fratelli Musulmani e Isis insieme a Londra

A Londra le bandiere dell’Unione europea non ci sono più, così come a Bruxelles sono state ammainate quelle britanniche. Da questo 1 febbraio 2020 l’Ue ha 27 Stati membri, la Gran Bretagna è ufficialmente uscita e la Brexit è diventata realtà. Se sotto un profilo prettamente pratico, specie per quanto riguarda molti temi inerenti la vita quotidiana dei cittadini, le cose non cambieranno nell’immediato, diverso è il discorso a livello politico. Il Regno Unito adesso è un attore a sé stante, non più interno all’Ue e non più organico alle istituzioni comunitarie. Questo apre molti scenari circa la gestione dei rapporti con Londra e se ciò è vero per la commissione europea, lo stesso vale anche per i singoli Stati, tra cui l’Italia. Per il nostro paese la Brexit, in particolare, potrebbe incidere e non poco nella politica di Roma in Africa ed in Libia in particolar modo.

Il Regno Unito alla riscoperta dell’Africa
Londra ha manifestato, specialmente dopo il referendum pro Brexit del 2016, un nuovo interesse verso il continente nero. Qui la Gran Bretagna ha iniziato ad assumere ruoli più marginali e non rispetto alle avanzate cinesi, bensì anche in riferimento all’attivismo di Parigi nell’Africa francofona. Un attivismo, per la verità, non coronato negli ultimi anni da successi tanto militari quanto politici, tuttavia ancora di un certo peso. Proprio alla vigilia dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il 21 gennaio scorso a Londra si è tenuto il primo forum anglo – africano: il premier Boris Johnson ha ospitato una ventina di capi di Stato africani, tra cui anche i vertici dell’Unione Africana.
Si è parlato di investimenti, di possibili opportunità da sviluppare nell’ambito del dialogo tra Gran Bretagna ed i principali attori del continente. Londra vuole sfruttare l’appartenenza al Commonwealth di alcuni degli Stati africani più importanti, tra cui su tutti Nigeria e Sudafrica. Il summit londinese è servito comunque, in primo luogo, a dare un segnale preciso di indirizzo della politica estera del Regno Unito post Brexit: tornare a guardare con occhi più attenti l’Africa, provare ad essere nuovamente un attore di primo piano a livello economico e politico nel continente.

L’Italia guarda al ruolo britannico in Libia
Ed in questo contesto non può non rientrare ovviamente il dossier libico. La Gran Bretagna è stata prima responsabile, assieme alla Francia di Sarkozy, dell’azione poi sviluppata dalla Nato che nel 2011 ha portato alla caduta di Muammar Gheddafi e dunque all’attuale destabilizzazione della Libia. Negli anni a seguire, Londra è sembrata più defilata rispetto al dossier. Tuttavia adesso il suo ruolo potrebbe nuovamente tornare importante: la Gran Bretagna adesso, come detto, è un attore a sé stante e potrebbe prendere delle iniziative indipendenti da quelle dell’Ue. Nelle ultime settimane il premier Boris Johnson non ha fatto mancare il suo appoggio alla conferenza di Berlino e ad altri piani attuati congiuntamente in ambito comunitario, nei prossimi mesi però potrebbero sorgere iniziative “in proprio” da parte britannica.
Per l’Italia potrebbe essere un’occasione non di secondo piano. Il pensiero va, in primis, ai rapporti con riferimento alla Libia tra Roma e Londra. Nell’ottobre 2018 ad esempio, Eni e Bp hanno sottoscritto un importante accordo afferente proprio i giacimenti libici. In particolare, la nostra società ha acquisito da quella inglese il 42.5% di tre aree esplorative off shore nel paese nordafricano. Una base, per un rapporto tra Italia e Gran Bretagna sulla Libia, dunque potrebbe esserci. E Roma, rimasta sostanzialmente isolata ed “intrappolata” negli ingranaggi diplomatici Ue sul dossier libico (anche e soprattutto, occorre sottolineare, per proprie colpe), potrebbe quindi provare un primo nuovo appoggio con Londra.

 

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