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A proposito di Germania e Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da wallstreeitalia.com   
Lunedì 27 Aprile 2020 00:03


Spiegatelo agli apprendisti stregoni gemanofobi e/o Italexit

Una flessione di 7 punti percentuali del PIL tedesco, come previsto dal FMI per il 2020, si tradurrebbe in – 11 miliardi di euro di export dall’Italia verso la Germania (pari al 19% del totale del flusso di esportazioni).
Lo studio ha indagato le diverse elasticità dell’export dei comparti italiani che esportano verso la Germania confrontandole a loro volta con la variazione del Pil tedesco registrato nel periodo 1995-2019; da qui la stima del calo previsto in 7 i punti percentuali.
“Nell’immaginario collettivo la Germania rappresenta il principale concorrente dell’Italia, ma la realtà è più complessa. Come sappiamo componenti, semilavorati, assemblaggi, scorrono da una Nazione all’altra e da un Continente a un altro”, evidenzia Lucio Poma Responsabile scientifico industria e innovazione di Nomisma. “Dall’analisi da noi condotta emerge come, oltre alla competizione, vi è molta cooperazione ed integrazione produttiva tra queste due grandi nazionali manifatturiere, cosa peraltro molto chiara agli stessi industriali tedeschi.
Recentemente si è riunito l’Eurogruppo che ha preso importanti decisioni per la gestione delle ricadute economiche della pandemia, trovando accordi difficilmente immaginabili solo alcuni mesi addietro. Forse L’Europa si è finalmente resa conto (e in caso contrario deve farlo quanto prima) del profondo livello di integrazione produttiva tra le diverse nazioni che la compongono”, continua Poma.
I comparti maggiormente coinvolti dal previsto calo del Pil/export sarebbero:
-metalli di base e prodotti di metallo: -3,2 miliardi di Euro (-34%)
macchinari e apparecchi n.c.a: -1,6 miliardi (-19%)
mezzi di trasporto: -1,6 miliardi (-22%)
sostanze e prodotti chimici: -1 miliardo (-24%)
tessili, abbigliamento pelli ed accessori: – 800 milioni (-17,27%)
Un comparto non correlato come il farmaceutico conta un export verso la Germania di 3,5 miliardi e vedrebbe, secondo le stime Nomisma e Cribis, una variazione molto lieve (-37 milioni e -1,06%); analogo discorso vale per i prodotti alimentari, bevande e tabacco (-208 milioni e – 3,75%).

 

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