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Il Covid è contro l'Europa PDF Stampa E-mail
Scritto da insideover.com   
Mercoledì 06 Maggio 2020 00:15


Si stanno riposizionando tutti

Nel mondo perde l'Europa, in Europa perde l'Italia: auguri a tutti!

Nei giorni scorsi si è tenuto il centenario della Grande assemblea nazionale turca (Türkiye Büyük Millet Meclisi), il parlamento unicamerale fondato il 23 aprile 1920 dal padre della nazione, Mustafa Kemal Atatürk, mentre la guerra di indipendenza era ancora in corso. Il dramma del Covid19 non ha oscurato la ricorrenza che, anzi, è stata commemorata con fervore ed è stata l’occasione, sia per il mondo dell’informazione che per la politica, per lanciare un messaggio al mondo: la Turchia è di nuovo una grande potenza ed è pronta a comportarsi da protagonista nel mondo che verrà.

La rinascita della potenza turca
I titoli scelti dai grandi media del paese per festeggiare il centenario sono stati così evocativi che non meriterebbero alcun approfondimento. Il Daily Sabah ha firmato un articolo intitolato The dream of a great Turkey reborn (Il sogno di una grande Turchia è rinato), mentre quello scelto dall’agenzia Anadolu è ancora più esplicito, Turkey will have a voice in new world’s order (La Turchia avrà una voce nel nuovo ordine mondiale).
Il Daily Sabah ha ripercorso le tappe storiche che hanno portato alla caduta dell’impero ottomano, alla nascita della repubblica e al lungo percorso verso la rinascita e normalizzazione: “L’ultimo secolo dell’impero ottomano ed il secolo seguente della repubblica di Turchia sono stati caratterizzati dalla lotta per la sopravvivenza della nazione. Oggi, nel centenario del Parlamento, il nostro paese è diventato uno dei principali giocatori nell’arena internazionale”.
Sono diversi i passaggi dedicati alla “resistenza contro la colonizzazione culturale”, ossia ai tentativi di occidentalizzare l’identità turca, ed è molto emblematico il riferimento al defunto Necmettin Erbakan, che fu brevemente primo ministro dal 1996 al 1997, quando fu costretto dalle forze armate a rassegnare le dimissioni per via della sua agenda politica intrisa di neo-ottomanesimo e nazionalismo islamico. Erbakan, il cui nome fino ai tempi recenti era innominabile, è stato uno dei più importanti pensatori ed esponenti del movimento islamista Millî Görüş, ed è stato il mentore dell’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan.
Il politologo Samuel Huntington lo aveva profetizzato nel suo celebre Scontro di civiltà che nel nuovo secolo si sarebbe assistito alla rinascita della componente islamica dell’identità turca, e questo a causa della fragilità dei modelli di occidentalizzazione imposta su culture e nazioni rette su storie e tradizioni fiere e millenarie. La detronizzazione morbida di Erbakan non ha impedito che l’islam politico prendesse il sopravvento, e sia le forze armate che l’Occidente hanno ampiamente sottovalutato il significato del breve esecutivo che, di fatto, ha anticipato e spianato la strada alla successiva entrata in scena di Erdogan.
Ed è proprio la piattaforma politica con la quale il presidente turco è emerso, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, a ricevere il plauso, perché “hanno preso un paese in crisi economica e politica [e dopo] quasi venti anni di permanenza al potere, il sogno di una grande Turchia è rinato”.
L’agenzia Anadolu ha invece riportato degli stralci dell’intervento alla camera di Mustafa Sentop, il presidente del parlamento, che è stato molto esplicito: “La Turchia farà sentire la sua voce nel nuovo ordine mondiale dopo il coronavirus (…) La Turchia, rinata dalle sue ceneri cento anni fa, è oggi più potente, entusiasta e viva”.

Protagonista nella diplomazia degli aiuti sanitari
È ancora presto per stabilire i vincitori e i vinti della battaglia degli aiuti che sta contrapponendo i grandi protagonisti dell’arena internazionale, anche se l’orizzonte del domani è sempre più nitido. La scena è attualmente dominata dagli Stati Uniti e dalla Cina: i primi sono impegnati a recuperare terreno nei confronti dell’ultima, che a sua volta sta sfruttando l’emergenza, soprattutto in Europa, per ripulire la propria immagine e promuovere il complemento sanitario alla Nuova Via della Seta.
Sullo sfondo del nuovo capitolo della guerra fredda del 21esimo secolo c’è un altro attore che si sta muovendo in maniera incessante per raccogliere consensi in aree di interesse strategico: la Turchia. Avendo ricevuto richieste di aiuto da più di 100 Paesi, e riuscendo a soddisfarne oltre la metà, ossia 53, Ankara è seconda solo a Pechino nella classifica dei donatori ma le probabilità di un ritorno diplomatico sono più elevate.
Infatti, mentre la Cina si sta muovendo su terreni ostici e ricchi di incognite come ad esempio l’Italia, perennemente in balìa degli intrighi e dei giochi delle grandi potenze, e l’area Visegrad, che è il bastione della presenza statunitense in Europa, la Turchia sta scegliendo in maniera accurata gli obiettivi da aiutare, coerentemente con la natura ideologica della propria agenda estera a base di turanismo, panturchismo, neo-ottomanesimo e nazionalismo islamico.
Il segreto del (probabile) successo di Ankara è legato al fatto che non sta tentando di espandersi in nuove aree, ma di consolidare la propria posizione in quelle su cui un certo grado di influenza è già esercitato tutt’oggi. È solo per mezzo di questa chiave di lettura che si possono spiegare e capire gli aiuti inviati alla Gagauzia moldava, alla Palestina, agli -stan dell’Asia centrale, all’Ucraina, alla Somalia e ai paesi dei Balcani meridionali.

20 anni (quasi) di successi
Daily Sabah e Agenzia Anadolu sono i megafoni dello stato profondo turco e, perciò, i loro contenuti potrebbero essere facilmente accusati di viziosità e arbitrarietà, ma i risultati di (quasi) un ventennio di Erdogan sono innegabili e incontrovertibili. L’economia è cresciuta continuamente dal 2003 al 2018, anno in cui una serie di fattori endogeni ed esogeni (in primis la mini-guerra commerciale lanciata dall’amministrazione Trump per convincere Ankara a liberare il pastore Andrew Brunson) ne hanno causato l’entrata in recessione.
L’economia turca è forte e fragile al tempo stesso ed Erdogan sta lentamente combattendo contro le sue due principali vulnerabilità, ossia la dipendenza dall’import-export e dagli investimenti stranieri e l’attaccamento al mercato europeo, per rendere più complicata la conduzione di attacchi speculativi e rappresaglie contro di essa. Ad esempio, nell’ultimo decennio le esportazioni verso l’Unione Europea sono passate dal rappresentare più del 50% del totale a circa un terzo, simbolo di una diversificazione dei mercati sempre più marcata.
Ma è in politica estera che i successi sono stati realmente ragguardevoli. La crisi dei rifugiati è stata sapientemente sfruttata per avere una leva di pressione sull’Ue, ossia tenendo in scacco 27 Paesi, che ormai vive l’esperienza di un ricatto diplomatico al quale è difficile trovare una soluzione. Le minacce frequenti di riaprire il corridoio balcanico tendono a concretizzarsi ogni volta che Erdogan vuole ottenere qualcosa e la via diplomatica fallisce.
Quanto accaduto fra fine febbraio e inizio marzo lungo il confine con la Grecia è la prova più evidente dell’incredibile potere del quale dispone Ankara: centinaia di migliaia di presunti rifugiati sono stati liberati e supportati attivamente dalle forze dell’ordine turche nel loro tentativo di superare la frontiera, si è assistito a vere e proprie scene di guerra, sullo sfondo dell’impassibilità di Bruxelles.
Sempre restando in ambito europeo, la Turchia ha dimostrato di voler agire al suo interno più come un rivale che come un collaboratore, perseguendo uno schema di penetrazione con finalità egemoniche, intrinsecamente antagonistico, basato sulla strumentalizzazione della diaspora turca per condurre operazioni di spionaggio e sul controllo delle realtà musulmane stanziate nel Vecchio Continente per propagandare e diffondere una propria propria visione dell’islam, particolarmente pericolosa perché suscettibile di dare luogo a fenomeni di radicalizzazione.
Diaspora e religione, due instrumenta regni utilizzati per raggiungere uno scopo: la costruzione di una sfera d’influenza neo-ottomana su tutti quei territori che storicamente furono dominati, direttamente o indirettamente, da Ankara nel corso dell’epopea della Sublime Porta e che, oggi, pur essendo formalmente indipendenti, sono vulnerabili ai tentativi di assalto. I Balcani sono il caso più significativo, ma l’agenda estera turca è molto più estesa e negli ultimi venti anni, grazie soprattutto all’Agenzia Turca per lo Sviluppo (Tika) e al Direttorato degli Affari Religiosi (Diyanet), ha messo radici e costruito partenariati importanti in Africa orientale, nel Caucaso meridionale, nell’Asia centrale ex sovietica, in Ungheria, in Moldavia e in Ucraina.
La nuova dimensione imperiale di Ankara, però, è pienamente comprensibile soltanto facendo riferimento ad altri due teatri: Mosca e Pechino. Nei confronti delle più grandi potenze dell’Asia, la Turchia sta conducendo una politica coraggiosa ed estremamente rischiosa, alternando collaborazione e scontro. In entrambi i casi, sotto l’ombrello delle attività culturali, entità turche o comunque collegate ad Ankara hanno instillato i semi del separatismo etno-religioso ponendo dei gravi rischi per la sicurezza nazionale di Mosca e Pechino. Mentre la Russia affronta l’insorgere di istanze secessioniste, dalla Crimea alla Siberia, la Cina combatte il separatismo dello Xinjang, che dalla Turchia è foraggiato in diversi modi, ad esempio sostenendo il Congresso Uiguro Mondiale.
Infine, la Turchia è anche tornata a rivestire un ruolo di primo piano nel Mar Mediterraneo come mostrato dall’accordo sulla delimitazione dei confini marittimi siglato con la Libia, e dalla politica della forza adottata per allontanare presenze straniere dalle acque cipriote, importanti per i giacimenti di gas naturale ivi contenuti, che ha coinvolto l’Italia, con l’incidente della Saipem 12mila, e più recentemente Israele.

Il dopo pandemia
Il Covid19 si è rivelato un’opportunità unica ed irripetibile per la Turchia, permettendole di agire in maniera indisturbata in aree normalmente ad alta tensione, come la Serbia, la Gagauzia, gli -stan e la Palestina, sia a causa della pandemia in sé che gli occhi del mondo puntati sul braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina.
Il mondo politico turco è pronto al cambio di paradigma, come sottolineato dalle parole dette e scritte in occasione del centenario del parlamento, al passaggio epocale reso possibile da 18 anni di Erdogan, un’era di intenso lavoro diplomatico, operazioni coperte e perspicacia strategica, che lungi dal finire è già entrata nella storia.
La Turchia ha smesso da tempo di dipendere dall’Ue, oggi è vero il contrario, ed è ormai capace e volente di affrontare anche una potenza come la Russia, senza timore di ripercussioni, come ben dimostrato dall’abbattimento del Su-24 del 24 novembre 2015, e di sfidare un’altra potenza di rilievo, come Israele, come palesato dall’incidente al largo di Cipro ed anche dal crescente protagonismo nei territori palestinesi a sostegno di Hamas.
Come le due guerre mondiali hanno dato vita a un ri-bilanciamento del potere, straordinario e senza precedenti, similmente la pandemia scardinerà partenariati, amicizie ed alleanze consolidate, ponendo le basi per la distruzione di sfere d’influenza attuali e per la nascita di nuove. Nel caso di Ankara, aumenteranno considerevolmente le probabilità di concretizzare in maniera definitiva il progetto della “grande Turchia“, ossia un’area egemonica estesa negli ex domini ottomani e nei territori abitati da popolazioni turche.
Gli indizi a sostegno di questo scenario ci sono già: fra i Paesi membri del Consiglio turco è già tema di discussione il “dopo-crisi”, e il Kazakistan ha finalizzato il 20 aprile un accordo per il rifornimento di armamenti con la compagnia turca Aselsan, nella ribelle-dormiente Gagauzia si tratta per l’apertura di un consolato turco nel capoluogo, mentre dai Paesi balcanici che hanno ricevuto donazioni da Ankara montano le critiche verso l’Ue, accusata di essere stata poco presente e scarsamente collaborativa.


 

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