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Il due di coppe quando regna bastoni PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Martedì 28 Luglio 2020 07:54


Siamo riusciti nella miracolosa impresa di non contare niente in Europa. E ovunque

I nuovi centri di potere in Europa sono almeno tre. Il tandem franco-tedesco, desideroso di favorire una maggiore integrazione europea, i cinque "frugali" e il blocco dei Paesi di Visegrad, impegnati a impedirla.
I Visegrad, antico centro di potere, si sono riaffacciati con inusitata forza dopo un altro anno cruciale, il 2015. Anche allora, sempre con l'appoggio della Francia, Merkel impose un accordo sui ricollocamenti che voleva essere una fuga in avanti per salvare l'Ue dall'emergenza dei profughi.

Quell'intesa è rimasta lettera morta ed è stato uno dei fallimenti più vistosi della cancelliera. Oltretutto, ha rinsaldato un blocco di potere, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che a suon di minacce di veto ha incassato nei giorni scorsi l'ennesima vittoria.
Da un lato, quel fallimento dell'accordo sui profughi e il successivo trionfo dei populismi anti europei -Matteo Salvini in primis - sono stati una preziosa lezione, per Merkel. Che, proprio per scongiurare un ritorno del leader della Lega al potere, ha evitato nel recente vertice con Conte, ma anche al summit Ue, di mettere alle strette il governo italiano con la questione del Mes.

Soprattutto, ha congegnato insieme a Macron una soluzione finanziaria alla crisi che aiuta fortemente l'area mediterranea. Insomma, l'emergenza del coronavirus ha avuto almeno un effetto virtuoso: la cancelliera, dopo anni di attenzione spasmodica verso Est e Ovest, è riuscita a concentrare il suo sguardo al Sud.
Ma dai toni della conferenza stampa del premier polacco, Mateusz Morawiecki, dal suo compiacimento per il fatto che non ci sia un legame diretto tra stato di diritto e fondi europei, si capisce quale sarà un inevitabile, pessimo effetto collaterale del vertice: «Sono due questioni separate e le abbiamo mantenute tali», ha sorriso.
E il suo sodale, Viktor Orban, ha accolto l'aumento dei fondi incassato dal suo Paese con finta modestia: «Sette anni fa ho fatto la stessa cosa. L'esperienza politica conta». È tramontata, insomma, l'ambizione di legare i generosi fondi strutturali ai due Stati messi sotto osservazione dalla Commissione Ue per manifeste lesioni dello stato di diritto. In caso di lesione dei valori democratici, ma ci sono molte ambiguità nella formulazione, la Commissione può proporre aggiustamenti che il Consiglio Ue può approvare a maggioranza.
E qui si arriva al secondo difetto dell'accordo. Ad un certo punto è stato il capogruppo dei parlamentari europei della Spd Jens Geier, a sintetizzare la questione con ironia: «Ma Ursula von der Leyen partecipa ancora al vertice?». Perché se c'è un'istituzione che ha sofferto una sconfitta bruciante, è la Commissione Ue.
Von der Leyen è finita sotto le ruote di un accordo che su due questioni cruciali, stato di dritto e governance sull'attuazione delle riforme nazionali, dovrà delegare ai capi di Stato e di governo ogni decisione definitiva. L'intergovernativo, il demone che mina le istituzioni europee sin dal Trattato di Lisbona, esce visibilmente rafforzato dall'intesa.

Un'ultima osservazione riguarda la miopia di Mark Rutte. Impegnato a prendere il posto del Regno Unito come picconatore dell'integrazione Ue, ha cercato di ridurre il Recovery Fund e ha dimenticato una lezione fondamentale degli inglesi. La Germania, che ha investito 1.300 miliardi nella propria economia, potrebbe riemergere mostruosamente rafforzata dalla crisi.
E se Macron ha insistito soprattutto sulla mole del Recovery Fund, è stato per scongiurare la prospettiva di una super-Germania. Mossi da una strutturale ansia di una Berlino troppo potente, forse gli inglesi non avrebbero commesso il narcisistico errore del premier olandese.

 

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