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Gas e petrolio tra Est ed Ovest PDF Stampa E-mail
Scritto da insideover.com   
Lunedì 07 Dicembre 2020 00:37

Il contenzioso sino-americano

Ad aggravare il complesso pantano della guerra commerciale tra Usa e Cina ci aveva pensato, la scorsa settimana, una black list inviata alla Reuters, nella quale l’amministrazione Trump indicava 89 compagnie cinesi ree di avere legami militari, impedendo loro di acquistare una gamma di beni e tecnologie statunitensi. A distanza di pochi giorni, Washington sceglie di gettare altra benzina sul fuoco con un ulteriore passo: la nuova mossa ostacolerebbe l’accesso del produttore di chip Smic e della società petrolifera Cnooc agli investitori statunitensi, aggravando le tensioni con la Cina nella delicata fase di transizione alla Casa Bianca.

La Smic nel mirino
Smic (Semiconductor Manufacturing International Corporation) è stata fondata nel 2000 e ha sede a Shanghai. Si occupa di tecnologia Finfet, le cui applicazioni spaziano dal 5G al Hpc (High-performance Computing), intelligenza artificiale, elettronica di consumo, elettronica automobilistica e altri campi che rappresentano il futuro. Nel 2015, assieme a Huawei, Qualcomm Global Trading Pte. Ltd., Imec International, ha annunciato la costituzione della Smic Advanced Technology Research & Development Corporation, una joint venture azionaria con l’obiettivo di occuparsi di ricerca e sviluppo per la tecnologia Cmos (acronimo di complementary metal-oxide semiconductor) di prossima generazione.
La guerra commerciale tra Usa e Stati Uniti aveva indotto l’amministrazione di Smic a voler ritirare la compagnia dalle piazze finanziarie americane per via della lista delle aziende “proscritte” a seguito dell’affaire Huawei. A partire dal giugno 2019, Smic è invece diventata disponibile per il trading over-the-counter da parte di investitori americani con il titolo “Smicy”. Nonostante questo ridimensionamento, lo scorso settembre, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha dichiarato Smic un “utente finale militare”. Un mese più tardi, il Bureau of Industry and Security rincarava la dose, informando alcuni fornitori di Smic che, in base alle normative statunitensi sul controllo delle esportazioni, avrebbero richiedere una licenza di esportazione in anticipo prima di fornire ai cinesi apparecchiature, accessori e prodotti originali made in Usa.

La Cnooc tra gas e petrolio
La China National Offshore Oil Corporation è una delle più grandi compagnie petrolifere cinesi. La società è di proprietà del governo della Repubblica popolare cinese e la Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà dello Stato si assume i diritti e gli obblighi degli azionisti per conto di Pechino. Una sua controllata, China Oilfield Services, è quotata alle borse di Hong Kong e New York. La compagnia è finita più volte nel mirino dell’opinione pubblica internazionale per alcune vicende legate al traffico internazionale di eroina, alla violazione dei diritti dei lavoratori in quel di Burma e ad una serie di campagne repressive in patria.
Negli Stati Uniti, Cnooc International ha interessi in numerose aree, sia onshore che offshore. Le attività onshore si trovano in due importanti bacini di scisto: Eagle Ford (Texas meridionale) e Niobrara (Colorado e Wyoming). Gli asset asset offshore si trovano nel Golfo del Messico nei giacimenti di Stampede e Appomattox. Questi aspetti fondono, dunque, la guerra commerciale a problemi di sicurezza e ai timori circa la tutela della domestic jurisdiction. Ma c’è di più. Cnooc è la più piccola delle grandi compagnie petrolifere cinesi ma, tuttavia, è quella che da anni è protagonista delle perforazioni nell’area del Mar Cinese Meridionale, ormai teatro delle tensioni navali tra Washington e Pechino. Ergo, l’ostracismo nei suoi confronti non può essere casuale e generico.

La lista nera si allarga
La black list delle compagnie cinesi si inquadra in un’operazione più complessa dell’amministrazione Trump. L’elenco fa anche parte di un più ampio sforzo di Washington per prendere di mira quelli che vede come escamotage di Pechino per sfruttare tecnologie civili emergenti per scopi militari. Trump ha vietato la vendita di componenti chiave come i chip per computer alla cinese Huawei, leader mondiale nella tecnologia dei telefoni cellulari 5G di ultima generazione, accusandola di aiutare Pechino a spiare i suoi rivali. Stessa cosa dicasi per ByteDance, il proprietario cinese della popolarissima app TikTok, sospettata di raccogliere i dati degli utenti americani.
L’elenco delle “Compagnie militari cinesi comuniste” è stato imposto da una legge del 1999 che richiedeva al Pentagono di compilare un catalogo di società possedute o controllate dall’Esercito di liberazione popolare: l’adeguamento a queste norme è avvenuto solo quest’anno, man mano che le vicende sino-americane andavano esacerbandosi, arrivando ad includere giganti come Hikvision, China Telecom e China Mobile all’inizio del 2020. Poi, è stata la volta dell’executive order del 12 novembre che ha decretato una serie di imposizioni, tra cui il divieto per gli investitori statunitensi di acquistare titoli delle società presenti nella lista nera dal novembre 2021.

Perché proprio Smic e Cnooc
La domanda è: servirà ad evitare una reale minaccia cinese agli Stati Uniti? L’inserimento di queste due ultime compagnie evidenzia non solo un bisogno di sicurezza legato all’ossessione cinese dell’amministrazione Trump, ma ne sottolinea il carattere eminentemente commerciale. Se i limiti imposti a Cnooc tradiscono la volontà di “disturbare” le operazioni cinesi in mare, la crociata contro un colosso come Smic, al netto delle vicende legate al 5G e Huawei, vuole colpire un settore nel quale la Cina incalza gli Stati Uniti.
L’industria dei semiconduttori è guidata da società statunitensi, ma molti produttori di chip, come Nvidia Corp. e Qualcomm, affidano la produzione a fabbriche situate per lo più in Asia. I produttori di chip con sede negli Stati Uniti vendono quasi la metà dei semiconduttori del Mondo, ma solo il 12% della loro capacità di produzione si trova nel Paese. Secondo uno studio condotto dalla Semiconductor Industry Association (Sia), che raggruppa le principali aziende del settore semiconduttori, saranno necessari fino a 50 miliardi di dollari di incentivi federali per mantenere la produzione di chip negli Stati Uniti: per ora, il Paese, fiaccato dalla pandemia e dalla difficile transizione, ha un solo strumento per prendere tempo: mettere i bastoni fra le ruote a Pechino in questo settore, giocando in difesa.
Uno strumento che difficilmente Biden sconfesserà, all’insegna del “China second“.

 

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