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Scritto da insideover.com   
Martedì 15 Dicembre 2020 00:21


La pandemia li ha resi più potenti ancora e offre loro pure escamotages protezionistici

In Cina il virus ha ormai smesso di circolare dall’inizio della scorsa estate. La quasi totalità dei nuovi contagi – stiamo parlando di numeri irrisori di poche decine di pazienti in un Paese che conta 1,4 miliardi di abitanti – rientra sotto  la dicitura “imported cases“, ovvero casi importati dall’estero. Questa è la narrazione ufficiale offerta dalle autorità cinesi e questa, a giudicare dalla nuova quotidianità cinese, sembrerebbe essere la realtà dei fatti. Certo, di tanto in tanto il capillare meccanismo di controllo cinese rileva rare infezioni collegate a focolai sporadici, prontamente spenti sul nascere. Ma per il resto la minaccia Covid-19, al di là della Grande Muraglia, pare davvero un lontano ricordo.
Mentre gli scienziati si arrovellano per cercare di capire qualcosa in più di questo misterioso virus – ad esempio dove è nato, quando e come -, gli esperti cinesi hanno messo nel mirino le importazioni di carni congelate. Il nuovo, o meglio ultimo, nemico di Pechino fa rima con catena del freddo. Un termine usato per descrivere il lungo processo di mantenimento dei prodotti surgelati a una temperatura costante e ben al di sotto dello zero, dalla produzione alla vendita passando per trasporto, stoccaggio ed esposizione. Dal momento che la Cina importa dall’estero numerosi alimenti surgelati, tra cui carne e prodotti ittici, ecco che il sospetto è ricaduto proprio su di loro.

Il “nuovo nemico”: la catena del freddo
Pochi mesi fa nella città di Qingdao, nello Shandong, è esploso un mini cluster tra alcuni lavoratori impegnati nell’industria della catena del freddo. La spiegazione degli esperti? L’ipotesi più probabile è che fosse tutta colpa delle superfici degli alimenti congelati, sopra le quali sarebbero state rinvenute tracce del virus. Qualcosa del genere era accaduto, ancora prima, nel mercato di Xinfadi, a Pechino, dove la causa del focolaio sarebbe stata ricollegata a carne di salmone importata dall’estero.
I media cinesi, tra cui il Global Times, hanno evidenziato che dopo la prima ondata i pochissimi casi di Covid registrati in Cina erano collegabili, direttamente o indirettamente, proprio alla catena del freddo. La tesi di fondo è la seguente: dal momento che sulle superfici dei prodotti surgelati importati dall’estero sono state rinvenute tracce del virus, quest’ultimo non può che essere rientrato in Cina dai Paesi esportatori di quegli stessi alimenti. Nell’occhio del ciclone, dunque, è finita la catena del freddo, considerata la “nuova via” per la trasmissione virale del Covid-19.

Conseguenze economiche
Come ha sottolineato il South China Morning Post, le regole cinesi per i test sul coronavirus per le carni congelate sono diventate più rigide rispetto al passato. Le aziende importatrici estere devono sottostare a requisiti molto severi, e i loro margini di guadagno, già bassi, vengono ulteriormente ridotti da questa decisione di Pechino. In altre parole, il governo cinese ha ignorato le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che ha più volte escluso il pericolo derivante dalla catena del freddo, e ha proseguito a effettuare test sull’importazione di prodotti surgelati. Tutti i prodotti: dai gamberetti ecuadoriani ai calamari russi, passando per la carne brasiliana.
Stando a quanto riportato da Reuters, nel periodo compreso tra luglio e novembre la Cina ha rilevato oltre 40 lotti di campioni infetti provenienti da più di una dozzina di Paesi. Anche se le ispezioni casuali a livello nazionale hanno prodotto test positivi 0,48 volte su 10mila, Pechino non intende abbandonare l’ipotesi. In generale, infatti, i casi starebbero aumentando.
Martedì scorso la dogana cinese ha sospeso le importazioni di carne bovina dalla società argentina Ecocarnes; poi è stata la volta della carne brasiliana, quindi del pesce congelato importato dalla Thailandia. Il problema è che le nuove misure di prevenzione adottate dalla Cina stanno danneggiando gli affari di numerose industrie esportatrici estere. Già, perché essere costretti a parcheggiare celle frigorifere per settimane nei porti, coprire i costi di elettricità di quei giorni, aggiungere i soldi per effettuare test, disinfettare e sdoganare, ha contribuito a rompere la catena del freddo. E c’è già chi teme che la Cina possa usare l’arma della prevenzione per danneggiare economicamente Paesi rivali.

 

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