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Scritto da Il Foglio   
Martedì 09 Marzo 2021 00:51


Draghi e Giorgetti provano a correre ai ripari ma siamo indietro

Si allarga ancora la produzione europea di vaccini contro il Covid. In Francia prenderà il via a marzo la produzione del vaccino Moderna e ad aprile, in un altro stabilimento, la produzione del vaccino di Pfizer/Biontech. Lo ha annunciato alla radio Rtl la ministra per l'Industria, Agnès Pannier-Runacher. A questi se ne dovrebbe aggiungere un terzo a maggio per Curevac, subordinato però all'ottenimento dell'autorizzazione per l’immissione in commercio del vaccino da parte dell’Ema. Sempre in Francia, Moderna ha già concluso un accordo con la svedese Recipharm per la produzione e l'infialamento di parte della fornitura del vaccino anti Covid.
Ma non c’è solo la Francia. L'azienda biotecnologica statunitense Moderna produce infatti anche in Svizzera il suo vaccino. Il gruppo farmaceutico Lonza prevede di produrre fino a 400 milioni di dosi di vaccino Moderna all'anno nel suo stabilimento di Visp, nell'Alto Vallese. Più precisamente, Lonza per conto di Moderna in Vallese produce il principio attivo del vaccino per tutti i mercati ad eccezione degli Stati Uniti. Il partner strategico del gruppo statunitense in Europa è poi Rovi, in Spagna. Tra Lonza e Rovi si punta a produrre circa 500 milioni dosi l’anno.
Quanto all’altro vaccino che, come Moderna, sfrutta la tecnologia mRNA, ossia quello di Pfizer/Biontech, Novartis ha di recente annunciato di aver raggiunto un accordo per sfruttare la sua capacità produttiva al fine di supportarne la produzione. L'accordo vedrà Novartis utilizzare i suoi impianti di produzione presso la sua sede di Stein, in Svizzera. Secondo i termini dell'accordo, Novartis si occuperà di "infialare" il vaccino in condizioni asettiche. L’inizio della produzione è previsto nel secondo trimestre del 2021, mentre la spedizione del prodotto finito - atteso in circa 100 milioni di dosi - è prevista nel terzo trimestre. Un portavoce di Sanofi ha confermato la partnership di produzione con Biontech "per produrre oltre 100 milioni di dosi di vaccino Covid-19 in Europa nel 2021". I primi lotti saranno consegnati dalla sede di Sanofi a Francoforte, in Germania, entro agosto.
Anche il Belgio sta giocando un ruolo da protagonista con il suo stabilimento di Puurs, in prima linea per contribuire alla produzione del vaccino di Pfizer. Lo stabilimento è salito di recente agli onori della cronaca visto che è stato interessato a dei lavori - necessari ad un ampliamento della produzione - che hanno portato ad un rallentamento delle consegne del vaccino in Europa nelle scorse settimane.

E l’Italia? "Sia strutture pubbliche che private andrebbero coinvolte, ma questo può avvenire solo tra produttori che abbiano piattaforme tecnologiche adeguate per produrre mRna messaggero, non tutti dispongono di queste competenze e logistiche. È necessaria quindi la compatibilità delle strutture”, spiega oggi il presidente di Aifa, Giorgio Palù, in un’intervista al Fatto Quotidiano. “Abbiamo molte industrie medio grandi (Menarini, Zambon, Chiesi), che potrebbero collaborare nella produzione, magari anche solo di una delle fasi di cui si compone la filiera produttiva di una vaccino, accelerando le produzioni ma – spiega il presidente dell’Aifa – per questa azione di stimolo verso un’alleanza tra produttori ci deve essere la volontà politica, che va espressa ai massimi vertici, un’iniziativa del Governo insomma, presidente del Consiglio e vari ministeri” che coordinino un’operazione specifica, riunendo le industrie italiane “che dispongano di tecnologie sovrapponibili”, conclude Palù.
Ma è davvero solo questione di volontà politica? Il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, in tal senso ha di recente spiegato: "Liberare le licenze è qualcosa che non serve. In Italia, il settore farmaceutico più produttivo d’Europa, abbiamo anche i contoterzisti che sono anch’essi i primi produttori d’Europa. Se noi trovassimo il contoterzista adatto per poter produrre i vaccini non ci sarebbe la necessità di dargli il brevetto, ma non è così facile: non tutte le aziende farmaceutiche dispongono dei bioreattori indispensabili per la produzione di vaccini”.
Ad oggi l’Italia è impegnata nella produzione del vaccino contro il Covid di AstraZeneca. Lo stabilimento di Anagni della multinazionale Catalent, a circa 50 chilometri da Roma, si occupa della manifattura e del riempimento delle fiale del vaccino. Il principio attivo del vaccino viene unito agli eccipienti, filtrato e poi messo nelle fiale da cui poi si ricaveranno le singole dosi.
Al momento, però, il nostro paese sembra essere uno dei pochi ‘big’ dell’Unione europea rimasto tagliato fuori dalla catena di produzione dei vaccini mRNA di Pfizer e Moderna. In Italia infatti, prima della pandemia, non c'era nessuno stabilimento attrezzato per DNA plasmidico né per RNA.
Quindi forse, prima di parlare di volontà politica, si dovrebbe capire quali piattaforme aziendali si potrebbero utilizzare in Italia e, soprattutto, quanto tempo sarebbe necessario per una possibile loro riconversione che permetta l’utilizzo di queste tecnologie. Perché, più dei costi da sostenere, in questo momento è cruciale il fattore tempo. Si può pensare ad un investimento di medio-lungo termine in vista di una possibile breve durata della "copertura" vaccinale, e quindi di un frequente richiamo su base annuale, così come per gli antinfluenzali. Ma, anche in quest’ottica, sarebbe prima doveroso capire se l’urgenza di un incremento di produzione a livello globale sia davvero ancora necessaria da qui ai prossimi mesi, o se l’intero processo non rischi di diventare un inutile spreco di soldi e di tempo.

 

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