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Ammonito sito dedicato a Fabrizio De André PDF Stampa E-mail
Scritto da Punto-Informatico   
Sabato 16 Ottobre 2004 01:00

Riportava alcuni spartiti e file MIDI realizzati in proprio. Lo spazio web dedicato al grande cantautore scomparso si piega ad una letterina della BMG Ricordi

Roma - Sarebbe sopraggiunta dalla Fondazione Fabrizio De André Onlus la segnalazione che avrebbe spinto BMG Ricordi a chiedere ad un sito dedicato al grande cantautore genovese di togliere dal proprio spazio web una quantità di materiali. Il condizionale è d'obbligo in quanto Punto Informatico, al momento, non ha ancora ricevuto risposta da BMG Ricordi in merito ad una lettera che avrebbe spedito al sito preso di mira, De André Tribute, per chiedere la rimozione di contenuti.

Stando al sito stesso, nei giorni scorsi l'azienda lo avrebbe accusato di riprodurre "senza le necessarie autorizzazioni, i testi e la musica di opere musicali dell'autore Fabrizio De André, per le quali la nostra società vanta i relativi diritti esclusivi di utilizzazione. Su tale sito viene offerta la possibilità di libero downloading di spartiti, testi, accordi e midi files delle predette opere.
Nell'evidenziarVi che il comportamento da Voi posto in essere, in assenza delle dovute autorizzazioni, costituisce un illecito sanzionato ai termini di legge, Vi invitiamo a cessare immediatamente l'illecita utilizzazione delle opere e a volerci dare un tempestivo riscontro a quanto comunicatoVi con la presente.
Distinti saluti.
BMG Ricordi Music Publishing S.p.A."

L'area download del sito è ora sostituita dal testo di questa lettera perché, evidentemente, i webmaster non intendono incrociare le spade, anzi gli avvocati, con BMG. Ciò non li ha comunque dissuasi dal replicare sulle pagine del sito:
"De André Tribute è nato solo, ed esclusivamente, per diffondere le canzoni, le poesie... l'opera di Fabrizio De André e pubblica info e media tratti da archivi privati e/o di pubblico dominio su base non periodica al solo scopo divulgativo e no profit.
DAT non ha mai pubblicato MP3 e i MIDI inseriti sono quasi tutti opera di un ragazzo che ho definito un vero talento musicale. Servivano esclusivamente a cantare le canzoni di Faber nell'apposita sezione "Canta Fabrizio". Anche gli accordi sono frutto dell'opera "amatoriale" svolta da diversi musicisti".

"Mi piacerebbe sapere - scrive Carlo F. a Punto Informatico - come si possa ritenere che quel tributo a De André, palesemente un atto di amore e non di interesse commerciale, si sia meritato una lettera del genere semplicemente per aver riportato alcuni testi, spartiti e alcuni spezzoni in formato midi di brani riprodotti amatorialmente e nello spirito del "fair use" descritto dall'articolo 70 della legge del 22 aprile 1941 n. 633".

Secondo il sito, l'opera di informazione sull'attività e la discografia del celeberrimo poeta e cantore italiano portata avanti in questi anni ha senz'altro stimolato la vendita di CD e altri materiali di cui, appunto, BMG Ricordi detiene i diritti.

"Ognuno tragga le conclusioni che vuole - concludono sconsolatamente i webmaster - Ciò che è dentro di noi ci appartiene... vive con noi".
 
Scricchiola il mito del compatto popolo eletto PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere.it   
Lunedì 11 Ottobre 2004 01:00

La violenza sionista raggiunge punte di violenza inaudita, tanto da far impallidire gli stessi militari israeliani. Accade così che un ufficiale scarichi un intero caricatore su una bambina di 13 anni che si reca a scuola e che siano gli stessi soldati a denunciarlo. I militari contro Sharon.

GERUSALEMME - I soldati di una brigata israeliana hanno chiesto che venga rimosso un loro ufficiale sospettato di aver infierito sul corpo di una bambina palestinese. E il procuratore capo dell’esercito israeliano, generale Avichai Mandelbleet, ha aperto un’inchiesta. Si tratta di un caso quasi senza precedenti. Decine di bambini palestinesi sono stati uccisi nel corso dei quattro anni della seconda Intifada ma l’esercito raramente apre le indagini su questo genere di incidenti. La notizia è venuta alla luce in seguito alla denuncia dei soldati ai giornali israeliani e alle tv.

L'ACCUSA
- Il comandante israeliano è accusato dai suoi commilitoni di aver scaricato un intero caricatore contro una bambina palestinese di 13 anni per assicurarsi che fosse morta. Lo ha annunciato oggi una portavoce dell’esercito. I risultati dell'inchiesta saranno sottoposti al capo di Stato maggiore, Moshe Yaalon.

LE TESTIMONIANZE
- Secondo quanto pubblicato dal quotidiano israeliano Yediot Ahronot prima che il comandante sparasse i commilitoni gli avrebbero intimato via radio: "Non spari, è una bambina". Invece, stando sempre alla versione riportata dal giornale, il comandante "l’ha crivellata di colpi". "Rimanemmo scioccati. Non potevamo credere a quello che aveva fatto. Come si può crivellare di colpi una bambina e da distanza ravvicinata?", hanno commentato i soldati. Iyman Hams, 13 anni, è stata massacrata di proiettili il 5 ottobre. Inizialmente l’esercito ha dichiarato che la bambina era stata uccisa dai soldati mentre piazzava un ordigno nei pressi di una postazione dell’esercito nel sud della Striscia di Gaza. Ma in seguito al racconto dei soldati, e alle diverse versioni di esso, è stata aperta un’inchiesta.
Il dottor Ali Musa, direttore dell’ospedale di Rafah, ha detto che Hams è stata colpita da almeno 15 proiettili, la maggior parte dei quali nella parte alta del corpo. Ihab Samir Hams, il fratello della bambina, ha raccontato che la sorella stava recandosi a scuola quando è stata colpita. Secondo il ragazzo i soldati non hanno permesso l’arrivo di un’ambulanza nella zona per almeno 70 minuti.

I MILITARI CONTRO SHARON
- Intanto si ha notizia di contrasti tra i vertici dell'esercito israeliano e il premier Sharon al 13/esimo giorno consecutivo dell'operazione "Giorni di penitenza" lanciata da Israele a nord di Gaza per rimuovere la minaccia dei razzi palestinesi. Il primo ministro israeliano Ariel Sharon non intende porre fine all’operazione nonostante il parere contrario dei vertici dell’esercito che suggeriscono invece di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza. L’operazione quindi continuerà, annuncia Haaretz online. L’esercito israeliano ritiene che l’operazione, concentrata soprattutto contro il campo profughi di Jebaliya, nel nord della Striscia, abbia già raggiunto il suo obiettivo. E suggerisce un ritiro dei soldati israeliani.

ALTRI TRE PALESTINESI UCCISI
- Stamane altri tre palestinesi sono stati uccisi da soldati israeliani mentre cercavano di infiltrarsi nella colonia di Kfar Darom, a sud di Gaza. La stampa israeliana cita fonti militari secondo cui nel corso della operazione sono rimasti uccisi almeno 114 palestinesi,

 
Continua il terrorismo mirato PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Domenica 10 Ottobre 2004 01:00

Unico scopo: far aumentare il prezzo del petrolio. Lo scontro di civiltà sta riuscendo perfettamente agli americani: scongiurata la bancarotta, rilanciata la produzione d’oppio in Afghanistan, bloccate le fonti energetiche eurasiatiche, stoppato il ritiro israeliano dai territori occupati, portato il prezzo del petrolio alle stelle. E noi europei crediamo che siano scemi…

E' salito ad almeno diciassette il numero complessivo delle persone rimaste uccise nell'attacco sferrato in mattinata contro la sede del ministero del Petrolio a Baghdad, nel quartiere nord-orientale di al-Rasafa. Lo ha annunciato un portavoce del dicastero, Assem Jihad, il quale ha anche precisato che si e' trattato di un attentato suicida compiuto con un'auto-bomba, contrariamente alle prime indicazioni in base alle quali sembrava fosse stato lanciato un razzo all'indirizzo dell'edificio, vicino al quale si trova pure un'accademia di polizia, anch'essa presa di mira dal kamikaze. Nelle adiacenze sorge inoltre il ministero delle Risorse Idriche. L'ennesima strage, cui ha fatto seguito un altro attacco analogo al ministero della Cultura che ha avuto pero' conseguenze assai piu' circoscritte, e' pressocche' coincisa con l'arrivo nella capitale irachena del ministro della Difesa americano, Donald Rumsfeld, giunto in missione a sorpresa in Iraq per colloqui con i rappresnetanti di Washington nel Paese arabo e con il locale governo ad interim; atterrato nella base aerea di Haditha, 200 chilometri piu' a nord-ovest, Rumsfeld vi aveva gia' passato in rassegna i circa 1.500 marines che si battono contro la guerriglia sunnita nella turbolenta provincia di al-Anbar, che comprende tra le altre citta' ribelli quali Falluja e Ramadi. "In apparenza l'auto-bomba e' saltata in aria prematuramente a un incrocio di fronte all'accademia della poliza", ha riferito il portavoce ministeriale. "La maggior parte dei morti erano semplici passanti, comprese sette donne". In coda all'esterno dell'accademia c'erano numerose reclute, che probabilmente costituivano l'obiettivo principale dell'attentatore, rimasto dilaniato. Con attacchi del genere, molto frequenti, la guerriglia punta infatti a intimidire la popolazione per impedire che collabori con le autorita' provvisorie filo-americane. La deflagrazione ha scavato un cratere profondo un metro nella sede stradale di via Palestina, una delle piu' trafficate a Baghdad, lungo la quale si trova anche il dicastero per il Commercio. L'onda d'urto e' stata talmente potente da ridurre a brandelli i cadaveri delle vititme; stando al racconto di testimoni oculari, la scena era cosi' raccappricciante che gli infermieri intervenuti per i primi soccorsi si sono sentiti male. Nell'attacco con una vetta imbottita di esplosivo vicino al ministero della Cultura, piu' in centro, e' morto invece solo il kamikaze, che puntava a quanto sembra a un convoglio militare Usa di passaggio; feriti un soldato Usa e due civili iracheni.

 
Saddam era disarmato. Quindi era colpevole. PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Giovedì 07 Ottobre 2004 01:00

L’ennesimo rapporto sull’Iraq dimostra che le famose armi di distruzione di massa erano un’invenzione. Grazie, lo sapevamo tutti. Eppure Colin Powell non demorde e accusa: “Saddam voleva la fine delle sanzioni per riprendere ad armarsi”. In pratica: intanto fanno la guerra, per la motivazione si stanno attrezzando.

L'Iraq di Saddam Hussein non possedeva arsenali di armi di sterminio e non aveva avviato programmi per svilupparle: stavolta a sostenerlo è il nuovo rapporto sulle armi irachene curato da Charles Duelfer, il responsabile dell'Iraq Survey Group. Il rapporto verrà presentato oggi in un'audizione di fronte alla Commissione difesa del Congresso Usa. Ma lo stesso rapporto ipotizza che l'Iraq intendesse avviarne la produzione dopo un eventuale sollevamento delle sanzioni economiche imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sin dall'invasione del Kuwait nel 1990.

Nuove prove dei tentativi del regime di aggirare le misure restrittive e di promuoverne la cancellazione, con una campagna molto più coordinata di quanto fino a ora emerso, sono infatti contenute nel rapporto di oltre mille pagine.

Il programma di sviluppo di armi di Saddam Hussein nel 2003, prima dell'inizio dell'intervento militare anglo americano, era meno avanzato che non nel 1998, quando Baghdad impose la fine selle ispezioni internazionali. L'unico piano di sviluppo di armi proibite erano quelli per i missili con gittata fino a mille chilometri, ben al di sopra dei 150 consentiti dall'Onu. Il rapporto "renderà molto, molto chiaro che quello che Saddam Husseim stava cercando di fare era interrompere le sanzioni al fine di tornare a sviluppare queste armi", ha dichiarato ieri il segretario di Stato, Colin Powell, anticipando il modo in cui l'amministrazione Usa, colpita dalle false accuse sulle armi di sterminio, userà in queste ultime settimane pre elettorali le conclusioni del rapporto per giustificare le ragioni della guerra
 
Dio è con loro. Contento lui... PDF Stampa E-mail
Scritto da Ap   
Martedì 05 Ottobre 2004 01:00

Israele? È nei piani di Dio. Gli Arabi? Alleati di Satana. Questa è la raffinata ed articolata analisi del conflitto medio-orientale di alcuni fondamentalisti cristiani statunitensi recatisi in visita a Tel Aviv per supportare il genocidio dei palestinesi.

Migliaia di cristiani fondamentalisti americani guidati dall’evangelista Pat Robertson sono arrivati in Israele per dare supporto all’azione anti-palestinese. Il gruppo considera Israele “parte del piano di Dio”, e accusa gli arabi di “far parte del piano di Satana”

 
Libertà, cos'eri mai ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Domenica 03 Ottobre 2004 01:00

La superdemocrazia tecnologica globale fa passi avanti ogni giorno nel senso dell'uniformazione e dello svuotamento di libertà. L'ultima ? Il passaporto per cani.

FIUMICINO (ROMA) - Si chiama Teddy ed e' un piccolo yorkshire di 6 mesi il primo cane partito dall' aeroporto intercontinentale di Fiumicino con regolare passaporto dell' Unione Europea. Da ieri, infatti, sono scattati anche nello scalo romano le nuove disposizioni in vigore per tutti i proprietari di cani, gatti e furetti in partenza in aereo con i loro animali al seguito, obbligati ad esibire il documento dell' amico a quattro zampe al momento delle operazioni di check-in. Cosi' Thomas e Andrea, i due giovani proprietari di Teddy, in partenza per Budapest alle 9.55 con il volo Alitalia AZ7524, hanno effettuato la nuova trafila prevista.
''Non abbiamo incontrato nessun disagio - hanno raccontato sorridendo i due ragazzi poco prima di imbarcarsi - appena arrivati ci siamo presentati al banco accettazione con Teddy, che essendo di piccola taglia puo' viaggiare con noi a bordo nell' apposito 'trasportino', e l'impiegato si e' limitato a chiederci di esibire il documento dell'animale sul quale, oltre ai dati anagrafici, sono indicati anche il colore del manto, l'altezza al garrese e la razza, mentre la foto non e' obbligatoria. Se la riteniamo una disposizione giusta? Certo - hanno risposto senza esitare Thomas e Andrea - anche perche' in questo modo sara' piu' semplice identificare e rintracciare rapidamente i cani (grazie ad un numero inserito in un'apposita anagrafe informatizzata, ndr), oppure di denunciare quelle persone senza cuore che li abbandonano, visto che i dati su questo fenomeno, soprattutto durante l'estate, sono sempre in aumento''.
 
Eravamo italiani PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della sera   
Sabato 02 Ottobre 2004 01:00

Fumavamo, ci piacevano le donne e celebravamo il rito del caffé. Ora ci stiamo anglosassonizzando. E dopo aver criminalizzato il tabacco e la spensieratezza eterosessuale non ci piace più nemmeno il caffé.

MILANO - Un tempo neppure uno avaro come il cavalier Pezzella, il Totò de «I tartassati», ci sapeva rinunciare. Anzi, lui ne prendeva addirittura «tre alla volta per risparmiare due mance». Oggi il rito del caffè fuori casa sembra al tramonto. Secondo un’indagine di Bain Company, presentata ieri a Milano al convegno «I debiti del caffè al bar», le tazzine servite nei locali pubblici sono il 20% in meno rispetto al 1990. Solo negli ultimi quattro anni, il calo è stato dell’11%. Eppure il caffè è ancora la bevanda più diffusa d’Italia dopo l’acqua. Ne consumiamo 650 all’anno pro capite, quasi il doppio della media europea. Ma preferiamo farlo a casa o direttamente in ufficio.Secondo Fipe Confcommercio, non è solo colpa del caro-euro. E’ che il caffè servito al bar non è più buono come una volta. Ogni giorno, nei 131 mila pubblici esercizi italiani, si bevono 30 milioni di caffè, un terzo sul totale del caffè consumato. Gli altri escono dalle moke tradizionali oppure dalle macchine espresso di casa: l’anno scorso ne sono state vendute 20 mila, il 9% in più rispetto al 2002. Ma il vero protagonista emergente del mercato sono le macchinette automatiche da ufficio. Dieci anni fa se ne trovavano soltanto nei grandi open space delle multinazionali. Oggi sono pure dal barbiere. Uno su dieci dei caffè che beviamo viene proprio da questi macchinari. Un po’ annacquati, in bicchieri di plastica, non saranno l’ideale ma si consumano in fretta e hanno un altro vantaggio: non costano più di 50 centesimi.
Ben diversi i prezzi al bancone del bar. Per una tazzina di espresso (8 grammi di caffè), secondo i calcoli di Bain Company, i torrefattori pagano ai coltivatori 0,68 centesimi di euro, rivendendolo agli esercenti a 14 centesimi. Il prezzo finale varia da regione a regione: il record spetta al Trentino Alto Adige, 95 centesimi, mentre il caffè meno caro si beve in Molise (62). In media, al Nord costa 87 centesimi la tazzina, al Centro 77, al Sud 70. E’ il caro caffè, dunque, il responsabile della crisi? Secondo gli esercenti no. E lo dimostra il fatto che i locali d’ élite , quelli dove un caffè arriva anche a 2 euro, godono di ottima salute. A passarsela male sono invece i bar tradizionali, che rappresentano l’82% del totale, ma realizzano solo il 55% del giro d’affari. La ragione vera della crisi avrebbe origine nel lontano Vietnam: dopo la conversione delle piantagioni al caffè, negli anni ’90, è stata un’invasione di miscele, che dall’Oriente sono arrivate fin dentro le nostre tazzine. Qualità inferiore alla vecchia Arabica sudamericana (su questo gli esperti sono tutti concordi), ma costo all’ingrosso fino a cinque volte più basso. Tanto che oggi un espresso su tre, fra quelli che si comprano al bar, è fatto proprio con caffè orientale. «Sempre più spesso il barista sceglie i fornitori solo perché gli propongono l’offerta più conveniente, il prestito gratuito dei macchinari e le tazzine in regalo - ha spiegato Edi Sommariva, direttore generale di Fipe Confcommercio -. Anche se alla fine i conti non tornano». Nel 1990 a fine giornata il barista aveva venduto due chili di caffè, di questi tempi poco più di un chilo e mezzo .

 
Onda dopo onda PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Venerdì 01 Ottobre 2004 01:00

Gli immigrati che si riversano sulle nostre coste sono in crescita esponenziale. Ora la media è salita a ventidue schiavi all'ora

Sono oltre 800 gli immigrati che si trovano nel centro d'accoglienza di Lampedusa dopo l'imponente ondata di sbarchi delle ultime 36 ore. Per alleggerire la struttura, dotata di soli 190 posti, in giornata e' previsto il trasferimento di un consistente numero di persone altri centri di permanenza fuori dalla Sicilia. per questo la prefettura di Agrigento sta organizzando due voli speciali. Gli ultimi sbarchi sono avvenuti nella notte e riguardano le imbarcazioni che erano state avvistate nel tardo pomeriggio di ieri. Alle tre del mattino sono giunti 106 extracomunitari, mentre in precedenza erano arrivati sull'isola altri due gruppi, di 148 e 155 immigrati. Continuano intanto le ricerche dell'imbarcazione sulla quale si troverebbero una trentina di persone, tra i quali due bambini e quattro donne. La capitaneria di porto di Lampedusa ha ricevuto la telefonata di uno dei passeggeri che ha detto di parlare da un telefono satellitare e ha chiesto soccorso perche' la barca andava alla deriva a causa di un'avaria al motore.
 
Se non ci fosse Al Qaeda… PDF Stampa E-mail
Scritto da Le Monde Diplomatique   
Mercoledì 29 Settembre 2004 01:00

Ma guarda un po’: Al Qaeda compare anche in Africa, costringendo gli USA ad intervenire massicciamente nel continente nero “guarda caso” pieno zeppo di materie prime fondamentali. Anche gli africani, ora, possono essere coinvolti in una “guerra al terrorismo” incredibilmente inefficace contro i terroristi ma utilissima per continuare la politica di rapina globale degli USA.




Il 23-24 marzo 2004 i capi di stato maggiore di otto paesi africani (Ciad, Mali, Mauritania, Marocco, Niger, Senegal e Tunisia) hanno partecipato per la prima volta a una riunione svoltasi con discrezione presso la sede del comando europeo dell'esercito americano (Us-Eucom) a Stoccarda. Presentato come un'iniziativa «senza precedenti», l'incontro, i cui lavori sono rimasti segreti, aveva come tema la «cooperazione militare nella lotta globale contro il terrorismo»; riguardava il Sahel, zona cuscinetto tra il Maghreb e l'Africa nera, tra le zone petrolifere del nord e quelle del golfo di Guinea.
Nel giro di pochi anni l'interesse politico e militare degli Stati uniti per l'Africa si è ravvivato notevolmente, come dimostrano la visita del segretario di stato Colin Powell in Gabon e Angola nel settembre 2002 (un'ora in ogni paese, il tempo di ribadire la sua presenza), il viaggio del presidente George W. Bush in Senegal, Nigeria, Botswana, Uganda e Sudafrica nel luglio 2003, e la tournée del generale Charles F. Wald, comandante aggiunto dell'Eucom, in dieci paesi (Ghana, Algeria, Nigeria, Angola, Sudafrica, Namibia, Gabon, Sao Tomé, Niger e Tunisia), due settimane prima dell'incontro di Stoccarda.
Più significativa è invece la partecipazione indiretta di Washington, nel mese di marzo 2004, a un'operazione militare condotta da quattro paesi del Sahel (Mali, Ciad, Niger e Algeria) contro il Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (Gspc). Il «numero 2» dell'organizzazione, Ammari Saifi, noto con il soprannome di «Abderrazak il parà», sarebbe stato arrestato in Ciad nel mese di maggio (1). E, in giugno, l'esercito algerino ha annunciato di aver abbattuto Nabil Sahraoui, principale dirigente del gruppo. Il Gspc, come peraltro il Gia, figura sulla lista americana delle organizzazioni terroriste ed è sospettato da Washington di mantenere legami con al Qaeda. Si è fatto conoscere con il rapimento di trentadue turisti nel Sahara algerino, all'inizio del 2003. L'operazione era una prima assoluta in Africa e confermava la stretta collaborazione degli Stati uniti con l'Algeria.
Fin dal gennaio 2004, l'esercito americano ha dispiegato mezzi cospicui per sostenere la lotta delle truppe locali contro il Gspc. L'aiuto è stato organizzato nell'ambito del programma di assistenza militare Pan Sahel Initiative (Psi), operativo a partire dal novembre 2003, con uno stanziamento di 6,5 milioni di dollari per il 2004. Il programma punta ad aiutare Mali, Ciad, Niger e Mauritania a combattere «il contrabbando, la criminalità internazionale e i movimenti terroristi».
Circa 250 tonnellate di materiali di vario genere e 350 soldati sono stati inviati nella regione con un ponte aereo di due settimane, partendo dalla base aerea di Rota in Spagna. Una volta inviati le truppe e i materiali, i mezzi aerei di protezione sono stati messi a dis

 
Dal comunismo al turbo capitalismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Panorama   
Mercoledì 29 Settembre 2004 01:00

Storie di immigrati cinesi che si stanno rapidamente uniformando all’evoluzione obbligata dei sistemi marxisti: il capitalismo più avanzato

Ormai la Cina cambia di nuovo pelle,passata velocemente dall’”impero celeste” al comunismo, apre la via ad una società industriale con uno sviluppo verticale. Ex contadini che diventano imprenditori affermati,proprietari di piccole industrie e aperti al commercio internazionale. Sull’evoluzione dell’Oriente le parole di Evola furono profetiche come sempre.
A 20 anni Shengde Sun era un contadino povero in una comune rurale nella regione del Zhejiang, a sud di Shanghai. A 30, sbarcato in Italia, lavorava come cuoco in un ristorante cinese di Biella, oppresso dal freddo e dalla nebbia. Oggi, alla vigilia dei 50 anni, Sun è un ricco e rispettato imprenditore. Dai suoi uffici con grandi finestre sulla romana piazza Vittorio, cuore dell'Esquilino, il rione considerato la Chinatown della capitale, controlla un'impresa di import-export di abbigliamento, un'agenzia di servizi che impiega notai, avvocati e commercialisti italiani, quattro ristoranti. In più ha interessi nell'immobiliare ed è socio, in Cina, di una fabbrica con 4 mila operai che visita, accompagnato dal suo stilista, almeno una volta al mese. Ride: «Io sono operaio. Grande lavoratore. Non come voi italiani: sabato vacanza, domenica vado fuori.... Io lavoro sempre. Così sono cresciuto a poco a poco. Non come una bomba».
Immagine curiosa: proprio di esplosione dell'imprenditoria cinese in Italia cominciano a parlare alcuni osservatori. Come la Cgia di Mestre, associazione di artigiani e piccole imprese. In tre anni, tra il 2000 e il 2003, ha segnalato, il numero delle imprese cinesi è aumentato del 68,6 per cento. Concorda l'ufficio studi della Camera di commercio di Milano, indicando un'espansione verso sud: «È febbre gialla: a Napoli si passa da 60 imprese nel 2000 a 549 nel 2004, a Lecce da 9 a 111, a Reggio Calabria da 1 a 97». Oggi gli immigrati dalla Cina figurano al terzo posto nella classifica degli imprenditori extracomunitari in Italia, dopo svizzeri e marocchini. Mentre sono solo quinti nelle statistiche generali dell'immigrazione.
Su 97.757 cinesi registrati ufficialmente in Italia (dati Caritas), 24.961, uno su quattro, ha un'attività in proprio. E non solo ristoranti o laboratori d'abbigliamento o borsette in cui si lavora 16 ore al giorno, con i vetri oscurati, spesso impiegando clandestini e, a volte, anche bambini. «Da alcuni anni nuove professioni caratterizzano i cinesi in Italia» ha scritto, in un saggio sulla rivista Aspenia, Antonella Ceccagno, docente di lingua e letteratura cinese all'Università di Bologna. «Questo, insieme con lo sviluppo sorprendente delle attività più tradizionali, indica quanto la comunità italiana degli xin yimin (i migranti) sia ormai variegata, stratificata e sia entrata in una fase di maturità dinamica».
A Milano Cinzia Hu, 33 anni, laurea in economia alla Bocconi, ha aperto uno studio di commercialista che impiega due ragionieri italiani e tre cinesi e ha clientela mista. Racconta: «Sono arrivata dalla Cina a 11 anni. Ho imparato l'italiano prima dei miei genitori e ho fatto l'interprete per loro. Ho frequentato ragioneria, poi l'università, sempre lavorando nel ristorante dei miei. Un giorno ne ho aperto uno». Ma Cinzia Hu continuava a fare i conti per i parenti e l'interprete per gli amici nell'acquisto di case e negozi. Tutto gratis. Finché suo marito, Marco Ji, le ha suggerito di farsi pagare ed è nato lo studio. Spiega Luigi Sun, 50 anni, portavoce della comunità cinese di Milano, la più antica d'Italia: «I nostri migranti vogliono una sola cosa: mettersi in proprio».
A Milano come a Napoli. Ecco la storia di Zuogan Jiang, 33 anni, sposato con una connazionale, due figli, proprietario di un'azienda con 15 operai a Terzigno, nell'entroterra vesuviano: «In Cina facevo l'insegnante. Sono ven
 
Sia benedetto il governo fantoccio PDF Stampa E-mail
Scritto da AsiaNews   
Domenica 26 Settembre 2004 01:00

Il Vaticano invita la comunità internazionale ad aiutare il governo del pupazzo filo-americano Allawi per “dire ‘basta’ al terrorismo”. Come se il finto governo “democratico” fosse un freno al terrorismo. Come se Allawi non fosse stato tirato in ballo in alcuni dei rapimenti più controversi. Come se fare dell’Iraq un protettorato americano aiutasse a pacificare l’area.

Città del Vaticano - Autobombe e decapitazioni ed in genere una
situazione di violenza che pare senza sbocchi hanno spinto il Vaticano a
prendere posizione in modo finora inusuale a favore del governo Allawi.
"Forse il giudizio della storia sull'intervento in Iraq sarà severo. Però
va considerato un fatto: questo figlio è nato. Sarà anche illegittimo, ma
ora c'è e ora bisogna educarlo ed allevarlo". La frase del cardinale
segretario di Stato, Angelo Sodano, apparsa in un'intervista data alla
Stampa dalla sede delle Nazioni Unite, è apparsa contemporaneamente ad una
presa di posizione dell'Osservatore romano e ad un'altra intervista dello
stesso segretario di Stato alla Radiovaticana. Una contemporaneità che
difficilmente può essere casuale e che dovrebbe trovare la sua ragion
d'essere proprio nelle affermazioni del giornale vaticano, che di fronte
al dilagare della violenza che distrugge prima di tutto il popolo iracheno
"non è il momento di dietrologie, dei 'se' e dei 'ma'. L'attuale
situazione
dell'Iraq richiede uno sforzo da parte di tutta la comunità
internazionale".

"Di fronte allo 'sconvolgente dilagare del terrorismo' - scrive oggi il
quotidiano - è urgente individuare strumenti efficaci che facciano da
argine alle violenze. È ora di dire 'basta' al ricatto; alla scellerata
sequela di ultimatum e di decapitazioni; di attentati e di ritorsioni".

Una situazione di instabilità a favore della quale la Santa Sede sembra
vedere quanto meno l'interesse dei Paesi vicini. "I terroristi - ha detto
infatti il card. Sodano - sanno che se una democrazia prendesse piede a
Baghdad metterebbe in difficoltà i Paesi vicini, come l'Iran e l'Arabia
Saudita, dove ancora si va in prigione per il possesso di un crocefisso".

Di qui la scelta della Santa Sede di sostenere il governo Allawi, che
trova
conferma in una anticipazione data dallo stesso card. Sodano: il Vaticano
accoglierà un ambasciatore di quel governo. "Ora bisogna aiutare il
governo
Allawi", ha detto Sodano. "L'attuale situazione dell'Iraq - si legge
sull'Osservatore romano - richiede

 
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