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Fahrenheit evita il rogo PDF Stampa E-mail
Scritto da Dagospia   
Giovedì 02 Settembre 2004 01:00

Moore dal Rabbino: Israele, il popolo più oppresso del mondo.

Alla Convention repubblicana, accanto a Michael Moore stava seduto il commentatore radiofonico conservatore Shmuley Boteach, che tra l’altro è anche rabbino. A Page Six del “New York Post”, Boteach ha raccontato un suo scambio di battute con il regista di Fahrenheit 9/11, presente al raduno nelle vesti di giornalista di “USA Today”.
Alla domanda: “Come ti senti a essere fischiato così?”, Moore ha replicato: “Be¹, sono lusingato. Questa gente ama il nostro paese e scommetto che se potessi parlare faccia a faccia con ognuno di loro saremmo d’accordo su molte cose”. La conciliante risposta del regista non ha scoraggiato il rabbino che ha proseguito: “Perché metti a repentaglio la tua credibilità passando per uno che detesta gli ebrei?”
”Ma io amo Israele ­ ha risposto Moore, che in passato aveva aspramente criticato la politica di Tel Aviv, Credo nella sicurezza di Israele. Secondo me, il popolo israeliano è il più oppresso del mondo”. Musica, per le orecchie del rabbino.

 
Capitan America PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Mercoledì 01 Settembre 2004 01:00

Alla convention repubblicana va in scena l’ex culturista pompato (già vittima in gioventù delle violenze del padre nazista, ma anche testimone dei carri sovietici che invadevano l’Austria… se ci pensa bene forse troverà anche uno zio islamico che gli negava le caramelle…) che canta le lodi del sogno americano e si autoinveste difensore dell’umanità. Schwarzy è ormai prigioniero del suo personaggio. Legatelo!

NEW YORK - "Four more years". I delegati del Madison Square Garden hanno salutato con un augurale e convinto "ancora quattro anni" l'investitura ufficiale alla Convention repubblicana di Bush e Cheney per la sfida alla conquista della Casa Bianca il 2 novembre. Sono stati i 75 delegati dello stato chiave della Pennsylvania a consentire al presidente Usa e al suo vice di superare il quorum necessario di 1255 delegati per ottenere la nomination. Grazie alla Pennsylvania Bush e Cheney hanno raggiunto 1321 delegati.

Alla convention repubblicana è stato ieri il giorno della first lady Laura, di cui i sondaggi più recenti dicono che è più popolare del marito: due terzi degli americani ne hanno un'opinione favorevole. E un altro sondaggio ha fatto da protagonista ieri, quello che, controcorrente ai più recenti, da Kerry in vantaggio sul rivale di qualche punto.

A scaldare il pubblico, prima dell'intervento di Laura, ha pensato il governatore della California Arnold Schwarzenegger, che si è definito l'incarnazione del sogno americano e ha appoggiato la lotta al terrorismo definendo Bush e gli Stati Uniti meglio dell'Onu.

Continua intanto ad aumentare il numero degli arresti eseguiti a margine della convention: sono ormai 700, secondo fonti delle forze dell'ordine, da quando, giovedì scorso, sono cominciate le manifestazioni di protesta contro il presidente Bush.

Cappelli da cowboy, gilet con i colori della bandiera, maschere da elefante (il simbolo del partito), perfino un sosia di Abramo Lincoln. Il 'Day 2' della Convention era all'insegna dei valori dell'altruismo, della compassione, del volontariato del "governo che deve render conto alla gente, non della gente che deve render conto al governo", come ha detto Schwarzy.

Scuole, sanità per gli anziani, lotta all'Aids: i repubblicani ci tengono quanto i democratici sia pure con filosofie di approccio diverse, ma è stata Laura Bush a ricordare all'America che la nazione è in guerra e che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un grande presidente di guerra, degno emulo di giganti della storia come Lincoln e come Franklin Delano Roosevelt che decise di mandare la gioventù americana al fronte "per salvare il mondo dalla tirannia".

Dal podio della Convention Laura Bush ha descritto il marito come un guerriero coraggioso e determinato, capace di proteggere le famiglie americane dalle forze malvagie del terrorismo: "Potete contare su di lui, specialmente nelle crisi", ha detto ricordando che oggi 50 milioni di persone al mondo vivono libere grazie alla visione e alla leadership del presidente.

Poco prima, un oceano di cartelloni con la scritta 'Arnold' in bianco su fondo blu agitava la platea. Salito sul palco, l'ex attore di Hollywood si è presentato alla Convention repubblicana di New York come l'incarnazione dell''American Dream' esortando gli immigrati come lui a seguire il suo esempio cogliendo "le opportunità dell'America" per "realizzare i propri sogni".

Anche Schwarzenegger come Laura Bush non ha mancato di ricordare agli elettori la necessità della guerra al terrorismo, un nemico ancora più insidioso del comunismo che Schwarzy ha detto di aver conosciuto negli anni dell'infanzia nell'Austria natia occupata dai carri armati sovietici.

E gli Stati Uniti, ha detto l'ex Terminator, sono meglio dell'Onu per la difesa della democr

 
Ancora gli brucia PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Martedì 31 Agosto 2004 01:00

Alla convention repubblicana Rudolph Giuliani se la prende con l’Italia di Craxi che con la vicenda di Sigonella ci ha dato l’unico bagliore di dignità nazionale in sessant’anni di democrazia mafiosa eterodiretta da Washington. Gli Americani ancora non si sono ripresi dal fatto di aver visto vent’anni fa i Carabinieri schierati contro i Marines, quasi come se il nostro fosse uno stato sovrano e non una loro colonia di cui disporre a piacimento.

NEW YORK - Alla convention repubblicana di New York prende la parola Rudolph Giuliani e arriva una stoccata all'Italia: «Il terrorismo non può essere combattuto con esitazioni come è stato spesso fatto in passato, in particolare dal governo italiano in occasione del dirottamento dell’Achille Lauro», ha detto l'ex di sindaco di New York rivolgendo una stoccata al governo dell’era Craxi. Giuliani è arrivato a parlare dell’Italia dopo aver fatto un breve excursus sulla storia del terrorismo, dall’attacco contro gli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco nel 1972 fino, appunto, al dirottamento della Achille Lauro nel 1985 che ci concluse con la morte di un passeggero di nazionalità americana, Leon Klinghoffer

FISCHI PER IL GOVERNO CRAXI - «Alcuni dei terroristi furono rilasciati e ad altri fu permesso di fuggire dal governo italiano per il timore di rappresaglie. Così i terroristi hanno imparato che potevano intimidire la comunità mondiale e che troppo spesso, specie in Europa, la risposta era "compromesso e pacificazione"». Le parole di Giuliani sono state accompagnate da fischi per il governo italiano di allora. «I terroristi - ha aggiunto Giuliani - hanno anche appreso che la loro causa sarebbe stata presa tanto più seriamente quanto più barbaro era il loro attacco».

«COME CON HITLER» - Gli atti di terrorismo diventarono un metodo di contrattazione a livello internazionale, ha proseguito Giuliani: «Come spiegare altrimenti la decisione di dare il premio Nobel a Yasser Arafat quando egli dava sostegno alla piaga terrorista nel Medio Oriente? Prima dell’11 settembre, vivevamo in una visione irrealistica del mondo, molto simile a quanto era avvenuto con Hitler prima della seconda guerra mondiale». «Bush ha deciso che non si poteva più scendere a patti con il terrorismo ma che bisognava passare all’offensiva», ha aggiunto tra gli applausi l'ex cittadino di New York.

MOORE SUPERSTAR - Oltre a Giuliani, l'altra star del primo giorno di convention è stato il regista Michael Moore, che dopo aver guidato domenica un corteo di protesta a New York che ha raccolto centinaia di migliaia di persone, è riuscito nella prima sera della Convention ad entrare al Madison Square Garden, grazie a un pass per la stampa ricevuto dal quotidiano «Usa Today». Con il suo solito cappellino da baseball in testa, il regista di «Fahrenheit 9/11», caustico atto d'accusa contro l'amministrazione Bush, ha attirato buona parte dell'attenzione della stampa, oltre a creare tensioni con gli uomini della sicurezza. «Mi hanno trattato bene, non ci sono stati problemi», ha detto Moore mentre entrava scortato nell'arena. Per tutta la durata del

 
La trappola dello “scontro di civiltà” PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Martedì 31 Agosto 2004 01:00

Il rapimento dei due giornalisti francesi è risultato incomprensibile anche per molti fra i sostenitori della resistenza irakena. Eppure nelle azioni di questi sedicenti gruppi islamici targati CIA una logica criminale c’è: quella di fomentare lo “scontro di civiltà” e di trascinarvi in mezzo anche il paese europeo che più si è distinto per spirito di indipendenza. Fortunatamente, anche nell’Islam molti cominciano a capire che simili gesta fanno solo il gioco degli Usa.

- OSTAGGI, PARTITO ISLAMICO PAKISTANO: "LIBERATE I REPORTER FRANCESI". Il capo di Jamaat-i-Islami, il più importante partito islamico pachistano, ha condannato oggi il rapimento dei due giornalisti francesi in Iraq, chiedendo ai sequestratori di liberarli. "Non possiamo sostenere il terrorismo, i rapimenti e gli assassini di persone innocenti. Chiedo ai rapitori di liberare i due giornalisti francesi", ha detto Qazi Hussain Ahmed da Karachi, la megalopoli del Pakistan meridionale.

- OSTAGGI, ANCHE GOVERNO IRANIANO CONDANNA GESTO RAPITORI. Arriva anche dall'Iran la condanna per il rapimento da parte dell'Esercito islamico in Iraq dei due reporter francesi. "Un gesto che va contro l'umanità e i principi islamici", come è stato definito da esponenti del governo di Teheran.

- OSTAGGI, ANCHE INTEGRALISTI HAMAS CHIEDONO IL RILASCIO. Anche gli integralisti plestinesi di Hamas hanno lanciato un appello per il rilascio di Christian Chesnot e di George Malbrunot, i due giornalisti francesi rapiti dal sedicente Esercito Islamico in Iraq. Il portavoce di Hamas a Gaza, Sami Abu Zuhri, ha sottolineato come una liberazione dei due ostaggi contribuirebbe a isolare ulteriormente gli Stati Uniti e i loro alleati d'Israele.

- OSTAGGI, APPELLO DI AL SADR: "LIBERATE I GIORNALISTI FRANCESI". L'ufficio del leader radicale sciita Moqtada al Sadr ha rivolto un appello per l'immediato rilascio dei due giornalisti francesi, ostaggio dell'Esercito islamico dell'Iraq. "Questo aiuterà a rafforzare i rapporti con la Francia, che sostiene il popolo iracheno - ha detto ad Al Jazeera lo sceicco Youssef al-Nasseri - Il gruppo di Al Sadr darà la priorità alla resistenza pacifica piuttosto che militare".

 
Sulla nostra pelle PDF Stampa E-mail
Scritto da Repubblica.it   
Lunedì 09 Agosto 2004 01:00

Multa miliardaria per la DuPont. La multinazionale della chimica ha taciuto gli effetti dannosi dovuti alla produzione del teflon, che riveste anche le padelle. Tra acque inquinate e feti malformati, ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di un “progresso” che uccide l’uomo e devasta l’ambiente. Avanti così, il futuro è sempre più roseo!

E' in arrivo una multa miliardaria per l'americana DuPont. La multinazionale della chimica è caduta sotto l'occhio vigile dell'Epa, l'Agenzia americana per la protezione dell'ambiente. E' il teflon, quel materiale usato per rivestire le padelle antiaderenti o che, trasformato in telone, viene usato per ricoprire gli stadi e i capannoni industriali, a rischiare di impoverire la multinazionale americana, così come l'ha resa ricca.

La scoperta che hanno fatto i ricercatori dell'Epa non è da poco: la DuPont per vent'anni avrebbe taciuto la presenza nelle acque vicino ai suoi stabilimenti di un agente chimico ben oltre i limiti consentiti dalla legge. L'agente chimico è il Pfoa, acido perfluoroctanico, utilizzato per la produzione del teflon.

Tracce sono state trovate nelle riserve d'acqua vicine ai suoi impianti, in West Virginia e nell'Ohio. Non solo. Le stesse tracce di agente chimico sono state rinvenute nel sangue di alcune lavoratrici incinte, una delle quali avrebbe trasferito al proprio feto parte della sostanza. Alcuni neonati avrebbero inoltre sviluppato malattie e malformazioni agli occhi.

Il Pfoa non è considerato tra le sostanze dannose, tuttavia diversi studi indicano la possibilità di rischi per la salute. E la Bbc, solo pochi mesi fa, denunciò che le esalazioni del teflon sono fatali per gli uccelli. Secondo la legge Usa l'acido sotto accusa rientra tra i prodotti di cui le aziende chimiche hanno l'obbligo di rendere note tutte le informazioni.

Informazione che dalla DuPont non sono mai arrivate. Anzi, l'azienda, che opera anche in Italia nel settore dei concimi per l'agricoltura, avrebbe tenuto nascosto per vent'anni uno studio interno da cui emergeva che le acque vicino alle sue aziende presentavano alti di livelli di acido e che nel sangue delle sue lavoratrici ne erano state trovate tracce. Uno studio che ha girato tra i manager dell'azienda, ma che non è mai uscito fuori. In vent'anni nessuna informazione è arrivata ai cittadini, né alle autorità locali.

Lo studio insomma è stato tenuto segreto. Ora la DuPont rischia di dovere pagare milioni di dollari di multa. L'azienda, infatti, potrebbe essere costretta a corrispondere 25.000 dollari al giorno per le violazioni avvenute prima del 30 gennaio 1997 e 27.500 dollari al giorno per le violazioni avvenute dopo quella data. Per un totale di 300 milioni di dollari.

Una multa esorbitante che avrebbe potuto evitare se avesse aderito a una amnistia nel 1991 che "perdonava" le aziende che avevano infranto le leggi ambientali. Difficile - viene comunque osservato dai vertici dell'Epa - che le penali raggiungano una cifra complessiva dai contorni così elevati.

Ma oltre all'Epa si sono mossi i cittadini che vivono vicino a Parkersburg, nel West Virginia, dove l'azienda produce da cinquant'anni il teflon. Si sono uniti in una class-action, una causa collettiva, per chiamare in tribunale la DuPont. L'accusa: l'azienda avrebbe contaminato acque e ambiente per anni.

Da parte sua la DuPont contesta ogni addebito, sostenendo che non ci sarebbe nessun rischio per l'uomo sia nella produzione del teflon, sia nell'utilizzo del Pfoa, l'acido usato nel processo di lavorazione. "Cinquanta'anni di esperienza supportati da numerosi studi scientif

 
il wto e lo sfruttamento dei Paesi poveri PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Lunedì 02 Agosto 2004 01:00

Il dramma sta nel fatto che i Paesi in via di sviluppo potrebbero vivere di sussistenza attraverso la loro agricoltura se i Paesi industrializzati dessero loro pochi fondi per aiutarli. Ma il denaro dalle organizzazioni internazionali, quali per esempio il FMI, arriva solo se quei Paesi accettano di esportare i loro prodotti agricoli. é un circolo vizioso!

GINEVRA. Storico accordo nella notte fra sabato e domenica alla seduta plenaria dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) di Ginevra. Dopo giorni difficili, di confronto serrato e di divergenze d’opinione, i 147 paesi membri dell’Organizzazione hanno trovato un’intesa per rilanciare i negoziati sulla liberalizzazione degli scambi internazionali. La svolta che ha messo tutti d’accordo è arrivata dopo quindici ore di discussione. Un compromesso equo sulla questione più delicata, quella dell’agricoltura, che da sempre rappresenta l’ostacolo più difficile. Il testo del negoziato permetterà ai prodotti agricoli dei paesi in via di sviluppo di rafforzare la propria competitività con quelli dei paesi più ricchi. Risolto anche il nodo delle barriere doganali, per le quali è previsto ora un abbassamento delle tariffe più elevate, così come avevano chiesto i paesi in via di sviluppo, ma salvaguardando il diritto di proteggere alcuni prodotti ritenuti chiave e che dovranno essere definiti e negoziati.
 
E questa sarebbe “l’America buona”? PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Foglio   
Sabato 31 Luglio 2004 01:00

La convention dei Democratici si conclude tra retorici richiami ai “valori americani”, minacce da bullo di periferia ai “terroristi”, paragoni storici di un insulsaggine unica (“Al Qaeda = Fascismo”), nuovi appelli all’unilateralismo e rassicurazioni sulla permanenza delle truppe USA in Iraq. Eccolo, John Kerry, l’idolo dei pacifinti Rutelli e Fassino, il “volto buono dell’America”: nient’altro che un clone del suo rivale.

“Siamo una nazione in guerra”. “Gli Stati

Uniti d’America non vanno mai in guerra

perché lo vogliono, vanno in guerra soltanto

perché devono”. “Io combatterò una

guerra al terrore più intelligente e più efficace.

Utilizzeremo ogni strumento dei nostri

arsenali: quelli economici così come la

nostra forza militare, i nostri principi così

come la nostra potenza di fuoco”. (John

Kerry, 29 luglio)

“Abbiamo un messaggio chiaro per al

Qaida e il resto dei terroristi. Non potete

scappare. Non potete nascondervi.

Vi distruggeremo”.

 

Il clan degli Intoccabili PDF Stampa E-mail
Scritto da Ugo Gaudenzi   
Venerdì 30 Luglio 2004 01:00

Il decalogo del buon banchiere italiano: ovvero come la casta degli usurai domina la politica italiana e si procura un potere mai visto prima.




Il decalogo italiano del Buon Banchiere è semplice semplice.
1) Mani libere per fare e disfare nel nome del profitto e dell'usura.
2) Blocco di qualsiasi legge attenta alla tutela del risparmio.
3) Occhiali a specchio, perché al governo, o al parlamento, o alla
magistratura non si deve permettere di guardare dentro le banche.
4) Immediate contromisure per fermare, esorcizzare ed eliminare
qualsiasi "ostacolo" - norma, controllo, persona fisica - si
incontri nell'accumulo di potere finanziario.
5) Apertura di linee privilegiate per entrare nelle imprese - e
nelle tasche dei clienti - e restarci dentro senza restrizioni.
6) Taglio di ogni "ramo secco" - posti di lavoro, investimenti a
lungo termine - che riduca la liquidità immediata degli istituti
bancari e delle imprese da questi controllate.
7) Pressione continua su governi ed istituzioni perché questi non si
permettano di derogare dalle leggi usuraie del mercato per fini
sociali.
8) Accelerazione di ogni deregolamentazione, liberalizzazione e
privatizzazione dell'economia, senza norme che impediscano il
massimo profitto - anche ai danni dei cittadini - con il minimo

 
Piccoli neocons crescono PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Foglio   
Domenica 25 Luglio 2004 01:00

Arrivano i neo-neoconservatori: hanno meno di trent’anni e conquistano le redazioni dei giornali tradizionalmente filo-repubblicani. Chi pensava che con i fanatici ideologi oligarchico-puritani come Perle, Feith, Ledeen, Kagan, Podhoretz, Abrams, Kristol avessimo toccato il fondo si sbagliava di grosso. Al peggio non c’è mai fine.

Non chiamateli ragazzini


Roma. Quando William Buckley, uno dei più prestigiosi analisti politici della destra americana, ha annunciato, alla fine di giugno, il suo ritiro dalla direzione di National Review, la rivista che aveva fondato nel 1955, molti si sono chiesti che ne sarebbe stato del pensiero conservatore. Una prima risposta è stato lo stesso Buckley a darla, cedendo la guida della rivista a giornalisti che hanno come cifra distintiva una caratteristica anagrafica: sono giovani, spesso giovanissimi. Ma la risposta non è piaciuta a tutti: i critici chiamano, non senza una certa sufficienza, queste nuove leve “those kids”, un modo come un altro per sottolinearne l’inesperienza. Ma, se è vero che National Review ha perso nel tempo lo spessore intellettuale che aveva all’origine, resta il fatto che rappresenta a tutt’oggi, pur sotto la guida di “quei ragazzini”, uno dei punti di riferimento della politica dei neoconservatori.


Se Buckley ha deciso di passare cotanto testimone a un gruppo di giovani, un motivo c’è: il grande fermento che caratterizza il mondo degli “young right”, un folto gruppo di giornalisti, accademici e analisti politici che organizzano incontri in tutti gli Stati Uniti, che aprono blog per dare voce ai loro pensieri, che si formano nei think tank per imparare a camminare nella vita politica vera. Ai dibattiti della America’s future foundation, nata con il compito di mettere e tenere in contatto i giovani libertari, è quasi impossibile trovare tra il pubblico qualcuno al di sopra dei trent’anni. Quando a maggio la Philadelphia Society ha organizzato a Chicago un grande evento per parlare del movimento conservatore, è salita sul palco una giovane laureata di Yale di 24 anni, Sarah Bramwell, che ha spiegato quali saranno i nodi cruciali che i conservatori dovranno affrontare nei prossimi quarant’anni. Qualche giorno prima, al Resource bank meeting, organizzato dalla Heritage foundation, erano presenti più di 500 persone, tra le quali un’orda di giovani.


I think tank rappresentano la fucina principale di queste nuove, agguerrite leve. Sono molte le organizzazioni che si occupano di mandare liceali e universitari a riflettere sul futuro del loro paese: il programma di internship finanziato da Charles Koch, un famoso industriale da sempre sensibile alle istanze libertarie, al grido “costruisci la tua carriera mentre costruisci la libertà”, ha permesso ai giovani conservatori di conoscere il mondo dei think tank, a cui poi molti sono rimasti attaccati.

Non solo politica estera 

La vittoria dei poteri forti PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Emiliani   
Domenica 25 Luglio 2004 01:00

La nomina di Domenico Siniscalco – un iperliberista rampante che già si è fatto le ossa nell’ambiente mondialista ed usurocratico - al ministero dell’economia rappresenta l’ennesima vittoria dei poteri forti sul governo berlusconiano. Da segnalare il ruolo avuto nella vicenda dai noti “cani da guardia” dell’Alta Finanza (AN, UDC) e l’inconsistenza di un’opposizione anch’essa in cerca di sponsor che contano.

Fumata bianca in via XX settembre: il successore di Giulio Tremonti è Domenico Siniscalco, direttore generale dello stesso ministero dell’Economia. La guida dell’economia italiana affidata ad un “tecnico” sembrerebbe escludere “lo spacchettamento” del ministero, ma la figura di Siniscalco non è quella del burocrate classico, quanto piuttosto quella del liberista rampante, forgiata nella globalizzazione più selvaggia.
Nato a Torino cinquanta anni fa esatti (il 15 luglio 1954), laureato in giurisprudenza nella sua città ha ottenuto nel 1989 un dottorato di ricerca in economia presso l’Università di Cambridge. Il suo curriculum è ricco di incarichi prestigiosi: attualmente Professore Ordinario di Economia Politica, Facoltà di Economia e Commercio, Università di Torino; Direttore della Fondazione ENI Enrico Mattei a Milano; in precedenza ha ricoperto incarichi di insegnamento presso l’Università di Cambridge, l’Università di Cagliari, la Luiss di Roma, la Johns Hopkins University, il CORE, l’Università di Lovanio. Ma non finisce qui: membro del Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia, membro del Consiglio di esperti Economici alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; consulente economico ed editorialista per “il Sole 24 Ore”: presidente EAERE (European Association of Environmental ad Resources Economists); membro del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) delle Nazioni Unite; membro del Royal Institute for International Affairs di Londra; membro dell’Economic Advisory Group all’European Commission DG III; membro della Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma e addirittura membro del team di esperti per le Privatizzazioni, Ministry of Planning, in Arabia Saudita.

In pratica un “tuttologo” della mondializzazione… Tra tutti questi galloni, nel 2001, è arrivato pure quello di direttore generale al ministero dell’Economia. Certamente si tratta di persona assai gradita dai salotti dell’alta finanza, quelle lobby che avvelenano l’economia italiana per i loro profitti. Non ci stupisce quindi il gradimento ricevuto dai principali attori di questa crisi mai dichiarata ufficialmente: AN e UDC, che sono diventati la vera punta di diamante dei poteri forti. In una nota diffusa da Palazzo Chigi, Berlusconi aveva dichiarato: «come richiesto anche dall’UDC, porrò fine al mio interim al ministero dell’Economia e sottoporrò al capo dello Stato la nomina del nuovo ministro». «Prendo atto con soddisfazione -aveva concluso il Cavaliere- che l’UDC garantisce la stabilità e la governabilità e riconferma la sua piena adesione alla maggioranza di governo». «Per quanto riguarda -proseguiva Berlusconi- la squadra di governo, riconfermo la mia piena fiducia nei confronti degli attuali ministri».
In questo modo si conclude questa brutta soap opera. Berlusconi avrà il suo “record”: sarà il primo presidente del consiglio rimasto in sella per una intera legislatura (almeno è questo l’obiettivo); la Lega porterà a casa il federalismo e l’UDC, ormai incoronata come partito della grande finanza, può puntare alla ricostruzione della Democrazia Cristiana, ovviamente insieme al vecchio pigmalione e prossimo paggio di compagnia Alleanza Nazionale.
Proprio il partito di Fini in questa crisi ha fatto la figura dell’eunuco dell’harem, uscendo ridicolizzato, incapace di sostenere una posizione autonoma, divaricato tra servilismo verso Berlusconi e le tentazioni centriste dei post diccì.
L’opposizione ulivista non fa certamente una figura migliore. Era certamente pronta alla contestazione se fosse stato nominato un politico, un Fini, un Follini, un Marzano o una Moratti, ma è restata spiazzata dalla nomina di un uomo così legato ai salotti della grande finanza, segno che i tentacoli del denaro arrivano ben dentro il Botteghino e non lasciano immune nemmeno un rivoluzionario cachemire come Bertinotti.
In ogni caso la chiusura formale della crisi

 
La barca e la baracca. PDF Stampa E-mail
Scritto da Lud.Fab.   
Venerdì 23 Luglio 2004 01:00

La solita beffa delle compagnie aeree. L'aereo è ormai l'unico mezzo per collegare la Sardegna al resto della penisola ( a fronte delle 12/14 ore del traghetto, quando va bene, con una corsa al giorno e con servizi fatiscenti). Non stiamo parlando di un pacchetto promozionale per i vacanzieri di questi giorni, ma di un enorme problema per residenti e immigrati che per motivi di lavoro, studio e talvolta salute sono costretti a spostarsi dall'altra parte del mare (sostenendo, per questo, pesanti e onerose spese). Per questo, anche se vi è una legge statale così detta di "continuità territoriale", che finanzia le compagnie per erogare delle tariffe sottocosto, queste ne approfittano e invece di equiparare un biglietto aereo a quello di una normale tratta ferroviaria, ne caricano di tasse e di penali totalmente abusive. E i controlli?? nessuno ovviamente....


tratto dall'Unione Sarda del 21/07

di Stefano Lenza

Ormai si riconoscono l’uno con l’altro. Si ritrovano ogni lunedì mattina a Elmas o a Fertilia o al Costa Smeralda. Sono pendolari d’alto bordo. Nel senso che pendolano da una sponda all’altra del Tirreno e sono quasi tutti dirigenti d’azienda. Minimo comune denominatore: costretti a “emigrare” per non perdere il lavoro. Da Cagliari, prevalentemente, ma anche da Sassari, Nuoro e Oristano, si sono dovuti trasferire nella Penisola, soprattutto a Roma e Milano, dove le grandi società hanno concentrato il management sbaraccando gli uffici decentrati. Questione di conti, di costi da tagliare, di utili da preservare o, talvolta, di perdite da contenere. Lo stipendio continuano a prenderlo ma considerevolmente decurtato dalle spese di trasferta e da un travaso di euro dalle proprie tasche alle casse di Alitalia, Meridiana o Air One: partono il lunedì e tornano a casa il venerdì, tutto l’anno, tranne nel periodo delle ferie, con varianti sul calendario in base a feste comandate, ponti vari e imprevedibili malanni. Quando è stata varata la continuità territoriale hanno fatto salti di gioia all’idea di viaggiare a prezzi stracciati. Poi hanno cominciato a subire pesanti disagi, a pagare il biglietto sempre di più, a sopportare penali imposte in barba alle norme. Così si sono organizzati e hanno creato l’Avpta (Associazione viaggiatori pendolari del trasporto aereo). «Purtroppo - spiega il presidente Angelino Attene - abbiamo constatato che il mezzo di trasporto aereo non risponde alle nostre esigenze e alle nostre aspettative. La scelta era quindi quella di accettare passivamente i disservizi e lamentarsi in modo sterile senza ottenere quasi mai risposte, o organizzarsi per avere un ruolo attivo e propositivo per migliorare il servizio».
Così, alla fine dell’anno scorso, si sono messi insieme per far sentire la loro voce alle compagnie, certo, ma anche all’Enac, (Ente nazionale aviazione civile), al Ministero dei Trasporti e alla Regione. Le adesioni non sono mancate e il gruppo fondatore si allarga di giorno in giorno grazie al sostegno di nuovi soci reclutati attraverso il sito (www.pendolariaerei.it) dell’associazione. Qualche giorno fa, l’Avpta ha inviato una lettera al Governatore Renato Soru con un particolareggiato elenco di problemi e proposte. «Siamo fiduciosi che la risposta non si farà attendere e insieme potremmo agire per riappropriarci della continuità territoriale che le compagnie ci hanno di fatto scippato»
I dolori del pendolare?
«Innanzitutto la mancanza di puntualità e di comfort. Il viaggio dovrebbe essere un momento di relax e piacere e non un’esperienza stressante in cui ci sentiamo ostaggi del vettore. I disagi sono venuti subito dopo l’avvio della continuità territoriale. Le prime angherie le abbiamo subite sul fronte tariffario. La garanzie del prezzo è stata sepolta sotto una montagna di aumenti ingiustificati. Ha cominciato Meridiana caricando sul costo del biglietto sei euro con la giustificazione della crisi seguita all’attentato dell’11 settembre alle torri gemelle. Alitalia si è accodata quasi subito, mentre Air One è stata a guardare per sei mesi poi si è adeguata, visto che né Ministero, né Enac, né Regione avevano contestato la decisione delle altre due compagnie di introdurre una maggiorazione tariffaria non prevista».
Tutto qui?
«No, perché poi è arrivato l’adeguamento in base all’inflazione accertata dall’Istat. Anche questo in palese violazione delle convenzioni che lo ammettono, previa autorizzazione, solo per le tariffe piene pagate dai non residenti. A seguire, l’Alitalia ha introdotto gli oneri, fino a sei euro

 
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