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Fine del germanesimo, fine dell’Europa PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Lionello Rimbotti   
Mercoledì 05 Settembre 2012 04:14

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Thule Italia

 

Negli anni 1944, 1945 e 1946 l’intera Europa orientale venne rastrellata in lungo e in largo, cancellandone ogni pur minima presenza tedesca. Fu portata a compimento una deportazione di massa che, molto maggiore nei numeri rispetto a quella ebraica effettuata durante il conflitto, non lo fu di meno per quanto riguarda le brutalità e il computo finale delle vittime. Due milioni di morti ammazzati è il conto per difetto, ma alcuni storici alzano le cifre. In maggioranza civili, donne, vecchi, bambini, povere masse di profughi in fuga. Antichissimi insediamenti germanici – talvolta risalenti direttamente all’alto Medioevo – che avevano contribuito non poco alla cultura e alla civilizzazione dell’Oriente europeo, vennero spazzati via da un turbine di odio e di violenza. Erano i Volksdeutsche, i tedeschi residenti al di fuori dei confini del Reich, che in molti casi avevano costituito l’ossatura politica, economica, burocratica, militare o culturale di svariati paesi, attraverso i secoli. I tedeschi etnici di Transilvania, di Livonia, di Lusazia, quelli del Mar Nero (eredi dei Goti di Crimea), del Volga, della Curlandia.quelle énclaves germaniche che la storiografia tedesca, da Karl Lamprecht in poi, chiamava Kulturboden, gli «insediamenti rurali con al centro il Volk come soggetto storico».

Questi Germani irredenti – negli anni Trenta raccolti nel Bund Deutscher Osten – non erano solo contadini, ma spesso erano stati parte sostanziale delle élites intellettuali e di comando di potenti nazioni: basta pensare all’Impero dei Romanov, che da secoli annoverava elementi di spicco di origine germanica nelle sue classi dirigenti: ad esempio, generali come Rennenkampf o Wrangel, filosofi come Herzen o dinastie di scienziati e politici come gli Struve, di generali e governatori come i von Glasenapp. Ma sappiamo che persino l’ultima zarina Alessandra era una tedesca d’Assia. Del resto, è anche noto che l’originaria Rus’ non era altro che un prodotto in estensione dell’antico principato variago di Novgorod (la Holmgard norrena). e i Variaghi erano Normanni. Anche il ruolo egemone ricoperto in Valacchia, in Moldavia, in Galizia, nel Banato ungherese, dal Germanesimo che guidava l’Impero asburgico, è ben noto agli storici: ad esempio, nei secoli XVII e XVIII, come antemurale in grado di fronteggiare l’infiltrazione turca nel Sud-Est europeo. Si trattava di terre di confine, in cui spesso le comunità germaniche erano strutturate sulle proprietà signorili del tipo in uso presso lo Junkertum prussiano, oppure sul villaggio rurale fortificato o sulla marca di frontiera, dando vita a quella tipica figura che fu il colono-soldato. Antica sentinella della nostra civiltà a Oriente. Lungointere epoche storiche, per questi uomini l’idea di civiltà europea non fu un mito letterario, ma una concreta realtà, da difendere come preziosa fonte identitaria rappresentata dal radicamento al suolo.

I discendenti di queste generazioni – unitamente ai tedeschi della Prussia Orientale e di quella Occidentale (Danzica), della Pomerania, della Slesia, della Posnania, della Wartheland e di tutte le antiche terre di insediamento germanico facenti parte del vecchio Reich – subirono nel 1945 un gigantesco olocausto fatto di terrore e di atroce massacro. Era, in un certo senso, la rivolta dei ceti servili slavi che avevano subito per lunghissimi periodi storici il dominio dei loro padroni. I quali – come un po’ accadde negli Stati americani del Sud – detenevano sì il potere, e lo detenevano certo con ferma inflessibilità, ma al contempo garantivano protezione, inserimento nell’economia agricola di villaggio, esenzione dalle armi, possibilità di accedere a crescenti quote di benessere sociale ignoto agli spazi slavi: un tipo di feudalesimo che, tuttavia, nei suoi sviluppi, dimostrò anche notevoli capacità di modernizzazione. Basti pensare che il l’indice del progresso industriale russo prima del 1914 (percentualmente il più alto dell’Europa dell’epoca) lo si può dire un prodotto del lavoro e delle idee di uomini – come i ministri zaristi von Plehve o Witte – molto spesso di origine tedesca.

Sta di fatto che il 1945 costituisce una frattura epocale in cui, in aggiunta alle moderne ideologie di mobilitazione di massa che avevano risvegliato ovunque il senso di protezione dei sostrati bio-storici, agirono gli effetti conclusivi di eredità storiche ancestrali. Se si può dire che quella data rappresenti un finale regolamento di conti tra Germanesimo e Slavismo, cui le rispettive ideologie estreme impressero un’energia radicale ulteriore, ma già presente nel conglomerato ereditario etnico di quei gruppi umani, è forse solo così che possiamo spiegarci l’incredibile livello di ferocia che raggiunse la guerra sul fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale, ciò che ha fatto scrivere allo storico britannico Max Hastings che la battaglia finale, soprattutto nella svolta del 1944-45, ebbe a Est le caratteristiche di «uno scontro tra animali preistorici».

In questa tregenda di inaudite dimensioni, il popolo tedesco non pagò un tributo inferiore a quello di altri popoli colpiti da catastrofe epocale. Ernesto Galli Della Loggia riportò anni fa il giudizio di un diplomatico americano che si trovò a sorvolare le zone dell’Est tedesco appena conquistate dall’Armata Rossa, verso la fine della guerra. Questi riferì in un rapporto che «a giudicare da tutte le prove esistenti il passaggio delle forze sovietiche non ha lasciato vivo neppure un uomo, una donna o un bambino della popolazione indigena». E si ricordavano i convogli di profughi che raggiungevano Berlino in vagoni stipati di gente spesso già morta di stenti. Questo esodo forzato coinvolse un totale approssimativo di «dodici milioni di persone, causando due milioni tra morti e dispersi».

Tale fu l’orgia di sangue, come la chiamò lo storico tedesco Andreas Hillgruber, che si abbatté sulla Germania orientale. I volantini sovietici che spronavano i soldati russi allo sterminio dei civili tedeschi, e i proclami dell’ebreo ucraino Ilja Ehrenburg, che aizzava la truppa al massacro e allo stupro di massa delle donne tedesche, al fine di spezzarne l’orgoglio di razza, non furono che i terminali di un progetto apocalittico di radicale annientamento del Germanesimo nell’Europa orientale, cui parteciparono da attivi istigatori anche gli angloamericani.
È noto infatti come quegli integerrimi democratici, tra l’altro, fossero usi gettare nelle fauci sovietiche decine di migliaia di prigionieri tedeschi: ad esempio, quei reparti che si arresero in Boemia agli Alleati, dopo aver combattuto nella Slesia occidentale, furono immediatamente consegnati in blocco ai sovietici e da costoro sottoposti a immediato massacro o deportazione. La strenua tenuta dei tedeschi a Est aveva lo scopo di salvare la vita al maggior numero possibile di civili. Hillgruber, nel suo libro Duplice tramonto, volle proprio sottolineare l’entità macrostorica della distruzione del Germanesimo in aree di arcaicissimo insediamento popolare, tanto che si può dire che gli eccidi indiscriminati degli ultimi sei mesi di guerra azzerarono una presenza etnica millenaria, di cui oggi quasi più nulla rimane. E che manca del tutto di un adeguato rilievo storiografico come di una onesta volontà rammemorante. Questo il famoso “umanitarismo” democratico.

Il massacro delle popolazioni germaniche dell’Est europeo è stato fatto passare in sordina dagli Alleati – succubi di Stalin – e dalla stessa classe dirigente tedesca della postbellica Bundesrepublik, afflitta da un autoflagellante senso di colpa che da allora ne fa, in maniera crescente, la più spietata carnefice del proprio popolo. E tuttavia, persino gli ebrei raggiunti dall’avanzata sovietica dovettero rendersi conto ben presto di che razza di “liberazione” fosse quella che avevano atteso: «Volevamo accogliere i russi come liberatori, ma come potevamo? Uccidevano ogni uomo che gli veniva a tiro, stupravano ogni donna fra i 7 e i 70 anni», riporta Hastings nel suo libro sull’Apocalisse tedesca.

Di questo inferno poco o nulla si è per decenni saputo a Occidente: facevano tappo la propaganda anti-tedesca e il servilismo verso i comunisti. Ma neppure oggi l’immane dramma germanico, nell’immaginario comune e nella storiografia, occupa un posto anche solo lontanamente paragonabile ad altri olocausti, massicciamente imposti alla pubblica devozione. Forse l’unico caso di blanda risonanza è stato non molto tempo fa l’uscita del libro di Günther Grass, Col passo del granchio – opportunamente non tradotto in italiano – in cui lo scrittore antifascista, profugo egli stesso da Danzica ed ex- SS, ha rievocato la spaventosa tragedia dei 9.000 tedeschi (per buona parte bambini, poi quasi soltanto vecchi e donne) sfollati dalla Prussia Orientale sotto l’incalzare dell’Armata Rossa, e affogati nel naufragio del piroscafo “Wilhelm Gusthoff”, silurato nel Mar Baltico dalla marina sovietica: unica gesta di rilievo di quella flotta nel corso dell’intera guerra. Si tratta della più grande sciagura marinara della storia e come tale. dato che non riguarda potenti minoranze internazionali, ma solo un popolo marchiato a fuoco con l’infamia riservata ai vinti. è stata passata completamente sotto democratico silenzio. Quei quattromila bambini uccisi in modo mirato e gratuito non hanno mai avuto né un film, né un libro di storia, né un articolo di giornale che li abbia ricordati. Ci voleva un ex-nazista diventato antifascista militante per scrivere, si presume in un tardivo barlume di senile resipiscenza, qualcosa su di loro.

La distruzione dell’impronta dell’uomo germanico nell’Est europeo è un sopruso che attraversa i secoli: città e intere province da sempre tedesche, portate da tedeschi ad alte vette di civiltà, sono state schiacciate nella loro identità e stuprate fino all’estremo limite, fino a cancellarne l’anima nel profondo. Per dirne una: Praga era tedesca, fu la prima Università tedesca, per un periodo fu anche capitale imperiale tedesca, vi si parlava tedesco. al punto che Kafka, anziché in slavo, scriveva in tedesco. questa città tedesca, insomma, nel 1939 era tornata ad essere tedesca: dov’era l’errore, dov’era l’infamia? Per mille anni – tanto durò la presenza germanica a Praga – gli inglesi non ebbero nulla da obiettare, poi improvvisamente. E inoltre Danzica, antica capitale dell’Hansa, poi Breslavia, Marienburg, Posen, Memel.città e terre redente dal lavoro tedesco per secoli.basti dire che Königsberg – la patria di Herder e di Kant – è oggi russa. La sventura del Germanesimo – per biblica legge di vendetta – oggi non può essere ricordata: eppure, cosa ha di diverso da altre tragiche vicissitudini? Cosa di meno umanamente rispettabile? Parlando della sanguinosa caccia al tedesco che all’indomani della resa del Reich si scatenò in Boemia e Moravia – che erano terre tedesche dal Medioevo, lo si ricordi, e non solo dal tempo del Protettorato nazista -, lo storico Jürgen Thorwald anni fa ha scritto: «Gruppi di partigiani in cerca di avventure, inizialmente reclutati tra la feccia della popolazione, cominciarono a penetrare nelle case dei tedeschi sospingendo uomini, donne e bambini sulle strade, lapidandoli e malmenandoli.». Bell’epitaffio alla superiorità morale della “democrazia” vittoriosa. Magnifico atto di fondazione per un popolo “liberato”.

Non bisogna mai dimenticare che il violento e sanguinoso tramonto del Reich e dell’Est tedesco fu voluto dagli Alleati, fu da loro lungamente programmato e infine messo in esecuzione facendo fare il lavoro sporco agli altri, come da costume angloamericano. Essi si servirono dell’Armata Rossa come di un attrezzo primitivo per sventrare per sempre la Germania. Gli Alleati, sovvertendo i loro stessi accordi di Potsdam, già duramente punitivi, all’ultimo momento spostarono i confini della Polonia ancora più a Ovest di quanto convenuto, assecondando i capricci di Stalin e contro l’opinione dello stesso primo ministro polacco, il socialista Arciszewski, che non venne neppure consultato E che nel dicembre 1944 aveva dichiarato di «non volere né Breslavia né Stettino». Ma gli americani imposero alla Polonia sia Breslavia sia Stettino, che addirittura si trova a occidente del basso Oder, linea di confine stabilita dai vincitori. Col cinismo che contraddistingue l’ipocrisia democratica, fattori pesanti come i milioni di morti e di deportati, un drammatico esodo in uno spazio enorme tra Riga e i Sudeti, nella dichiarazione rilasciata dai “tre grandi” il 2 agosto 1945 vennero rubricati sotto l’asettica formula di «redistribuzione delle popolazioni tedesche»: perfetto documento di quella subdola ipocrisia quacchero-umanitaria che è tipica del liberalismo, di allora come di oggi. Tutto questo ci parla di una volontà precisa: la liquidazione del Germanesimo dall’Europa come fattore di egemonia e di aggregazione politica del continente. Il che vuol dire, in altre parole, eliminazione dell’Europa dalla politica mondiale. Poiché un’Europa castrata, con al suo centro una Germania nana e minorata, preda di pratiche cliniche di schizofrenia di massa attraverso la minaccia e l’intimidazione, non sarà mai nulla di geo-politicamente rilevante. Ma solo uno strumento passivo per servire gli interessi delle oligarchie americane nel mondo.

Autore dell’immagine Prof. Wilhelm Petersen vedi    http://www.galleria.thule-italia.com/petersen.html

 

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