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Vista da El Dorado PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Rampini   
Venerdì 14 Settembre 2012 03:15

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Quella vecchia Europa che vogliamo liquidare

 

Vista dagli Stati Uniti, la nostra Europa è economicamente defunta. E con lei affonda per sempre una certa idea della solidarietà, dei diritti di cittadinanza: il "modello sociale europeo". Ne sono convinti gli americani, a stragrande maggioranza, nei momenti in cui si degnano di rivolgerci qualche attenzione. Se ne sono convinti anche molti europei che vivono in Europa. Ne sono persuasi in qualche misura i loro governanti, poiché sono quasi tutti impegnati ad applicare qualche variante dell'austerity, al termine della quale il Welfare sarà sempre più avaro, sempre più povero, un po' più simile a quello americano.

Lo sguardo che hanno gli Stati Uniti su di noi è importante. Anzitutto perché l'America resta il numero uno mondiale: ha l'economia più grossa, la forza militare dominante, un'influenza politica e culturale ancora ineguagliata nel mondo intero. Qui a New York, la piazza finanziaria globale per eccellenza, operano quei poteri forti che influenzano con le loro scelte d'investimento anche le vicende dell'economia europea. Chi governa gli Stati Uniti ha inoltre un peso notevole nelle istituzioni internazionali come il Fondo monetario, che fanno opinione o dettano condizioni nei salvataggi di interi Stati membri dell'eurozona. L'interpretazione che i mass media americani danno della nostra crisi viene spesso tradotta, amplificata, riportata dentro il dibattito europeo, e lo influenza.

Il giudizio degli Stati Uniti è severo, sia che venga da destra o da sinistra.

La destra Usa ci considera una mostruosa incarnazione di tutto ciò che può andare storto, quando dei paesi democratici a economia di mercato imboccano la strada dello statalismo, dell'assistenzialismo. È colpa del nostro Welfare State troppo generoso, sostengono i repubblicani, se tanti giovani europei sono condannati alla disoccupazione e le loro prospettive per il futuro sono limitate. Il modello sociale europeo soffoca la crescita sotto una pressione fiscale eccessiva, ingabbia le imprese in una ragnatela di regole e diritti sindacali paralizzanti, crea nei cittadini una cultura della dipendenza dallo Stato, ottunde lo spirito d'intrapresa, la capacità innovativa. In cambio di una rete di sicurezza economica peraltro sempre più aleatoria, i cittadini d'Europa si consegnano a una burocrazia opprimente. Aveva ragione Reagan, insomma, con il suo slogan più fortunato: lo Stato non è mai la soluzione, lo Stato è il problema. Riecheggia in questa visione della destra una critica del modello europeo che ha radici antiche nel pensiero liberale, da Von Hayek a Milton Friedman.

A sinistra, le critiche americane verso l'Europa sono di segno diverso, ma quasi altrettanto severe. I democratici Usa vedono una eurozona soggiogata dall'egemonia di una Germania conservatrice. Le politiche di austerity imposte da Berlino al resto dell'Unione, appaiono distruttive: generano recessione, disoccupazione, povertà e tensioni sociali. Da sinistra i premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, nonché altri economisti autorevoli come Robert Reich e Jeffrey Sachs, condannano le politiche economiche europee come un capolavoro di autolesionismo. 

Non si esce dalla crisi a furia di tagli, ci ammoniscono. Anzi, l'austerity impoverisce a tal punto l'Europa, che al termine della cura è più indebitata di prima. Vista nella prospettiva dei democratici americani, più che a Reagan la cancelliera Merkel assomiglia a Herbert Hoover, il presidente che voleva curare il crac del 1929 e la Grande Depressione con salassi alla spesa pubblica, perché "rimettendo i conti in ordine" secondo lui l'economia di mercato si sarebbe risollevata da sola. In passato gli Stati Uniti guardavano verso di noi con rispetto per la "civiltà sociale" che rappresentiamo. Solo nella crisi attuale, anche l'ultimo rispetto sembra essere svanito.

Gli europei hanno interiorizzato questa diagnosi, l'hanno fatta propria e ci credono più che in qualsiasi altro periodo della loro storia. Angela Merkel, e con lei un bel pezzo di classi dirigenti (tedesche e non solo), ne hanno tratto le conseguenze: la richiesta di uno smantellamento graduale delle conquiste sociali, almeno alla periferia dell'Europa, nella sua parte più debole che è prevalentemente la fascia costiera mediterranea e atlantica, cioè Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Molte élites di questi paesi hanno introiettato l'idea che il nostro Welfare è un lusso, che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo "vissuto al di sopra dei nostri mezzi", ed è ora di ridimensionarci.

Essendomi trasferito dall'Europa agli Stati Uniti nell'anno 2000, posso confrontare i due sistemi non solo da osservatore, ma misurandone gli effetti concreti nella mia vita e in quella dei miei familiari. Per oltre 12 anni ormai, ho avuto la residenza negli Stati Uniti e ho pagato le mie tasse al Tesoro di Washington (anche quando dal 2004 al 2009 ho vissuto in Cina, continuavo ad essere un contribuente americano). Ho mandato i miei figli a scuola negli Stati Uniti. Ho avuto l'assicurazione sanitaria e l'assistenza medica sotto il regime Usa. Grazie all'importante "intervallo" di cinque anni a Pechino, posso dire di avere assaggiato in varia misura sulla mia pelle tre grandi sistemi: europeo, cinese, americano. La mia conclusione va contro il pensiero dominante. Non credo affatto che il modello sociale europeo sia superato. Al contrario, penso che nelle sue versioni più riuscite sia tuttora ineguagliato. È il migliore, di gran lunga. E non solo in base a criteri etici, o valori politici, ma anche per la sua efficienza economica. Sono gli altri a dover imparare da noi. 

 Federico Rampini (corrispondente di "Repubblica" a New York, saggista, è nato a Genova nel 1956. Ha vissuto a Parigi, Bruxelles, Roma, Milano e San Francisco.)
“Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso!
Edizioni laterza 5,99 euro

 

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