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Bentornato Che PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Martedì 09 Ottobre 2012 03:58

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Quest'anno si sono ricordati di te pure i tuoi “compagni”...

 

Bentornato Che,
a quarantacinque anni dal tuo assassinio i tuoi “compagni” si sono infine ricordati di te.
Sembra che si siano piccati non poco del fatto che per diverso tempo lo avevamo fatto solo noi e così, visto pure che si trovano in crisi d'identità, quest'anno hanno ripreso a celebrarti.
Lo han fatto per ripicca o per effetto mimetico, visto che anche lo slogan che hanno scelto “non solo una faccia su una maglietta” lo avevamo coniato noi?
Non lo sappiamo, Che, e in fondo non importa; quel che conta è che si siano ricordati di te e se ciò è accaduto in avversione a noi, tanto meglio, vorrà dire che abbiamo fatto qualcosa in più per la tua memoria. Sempre che di questo si tratti e non, appunto, di una faccia sulla maglietta tirata fuori dal cassetto dove giaceva.
Una cosa Che dobbiamo riconoscergliela a quei tuoi innamorati distratti e scordarelli.
Hanno ammesso che non c'è nessun erede possibile del tuo esempio e della tua lotta.
Un po' di sincerità non guasta.
Oggi che dominano le banche e gli usurai, oggi che il tuo sogno romantico e velleitario di unità internazionale che definisti Tricontinental è stato fatto suo, come progetto e come sistema, dal capitalismo apolide nel nome Trilateral, qui non si vede molto che non sia gregge e nel cui gregge ogni pecora non sia pastore di se stessa.
Oggi che tutte le più ignobili e feroci logiche dello sfruttamento dell'uomo procedono tra tasse, usura, abbattimento delle garanzie sociali e sanitarie, disprezzo dell'uomo e del lavoro, i ribelli, uno al giorno circa, si uccidono, non vanno sulla Sierra.
Oddio, nemmeno potrebbero farlo per ragioni geografiche e tecnologiche, ma il dato saliente è che disperati si uccidono, si sentono vittime, e, a giudicare da quello che lasciano scritto, di solito si sentono in colpa.
La società matrigna che domina il nostro popolo ama la censura, il proibizionismo e la messa costante sotto esame e sotto accusa. Anche morendo oggi i miei contemporanei, Che, chiedono scusa.
Lontano è il tempo del tuo sogno e lontano è il tuo sogno.
Che fosse generoso, coraggioso, impersonale e guerriero l'uomo nuovo pensasti tu, Che, al punto che di chi così visse e così cadde potesti dire “è un buon comunista”.
Probabilmente era un'astrazione, un'autorappresentazione, un ideale romantico, quel tuo comunismo esistenziale, quello per cui sostenevi che rivoluzione significa trasporre i valori della guerriglia nella vita di tutti i giorni.
Sognavi Che, ti accusavano di essere soggettivista, avventurista, un Don Chisciotte.
E proprio per questo, Che, ti ho sempre dedicato un ricordo visto che non so comporre canzoni.
E ti ho scritto ogni anno, in occasione della tua morte.
Negli ultimi anni avevo smesso perché i tuoi compagni sostenevano che ti stavo strumentalizzando, che volevamo fascistizzarti, cosa del tutto assurda.
E insistere, quando loro tacevano, mi sembrava segnare un punto cafonesco dunque non mi pareva corretto nei tuoi confronti.
Oggi Che, i tuoi compagni sono usciti dall'amnesia e si sono rammentati di te.
Temo che lo abbiano fatto solo perché non hanno più punti fermi.
Diventerai tu un loro punto fermo? Ne dubito, temo che per i più resterai una faccia su una maglietta come per migliaia di “fascisti” Mussolini è una faccia su un calendario.
Oggi che la situazione precipita e che – a torto o a ragione – dovrebbero esser fiduciosi i rivoluzionari, oggi che in qualche misura il tuo esempio potrebbe essere attualizzato, temo che ci sia davvero poca gente in grado di diventare “un buon comunista”, o, aggiungo io, di essere un vero fascista.
Sono immersi nella politica fiction e talk show, nel gossip e preoccupatissimi di piacere, di non sconvolgere, di essere insomma in qualche modo in riga.
E quando non ce la fanno più si uccidono vergognandosi.
“Non eri come loro, dovrai morire solo”.
Addio Che.

Ultimo aggiornamento Martedì 09 Ottobre 2012 08:55
 

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