Italo Balbo Stampa
Scritto da ilgiornale.it   
Venerdì 22 Novembre 2013 00:07

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E le sciocche vestali del silenzio

La prima edizione di Italo Balbo uscì nel febbraio del 1984 ma, a parte certe legnosità di scrittura, non ho dovuto aggiornarlo molto, essendo l'unico saggio che ha potuto utilizzare integralmente l'archivio privato di Italo Balbo, oltre a numerosissime testimonianze coeve.
È consistente, invece, l'aggiunta bibliografica, che testimonia il perdurare dell'interesse sulla figura di Balbo.
Nell'introduzione del 1983 sostenevo che l'interesse su Balbo capo dello squadrismo era superiore di quello su Balbo aviatore e governatore della Libia. Era vero, allora, perché non era ancora stato sciolto il nodo del violento scontro politico che contrappose fascisti e socialisti, dell'insufficiente reazione della classe dirigente liberale e della conquista dello stato da parte di Mussolini. Questi problemi storiografici appaiono ormai meno rilevanti, specialmente dopo gli studi di Roberto Vivarelli, anche in merito alla sempre esecrabile violenza dei fascisti.
L'escalation della violenza politica mondiale cui si è assistito negli ultimi trent'anni, basti considerare il terrorismo quaeddista, non diminuiscono la gravità etica delle spedizioni degli squadristi contro gli avversari, ma le mettono in un angolo del museo degli orrori degli ultimi cento anni.
Appare sempre più gigantesca, invece, l'importanza delle imprese aeronautiche ideate, organizzate e realizzate da Balbo. La straordinaria diffusione del volo umano, le linee intercontinentali e quelle a basso costo ci permettono di apprezzare meglio quanto sia stata importante l'intuizione geniale dell'alpino ferrarese: capire che il volo sarebbe stato alla portata di tutti soltanto organizzandolo non come impresa eroica di pochi audaci, ma come prassi quotidiana per uomini comuni che possono volare tranquilli, certi di una perfetta organizzazione a terra come in cielo. Con le sue trasvolate atlantiche, Balbo ha fatto fare un passo avanti all'umanità. A chi ancora obiettasse che si trattò di un'impresa fascista, occorre per forza rispondere come rispose nel dopoguerra il sindaco di Chicago stupito all'ambasciatore italiano che gli chiedeva di cambiare il nome alla strada dedicata a Balbo: «Perché, non ha trasvolato l'Atlantico?».
Nuovo interesse ha, trent'anni dopo, anche l'attività del Maresciallo dell'Aria divenuto governatore della Libia. È noto quanto è avvenuto nella Libia postbalbiana, prima con re Idris e poi con la satrapia di Gheddafi, per finire con l'attuale e strisciante guerra civile. Certo non per questo si pensa di rivalutare il colonialismo o di denigrare la decolonizzazione. Va però riconosciuto anche alla luce di quanto avviene oggi, in Italia e in Europa che Balbo seppe intuire con grande anticipo, e spesso risolvere con altrettanto grande sensibilità, per i tempi, i problemi che sarebbero sorti nelle società multirazziali, multiculturali, multireligiose.
Modernizzatore e innovatore, fascista passato a un liberalismo autoritario, unico fra i gerarchi che preferiva gli Stati Uniti alla Germania, o alla Francia, o alla Gran Bretagna, e unico a opporsi concretamente alle leggi razziali, tutto ciò non basta a mettere Balbo nel Pantheon dei grandi italiani del Novecento, zavorrato com'è dalla responsabilità di avere «inventato», ovvero organizzato, lo squadrismo fascista e di avere contribuito più di tutti a portare Mussolini al potere. Ma qui si pretende soltanto, come trent'anni fa, di dare a Balbo quel che è di Balbo.