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Quella strage fascista è tutta un'altra storia PDF Stampa E-mail
Scritto da Cesare Ferri   
Lunedì 17 Febbraio 2014 01:33

Pasolini tirava a indovinare mentre Adinolfi si basa sui fatti

Essendo questo di Gabriele Adinolfi un romanzo, si può pensare che sia una cavalcata nel regno della fantasia, ma non è così, perché è attraverso i fatti che la trama prende forma e sostanza.
Certo, i nomi dei personaggi sono necessariamente di fantasia ma se sono fittizi i nomi, non lo sono i protagonisti, infatti questi sono realmente esistiti e hanno effettivamente operato per far sì che, da un lato, l’Italia fosse sotto scacco da parte di potenze straniere e, dall’altro, che il mondo neofascista o, almeno, una parte di esso, venisse spazzato via e portasse sulla propria carne il marchio infamante di esecutore delle stragi, nello specifico di quella di Brescia.
Adinolfi, che con facilità passa dal saggio al romanzo, lacera il velo di Maya che per decenni ha avvolto quel terribile attentato, consegnandolo alla storia come l’abisso nel quale giovani missini e non, sarebbero caduti, lo lacera a fa intravvedere un’altra verità. Un’operazione difficile, la sua, e perciò ancora più meritoria, in quanto nell’immaginario collettivo s’è radicata la convinzione che gli esecutori della strage fossero per forza e nonostante le assoluzioni, i neofascisti.
In queste pagine leggiamo invece che ciò è falso e che sebbene sotto i riflettori siano finiti i soliti noti, quei riflettori sono stati accesi ad arte da chi aveva tutto l’interesse di fuorviare le indagini per coprire gli uomini delle Brigate Rosse che quel giorno erano presenti a Brescia senza tuttavia partecipare al comizio. Perché c’erano? Perché è stato tenuto nascosto? Adinolfi lo spiega mettendo in evidenza i rapporti stretti che intercorrevano tra terroristi rossi, trotzkisti, agenti della Cia e del Mossad e alla fine giunge ad una conclusione: il mondo neofascista è innocente.
Dunque all’ “Io so” di pasoliniana memoria, un “Io so” non supportato, tra l’altro, da alcuna dimostrazione logica, Adinolfi contrappone il suo “Io so” ben più incisivo e forte in quanto si appoggia sullo studio di atti, documenti e testimonianze precise.
Un lavoro certosino, il suo, ma assolutamente indispensabile per non incorrere in errori che avrebbero rischiato di inficiare una fondamentale opera di rilettura di quel lontano 1974 che mai è stata fatta sino ad ora, per pigrizia, per paura o per piaggeria nei confronti del potere costituito. Ma Adinolfi, che non è né pigro né codardo né ruffiano, si è messo al lavoro e ha scritto questo romanzo-verità che tanto fastidio darà ai cultori e cantori della ricerca storica a senso unico.

 

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