Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Luglio 2018  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
        1
  2  3  4  5  6  7  8
  9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031     

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Un romanzo parigino PDF Stampa E-mail
Scritto da Angelo Spziano (etericamente.net)   
Venerdì 13 Marzo 2015 01:17


Per mettere a nudo i retroscena del terrore

Francia. Anni Settanta. Cosa ci fanno un uomo e una donna placidamente seduti a un tavolino del “Deux-Magots”, il celebre locale parigino prediletto da Sartre? Semplice. Paiono conversare “amabilmente” tra loro. Ma se, tra i due, uno è un intellettuale francese esperto in intrighi internazionali e l’altra una guerrigliera italiana d’estrema sinistra dedita alle rapine in banca, cosa hanno tanto da discettare? Non discutono di esistenzialismo, questo è certo. La loro, piuttosto, è una filosofia di morte. I due infatti stanno paventando un attacco armato al vertice istituzionale italiano.

Bum! Nel pieno centro di Parigi, in un locale da sempre sotto i riflettori dei media, si parla come se nulla fosse di un imminente, sanguinoso assalto al cuore di una democrazia europea, di un formidabile colpo mortale che entro breve tempo sarà sferrato al gotha politico di un paese amico e sovrano.

E che c’entra poi, “sovversivamente” parlando, Parigi con Roma? Il fatto è che proprio a Parigi, e precisamente in rue de la Tournelle, ha la propria sede una “scuola” internazionale di terrorismo e di destabilizzazione che agisce sotto il controllo – assai tollerante – dell’Eliseo. Si tratta dell’Hypérion. Quest’agenzia della sovversione mondiale, tuttavia, non è la sola a tramare indisturbata, tra un pastis e l’altro, all’ombra della torre Eiffel.

Accanto ad essa infatti, con tanto d’indirizzo e sede legale, opera la famigerata Solidarité di Henry Curiel. Entrambe le organizzazioni, giocando di sponda, costituiscono una sorta di “Spectre” del terrore che, allignata tra le anse della Senna, stavolta si sta dando da fare per mandare a carte quarantotto il nostro paese.

E tutto questo in un periodo storico assai delicato per lo scacchiere mediterraneo. Si tratta del clou degli “anni di piombo”, e dalle nostre parti per “piombo” s’intendeva proprio quello delle pallottole celate, all’epoca, nei mitra Kalashnikov, nelle mitragliette Skorpion e nelle più agili e maneggevoli P. 38. Ma all’occorrenza anche le Hazet 36 andavano bene, pure se di materiale diverso. Come se tutto questo non bastasse, a svolgere un ruolo assai nefasto per il Bel Paese ci si mettono pure i “servizi” nazionali manovrati – sabotati – dal Pci, l’americana Cia, il sovietico Kgb, l’israeliano Mossad, l’inglese MI5, l’intelligence francese e le ombre sinistre degli internazionalisti e socialistoidi stregoni della Trilaterale, del Bilderberg, dei Rothschild, del Cfr e dei Rockefeller.

Aggiungeteci una corrispondente “centrale rivoluzionaria” rossa incistata nella ridente campagna toscana, una base strategica situata nel cuore del ghetto di Roma e otterrete una miscela esplosiva di tutto riguardo. Roba da far tremare le vene ai polsi al più smaliziato degli 007.

A questo punto l’affare diventa sempre più intrigante e il bel romanzo di Gabriele Adinolfi, “I rossi, i neri e la morte”, mantiene in pieno tutte le promesse. A dire il vero, per ottenere la più ampia e nitida prospettiva possibile della “sinistra” vicenda narrata bisognerebbe andarsi a rileggere in primo luogo il romanzo precedente, “Quella strage fascista, così è se vi pare”, di cui questo che stiamo esaminando è la continuazione. Ma anche senza compulsare il “propedeutico” volumetto numero uno, la fruizione dell’arzigogolo è garantita.

Per meglio comprendere il plot, tuttavia, va fatta una premessa. Ricordatevi che la netta divisione in due sfere d’influenza – Washington e Mosca – del mondo pre-Muro di Berlino, in realtà è alquanto artificiosa. In realtà ci si scannava assai più ferocemente tra alleati all’interno dello stesso ambito Nato che tra nemici al di qua e al di la della Cortina di ferro.

Qual è l’obbiettivo di questi terroristi?

Nientedimeno che l’onorevole Moro. Siamo infatti all’inizio del tribolatissimo 1978. A Roma, il sangue dei martiri di via Acca Larenzia è ancora fresco. Esso inoltre è stato versato subito dopo quello dell’ormai dimenticato Angelo Pistolesi e in un paio d’ore sarà seguito da quello di Stefano Recchioni, fulminato davanti alla stessa sezione da un carabiniere carogna.

Ma perché proprio Moro? Un uomo così mite, così inoffensivo, così imperscrutabile, sempre perso tra astratti e incomprensibili teoremi basati su convergenze parallele e altre bislacche astruserie pseudopolitiche espresse con un linguaggio a dir poco criptico. Eppure…

Eppure, andando a rileggere più a fondo le cronache dell’epoca si viene a sapere che l’esponente Dc da un po’ di tempo stava cercando di traghettare il Pci nell’area di governo. Ma che gliene doveva fregare del Pci, di Moro e dell’Italia ai principali servizi di sicurezza dell’universo mondo? In verità, l’onorevole Moro intendeva “sdoganare” i comunisti italici cooptandoli nella stanza dei bottoni non per una fisima sua personale, ma per influenzarli, per manipolarli, per convincerli ad abbracciare i fondamentali della democrazia parlamentare. In altre parole per responsabilizzarli e far condividere loro gli onori – ma soprattutto gli oneri – di governo. Insomma, per far guarire il Pci dalla sua atavica tara infantile – l’oltranzismo estremistico – e inserirlo nella grande famiglia delle socialdemocrazie continentali.

Il fatto è che un’Italia del genere, unita e “pacificata”, senza più conflittualità, senza più scioperi selvaggi né odio di classe, epperciò in grado di ritagliarsi un suo “Lebensraum” nel Mediterraneo, rappresentava una potenziale minaccia alle declinanti potenze europee. In primo luogo la Francia e l’Inghilterra. Le quali, manco a dirlo, subdorata la minaccia, Moro l’avrebbero visto volentieri steso. Ma non c’era solo questo ingrediente nella pentola cospirazionista dell’epoca. Gli Stati Uniti ad esempio, cui l’ascesa a palazzo Chigi dei nipotini di Stalin, andando per logica, doveva essere considerata come fumo negli occhi, erano invece assai possibilisti al riguardo. E per quale motivo?

Perché Oltreoceano, fatto fuori Nixon con lo scandalo del Watergate, le relazioni estere dello zio Sam erano diventate affare privato del filoisraeliano Henry Kissinger. Il quale alla politica stabilizzante di Nixon, basata su una cintura di sicurezza stesa per protezione attorno allo stato ebraico tramite fidati governi di destra, preferiva un Mediterraneo completamente destabilizzato. In un settore geostrategico problematico infatti – questo era il diabolico e discutibile intendimento dell’uomo – l’unico baluardo fidato degli Usa in Medio Oriente sarebbe automaticamente diventata Gerusalemme. Che di conseguenza avrebbe fatto l’asso pigliatutto in risorse e in armamenti stellestrisce.

E fu proprio per tale motivo che nella prima metà degli anni Settanta molti governi dell’Europa meridionale virarono bruscamente a sinistra. Portogallo, Spagna, Grecia, e, appunto, Italia. Una débàcle geostrategica epocale. Ma se l’America era d’accordo con lui nel consegnare Roma in mano alla gauche, perché Moro, anche secondo Washington, andava sacrificato? Perché grazie al temerario esponente democristiano l’Italia era diventata un porto franco per i palestinesi. I quali, per merito appunto del cosiddetto “lodo Moro”, dalle nostre parti avevano carta bianca e campo libero.

Il tutto in cambio dell’immunità da attentati. Ma si dia il caso che a Kissinger, essendo ebreo, questa “entente”, che puzzava maledettamente di tradimento e machiavellico sotterfugio, scocciava assai. Quindi anche per gli yankee – oltre che per Israele ovviamente – Moro andava imbottito di piombo e sotterrato al più presto. A dire il vero, a quegli apprendisti stregoni della Cia pure l’eventualità opposta, vale a dire l’enigmatico politico italiano lasciato tranquillamente libero di operare indisturbato a tessere le sue oscure trame, non li avrebbe turbati più di tanto. A quel punto il ruolo di testa di ponte della sovversione lo avrebbero semplicemente delegato al Psi, e i cinici pupari della Casa Bianca ne sarebbero usciti ugualmente avvantaggiati.

E il Kgb? Neppure a Mosca il vento era favorevole alla sfinge di Maglie. Il Cremlino, infatti, avrebbe visto assai volentieri un Partito comunista – e che Partito comunista, il primo dell’Occidente! – nella stanza dei bottoni di un grande paese Nato. Ma la nomenklatura sovietica non era stupida. Sapeva bene che con gli accordi di Yalta in piena vigenza, il Pci, nel governo italiano, ci sarebbe entrato solo e soltanto sottoposto alla volontà, appunto, della Nato. Perciò anche nella patria di Lenin, piuttosto che vedere un Pci felicemente inserito ma irrimediabilmente “socialdemocratizzato”, il leader dc l’avrebbero preferito orizzontale. Paradosso dei paradossi: la bandiera rossa a palazzo Chigi l’avrebbero gradita di più a Washington che a Mosca. E comunque a entrambe le capitali del bipolare mondo di allora quell’ometto dimesso e allampanato, capace di sfinire gli interlocutori con la sua sfibrante dialettica, stava alquanto sullo stomaco.

Gli unici a perorare la causa dell’affabulatore erano i palestinesi e la Chiesa cattolica. Praticamente il poveraccio era spacciato. Già a Brescia nel lontano 1974, a causa di un compagno sprovveduto, il gioco stava per sfuggire di mano ai grandi vecchi di Botteghe Oscure. Il volto perbenista e accomodante del Pci, che si apprestava a prendere le distanze dal becero estremismo extraparlamentare, rischiava di uscire assai malconcio da quello sciagurato bagno di sangue.

Un’ecatombe avvenuta – ma questo pochi lo sanno – durante un’adunata di protesta indetta dai sindacati proprio contro <il fascismo delle Brigate rosse>. Riusciti nell’impresa di far passare per nera una porcata rossa, la “grande” occasione per sbarazzarsi del logorroico scocciatore si era avuta qualche mese dopo piazza della Loggia. Nell’agosto ’74, infatti, in un vagone dell’Italicus, esplodeva un ordigno che causava un’altra mattanza. In quel treno, a quell’ora, proprio in quella carrozza, doveva viaggiare appunto l’onorevole Moro. Solo una “provvidenziale” telefonata allarmò i servizi, che pertanto avevano tempestivamente interdetto al politico di Maglie l’accesso al convoglio. Tralasciando però di avvertire gli ignari passeggeri, che furono cinicamente sacrificati alla ragion di stato e la cui orrenda fine fu attribuita – anche stavolta – ai fascisti.

L’appuntamento con la morte, per il big democristiano, era però solo rimandato, avendo guadagnato, grazie alla soffiata, si e no quattro anni di vita. Le cose in Italia all’epoca funzionavano così. Trasformismo, mistificazioni, cinismo al limite del sadico, opportunismo, pelo sullo stomaco e totale refrattarietà ai rimorsi. I nostri alleati Nato erano tali solo nel pugnalarci alla schiena, mentre i principali nemici erano allignati all’interno della nostra stessa compagine statale. Una compagine marcia, totalmente asservita a interessi di fazioni ostili, con politicanti, mass media, giudici e poliziotti esclusivamente impegnati nello sforzo di celare al grande pubblico l’entità della posta in gioco. Remissivi davanti allo strapotere angloamericano, sovietico e israeliano, le loro uniche preoccupazioni consistevano nell’affibbiare la responsabilità delle apparentemente inspiegabili carneficine esclusivamente sulle spalle dei “fascisti”. Elementi, quest’ultimi, ideali da perseguitare, colpevolizzare e incarcerare anche in base ad accuse labili, inconsistenti o addirittura mendaci.

Purché se ne parlasse. Nello stesso momento era proprio nella bassa manovalanza dell’estrema destra che i burattinai andavano a pescare gli individui più facilmente influenzabili e manipolabili onde irretirli e usarli come carne da macello nelle azioni più sconsiderate e improbabili. Imprese che, in fin dei conti, non facevano altro che portare acqua al mulino rosso.

Ben poco è cambiato da allora. Oggi i nemici si chiamano Ue, Fmi, Bce, Fitch, Standard & Poors, Morgan Stanley, e i tradimenti e i colpi alla schiena vengono inferti con altre armi: spread, rating e credit crunch. Ma la sostanza non cambia. La nostra classe politica è sempre un osceno verminaio di codardi inetti e sprovveduti che adesso usano l’Europa come pretesto per regolare i loro miserabili conti. E i danni li paghiamo noi. L’ultimo colpaccio l’hanno inferto nel dicembre 2011 a un governo legittimamente eletto, e ancora ne stiamo pagando le conseguenze. A quanti euro ammontano, oggi, trenta denari?

 

 

 

 

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.