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Un patriottismo verticale PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Adinolfi   
Mercoledì 03 Ottobre 2018 01:36


Un ulteriore capolavoro dell'autore che ai tempi nostri rischia di restare vox clamans in deserto

 

Adriano Scianca non tradisce mai.
Non mi stancherò di ripetere che rappresenta un'eccezione eccellente in un'epoca in cui gli intellettuali, di destra come di sinistra, sono degli opinionisti più o meno tormentati, solitamente dozzinali e superficiali, esibizionisti e narcisisti sovente, esteti non più.
Straordinaria in lui la capacità di unire il rigore nella ricerca, la conoscenza accademica, l'intelligenza personale e una visione d'assieme al contempo cerebrale e sensuale che resta ancorata a saldi principî di fondo. In un'epoca sovraffollata da individui confusi che sentenziano apparirà come un eretico, quando è invece uno dei pochissimi ad avere una visione ortodossa.
Soffro un po' nell'immaginarlo affiancato da quelli che passa il convento, dai carneade partoriti dal social che si prendono per economisti o addirittura per filosofi e che, in condizioni di normalità, non troverebbero posto in un'assemblea scolastica mentre Adriano potrebbe rivestire ruoli istituzionali di livello.

L'Italia
Il libro La nazione fatidica che apre l'avventura editoriale di Altaforte, è dedicato all'Italia.
Nulla dell'essenziale è stato trascurato. Il lettore, sbalordito e ammirato dalla conoscenza enciclopedica dell'autore, si renderà immediatamente conto che Scianca s'impadronisce dell'idea e della concezione nazionale attraverso i millenni, senza trascurare nessuna delle particolarità italiche. Dalla specificità cittadina all'anima mercuriale, dal Destino metafisico al fil rouge millenario successivo a Roma. Ci rivela anche l'arcano dell'origine antichissima del nostro tricolore. Soprattutto, però, coglie quelle particolarità della natura e della cultura italica che si possono riassumere nella vocazione universale e imperiale e nella triplice natura, di corpo, d'anima e di spirito, dell'italianità.

Adriano un eretico?
Sì, in quanto centrato in un'epoca – e in un ambiente – di sconvolti, d'individualisti, di discentrati. Non so come verrà accolta dalle nostrane folle di eccitati vaniloquenti la sua critica feroce e costruttiva al populismo, per lui decaduto in “gentismo”. Populismo che, Scianca ammonisce, non dev'essere mai confuso con il popolo, in quanto quest'ultimo è qualcosa da costruire, cui dare coscienza per elevarlo a “popolo trascendentale”
Mi rallegro nel ravvisare in lui il mio medesimo disgusto nei confronti de “la massa che si auto-elogia in quanto massa, il basso che si autocelebra in quanto basso, la volgarità fiera di esserlo, il rifiuto di ogni verticalità, di ogni ascesa, sociale o culturale, la precisa volontà di non mettere in discussione se stessa”.
È un”patriottismo verticale” ispirato da Filippani Ronconi e prima ancora da Berto Ricci, che contrappone allo sciocco “populismo eurofobo”. Infine – gloria in excelsis – denota che l'Italia è Europa, che i due concetti non sono scindibili, che il nazionalismo italiano è universale e imperiale e il nostro compito è di rigenerare l'asse ghibellino con i tedeschi.

Nulla da criticare nel libro di Adriano allora?
Solo dal punto di vista prospettico.
Quando prova a fare giustizia di alcuni luoghi comuni, come quello della nostra vigliaccheria alla quale contrappone il valore spontaneo di tanti temerari, nel presentare quel che da secoli è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto o, se preferiamo, la convivenza contrastante tra eccellenze eroiche e masse di furbetti e - letteralmente - di poltroni, Scianca indugia nell'indulgenza.
Perché così com'è ingiusto darci a tutti dei vigliacchi e degli opportunisti, è pur vero che le ragioni di questo disprezzo ce le siamo ben meritate.  Rimuoverle all'ombra del valore con cui alcuni riscattano il grosso dei connazionali non farà probabilmente bene alla maggioranza dei suoi lettori i quali, una volta esaltate le virtù italiche e la fierezza di essere italiani, difficilmente seguiranno l'autore nella verticalità e nella trascendenza ma si adageranno sulla superiorità che detta all'Italia un Destino da Primato. Una superiorità incassata come qualcosa di dovuto e di scontato.

Non si legittimino i cialtroni
Ciò è sbagliatissimo per due ordini di motivi. Il primo è che essere italiani non nel modo dei poltroni ma in quello degli spiriti creativi ed eroici è oltremodo impegnativo. Chi si sente arrivato in quanto italiano non soltanto è un cialtrone ma non sarà italiano mai, almeno nel senso alto del termine. Il secondo è che chi ama davvero disprezza.
Soprattutto se l'indole italiana, tesa in alto, è una potenzialità incommensurabile ma, in basso, ripiega nel porcile, compito di chi ama davvero l'Italia come trascendente è disprezzare gli italiani per fustigarli e costringerli ad essere quello che oggi non sono mentre, quando fingono di esserlo e si atteggiano a tali, sono soltanto spocchiosi, vanagloriosi, faziosi, eurofobi, partigiani.
“Fatece largo che passamo noi”: chi canta questo ritornello sentendosi legionario romano rappresenta un problema e sta a Roma come una caricatura volgare che nulla ha a che vedere con la romanità. La stessa logica sbruffona e insolente la ritroviamo ben fuori dal raccordo ed è sempre più evidente che il revanscismo sovranista di oggi si orienti in quella direzione, aggravato dalla condiscendenza e dal compiacimento di certi parvenus per un attimo sulla cresta dell'onda.
Il rischio, insomma, è di distribuire perle ai porci perché, purtroppo, gli Adriano Scianca sono rari e questo “gentismo”, come lo definisce lui, gli attira le attenzioni di tutta una serie di piccoli uomini nicciani che si reputano in diritto di leggerlo e magari di commentarlo, gente che crede perfino di pensare e di poter parlare.
Ecco, il limite del libro, se un limite c'è, è non aver posto i respingenti per tenere lontane queste pulci saltellanti che si credono branchi di lupi e vaneggiano di totem.
L'Italia che egli ha perfettamente descritto raramente ha qualcosa a che vedere con la maggioranza di coloro che oggi si riempiono la bocca del suo nome e la sviliscono mentre l'acclamano.
L'Italia autentica e profonda però è tutta nelle pagine del suo libro e vibra nei cuori puri.
È ben altra cosa dalla caricatura gettonata dai più.
Adriano non tradisce mai. Non lui.

Ultimo aggiornamento Martedì 02 Ottobre 2018 18:45
 

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