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Scritto da Noeporter   
Venerdì 11 Giugno 2004 01:00

Sull'articolo/recensione "Il Principe Post-moderno"

La redazione di Noreporter ha ricevuto numerose segnalazioni circa la difficoltà a reperire informazioni sul libro "Il principe post-moderno" Ed. Il Mulino, metendone in dubbio l'atendibilità e la veridicità. La redazione, contattata la casa editrice e verificata l'inattendibilità della fonte ha prontamente rimosso la notizia pubblicata nella giornata di ieri. Noreporter.org, confermando il massimo impegno nella diffusione di un'informazione libera e trasparente,si scusa sentitamentecon l'utenza del sito e ringrazia quanti hanno collaborato con la redazione segnalandol'inattendibilità della notizia.
 
Julius Evola 1934-1951 PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Lombardo   
Mercoledì 09 Giugno 2004 01:00

Vita ed opera del filosofo tradizionalista nel periodo che va dalla stesura di “Rivolta contro il mondo moderno” a quella di “Gli uomini e le rovine”

1. La pubblicistica degli Anni '30 e la Rivolta contro il mondo moderno.

Le esperienze pubblicistiche degli Anni '20 e della prima metà dei '30 fecero notare Evola da più parti. Iniziò così la sua collaborazione a numerose testate dell'epoca, prime fra tutte "La vita italiana"1 di Giovanni Preziosi e "Il regime fascista" di Roberto Farinacci. Sul quotidiano del ras di Cremona, esponente del fascismo intransigente e squadristico, Evola dispose dal 1934 di una speciale pagina culturale quindicinale, che prese il nome di "Diorama filosofico"2. Su quelle pagine, per dieci anni, si alternarono alcune delle firme più prestigiose del conservatorismo aristocratico europeo dell'epoca (sir Ch. Petrie, il principe Rohan, O. Spann, E. Dodsworth, F. Everling, W. Stapel, W. Heinrich); inoltre contribuirono esponenti di spicco del pensiero tradizionalista (R. Guénon, G. De Giorgio), studiosi dell'antichità (tra cui lo storico della romanità Fr. Altheim), scrittori di grande fama (G. Benn, P. Valéry) e buona parte degli ex-collaboratori de "La Torre"3. Evola ricorda l'esperienza del "Diorama filosofico" in questi termini: "Fu, questo, un tentativo unico nel suo genere nell'ambiente del tempo. Fu anche un appello la cui risposta, nell'insieme, doveva però essere negativa"4. La causa di ciò, sempre secondo Evola, fu che "nel campo della cultura in senso proprio la "rivoluzione" fu uno scherzo. Per poter rappresentare la "cultura fascista" l'essenziale era essere iscritti al partito e tributare un omaggio formale e conformistico al Duce. Il resto, era più o meno indifferente"5. In un simile squallido panorama le pretese aristocratiche e tradizionali di Evola e del suo gruppo di collaboratori dovevano andare per necessità frustrate.

Dopo aver collaborato all'Enciclopedia Italiana sul finire degli Anni '206, nei tredici anni successivi l'attività pubblicistica di Evola si fece ancora più intensa. Vanno ricordati anche, tra gli altri, i numerosi scritti per "Il corriere padano" (quotidiano di Ferrara), "Bibliografia fascista"7, "Augustea", "Lo Stato"8, "La rivista del C.A.I."9 e, dal 1939, "La difesa della razza". Il suo pensiero andava in quegli anni facendosi sempre più radicalmente tradizionalista. Nel 1934 usciva quello che da molti è considerato il suo libro più importante e significativo, Rivolta contro il mondo moderno10, in cui esponeva una vera e propria visione metafisica della storia e della civiltà; si interessava inoltre di varî altri temi, come in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, del 1932, ne Il mistero del Graal e la tradizione ghibellina dell'impero11, del 1937, e ne Il mito del sangue12, dello stesso anno.

Prima che l'argomento iniziasse a divenire una moda culturale a seguito dell'emanazione delle famose "leggi razziali" del 1938 (tema in quegli anni spesso affrontato senza la debita preparazione), Evola si occupò dello studio delle razze umane, formulando una singolare dottrina razziale incentrata sull'elemento spirituale. Partendo dalla tripartizione tradizionale dell'uomo in corpo, anima e spirito, egli evidenziava l'esistenza di altrettante razze, corrispondenti ai tre diversi livelli. In tale visione si possono di conseguenza delineare, gerarchicamente ordinati, un razzismo del corpo, uno dell'anima e uno dello spirito. Va in ogni caso precisato, con Adriano Romualdi, che "avrebbe

 
Sul problema di una Tradizione europea PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Lombardo   
Martedì 08 Giugno 2004 01:00

Rilettura di un saggio del compianto Adriano Romualdi. Un appello a riscoprire la potenza della Tradizione Europea, anche - con audacia archeofuturista - nei meandri della moidernità tecnologica.

Adriano Romualdi, Sul problema d'una Tradizione Europea, edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1996, pp. 54.


Questo saggio di Adriano Romualdi, pubblicato ventitré anni dopo la sua prima edizione, è uno degli scritti più belli e pregnanti che il tradizionalismo italiano abbia prodotto nel dopoguerra, eccezion fatta, come ovvio, per gli scritti e i libri in genere di Julius Evola. In una breve ma alquanto completa sintesi, l'Autore ripercorre quella metafisica della storia già delineata nella seconda parte dell'evoliana Rivolta contro il Mondo Moderno, non mancando però di introdurre interessanti spunti nuovi ed elementi di comparazione infratradizionale.

Fine essenziale del lavoro, come sin dalle prime righe del suo saggio mostra chiaramente l'autore, è quello di ricondurre, nella temperie culturale e politica del tempo attuale, a una comune dimensione i termini di Europa e Tradizione, per restituire alla Tradizione europea e indeuropea il suo giusto carattere di guida spirituale e materiale che da millenni le spetta. E la tradizione indeuropea viene riesaminata, dall'India delle invasioni arie e dei Veda, alla Persia e ai suoi miti, sino all'Ellade e alla romanità, nei suoi cicli - prisco, augusteo, medievale e germanico - come portatrice di una superiore concezione, di contro al mondo dei "sostrati" che i primigeni invasori ebbero a conquistare e dominare. Romualdi individua nel rapporto simbolico tra toro e cervo la lotta di questi due principi: un elemento simboleggiando la forza primigenia e scatenata del caos, l'altro incarnante il simbolo rigenerato della vita in un senso superiore, imperniato sull'elemento-chiave da Romualdi giustamente individuato nella concezione metafisica dell'ordine, lo rta sanscrito, il kosmos greco, la ratio italica e romana, e ancora l'orlog germanico e l'ascia persiano. Si tratta di una concezione dell'armonia e dell'ordine che investe ogni dominio, spirituale e materiale, interiore ed esteriore, in una fusione che vuole la corrispondenza di realtà umana e divina. In questo equilibrio non si perde la funzione dell'uomo, che anzi proprio attraverso la sua volontà determina il corretto scandirsi del tempo, l'equilibrato armonizzarsi delle cose, il giusto rapporto gerarchico tra uomini nelle loro società. E' questa concezione a muovere eserciti e a provocare migrazioni di popoli, grandi guerre e grandi atti di sacrificio e di eroismo, a portare gli uomini a livelli di dedizione e di milizia che spesso trascendono dal piano semplicemente umano.

Il cristianesimo è visto come un fenomeno essenzialmente estraneo allo spirito indeuropeo. "Il pathos cristiano, questo miscuglio di sentimentalismo plebeo e di semitica magniloquenza, questo umanitarismo venato di isterismo escatologico, contraddice il gusto classico. I fumi d'incenso non riescono a dissimulare l'odore della gente piccola: per il romano distinto il gusto cristiano è una volgarità di fronte all'olimpicità di un Seneca o di un Marco Aurelio. Ma il cristianesimo seppe fondere in un unico crogiuolo tutti i fermenti anticlassici, anti-europei latenti nell'Impero, conferendo alla sua predicazione egualitaria un'altissima carica esplosiva". Il cristianesimo, insomma, rappresenta dal punto di vista tradizionale un momento di grandissima crisi e in ultima istanza il momento di "presa di potere" delle forze sovversive e antitradizionali sull'Europa. Si apre così l'oscura epoca della decadenza bizantina e del dominio dell'Oriente sull'Europa. Sino alla rivitalizzazione delle invasioni germaniche, parrebbe spento lo spirito europeo. Ma con la nascita del Sacro Romano Impero e l'importantissima unione di idee-chiave, da una

 
Evola: quello che ci resta PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giuli   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

L'esistenza esemplare di Julius Evola insegna ancora oggi la durezza verso se stessi, la libertà aristocratica dello spirito, il disprezzo di un mondo in rovina, il rifiuto virile di ogni devozione dolciastra.

Anzitutto c¹è l¹esempio. Prima della teoria, prima della speculazione e
delle esegesi possibili. Così bisogna rispondere a chi, a trent¹anni dalla
scomparsa di Julius Evola, chiedesse cosa resta e cosa no del suo transito
terrestre. Perché la durata si misura nella presenza degli stati d¹animo e
il nome di Evola riesce ancora a evocare un indecidibile grado di potenza.
Temuto, frainteso, agognato. Comunque presente. Evola fu artista e mago,
filosofo e cultore partecipe del sacro, scalatore dionisiaco, ideologo
superfascista e teorico della razza, reazionario e libertino. Maestro di se
stesso lungo la via solitaria che costeggia l¹abisso e punta al picco degli
avvoltoi, dove abita una verità apollinea che resiste alla desolazione,
dacché il sorriso degli dèi si è autoesiliato lontano. Nietzschiano quanto
basta, Evola edificò una teoria dell¹individuo assoluto che vale come
formidabile viatico nell¹epoca in cui la verità risiede nel frammento. ³Non
sono nulla, posso tutto² è la sorgente taoista da cui balugina la consegna
del filosofo: superare oltrepassare lasciarsi alle spalle il prisma che
riflette i mille volti della personalità ordinaria. Lavorare sul proprio io,
metterlo alla prova, estenuarlo fino a che i riflessi molteplici delle sue
false vesti non siano corrosi da un moto che nasca dal profondo. In fondo è
questo il segreto banale della Grande Opera. Ciò che Evola assunse in via
sperimentale, prima di edificarci su un pensiero ritagliato nel fuoco della
Grande guerra, bagnato nelle acque corrosive dell¹avanguardia, intagliato
nella pietra dell¹atanòr alchemico.

Per molti, sopra tutto giovani, Evola è una curiosa specie di mantra
balbettato nelle sezioni politiche della destra. Un santino formato bignami
utile a berciare parole d¹ordine, poche e confuse, sulla base di estratti,
sunti, riepiloghi d¹occasione. Spesso è interdetta la lettura delle sue cose
più serie, titaniche, voluttuosamente trascinanti verso la resa dei conti
con se stessi. Invece è nella direzione in cui rischiamo di smarrirci, che
la salvezza si manifesta sotto l¹abito del sacrificio. E il sacrificio si
nutre di quotidiane scommesse e atti di coraggio. Quelli che portarono Evola
all¹ascesi più dura, a interrogare la sorte sotto il fragore del

 
Guardia di Ferro, Al passo con l'Arcangelo. PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Pini   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

Cantus-incantus: quello stretto rapporto che le culture tradizionali stabiliscono tra il canto e l'evocazione di potenze spirituali ricompare in alcuni fenomeni storici recenti, fenomeni che uno studio di carattere puramente storiografico non riuscirebbe ad esaurire nel loro significato più genuino.

E' noto che l'azione del movimento legionario operante nella Romania tra le due guerre ebbe sotto diversi aspetti un carattere liturgico, tale da farci stupire del fatto che sia stato passato sotto silenzio in un'opera quale la Nazionalizzazione delle masse di George Mosse, che pure riguarda la liturgia dei movimenti politici di massa. Ebbene, nella liturgia di quel movimento popolare che fu la cosiddetta Guardia di Ferro, il canto ebbe un particolare rilievo, sicché questa raccolta di "ritmi legionari" costituisce un documento eloquentissimo per la conoscenza del movimento legionario romeno. Il libro in questione, infatti, è essenzialmente un "canzoniere" (vi figurano le traduzioni poetiche dei canti legionari, spartiti musicali, poesie - il tutto debitamente introdotto e commentato). Ma non è solo questo: il volume si apre con due saggi di considerevole interesse, che sono due testimonianze storiche di prima mano. Il primo saggio, dovuto al celebre compositore Ion Mânzatu, autore delle più popolari canzoni legionarie, rievoca le circostanze in cui prese forma il patrimonio musicale del movimento e sottolinea la funzione del canto quale veicolo di spiritualità, di entusiasmo, di fede, di sentimenti profondi. Il secondo è lo scritto di un noto poeta, militante della Guardia e paroliere dei più begli inni legionari, Radu Gyr, il quale racconta come nei momenti della lotta e della repressione la liturgia del canto rivelasse la propria forza trascinante e manifestasse una incomparabile efficacia nel contrastare la corrosione della sostanza umana e nell'infondere la speranza della vittoria.

Guardia di Ferro, Al passo con l'Arcangelo. Ritmi legionari, Edizioni all'insegna del Veltro, pp. 144,euro 12,00

 
L’Islam révolutionnaire PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlos   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

Sono gli Stati Uniti, bisogna rammentarlo, ad avere preso storicamente l’iniziativa di costruire e usare armi di distruzione di massa. Queste armi sono state sperimentate a Hiroshima e a Nagasaki contro delle popolazioni civili, proprio mentre lo stato maggiore giapponese offriva all’America una resa negoziata.

Ilich Ramírez Sánchez dit Carlos, L’Islam révolutionnaire, Éditions du Rocher, Monaco 2003, pp. 274, € 24,20

(…) È la libertà in marcia, l’avvento del regno democratico; per insegnare agli uomini a vivere, talvolta è utile, perfino necessario, cominciare con lo sterminarli. In questo, gli Stati Uniti non devono ricevere lezioni da nessuno… I genitori guardano con tenerezza – la gioventù passa presto, no? – i loro figli che vanno ad abbrutirsi col rock duro, con la techno e tutte le forme sonore della droga… Si divertono, e non si rendono conto che, in realtà, stanno assistendo a una tragedia… La televisione diffonde il culto sfrenato del sesso, della violenza e del dollaro. Le vostre televisioni scaricano continuamente le loro immondizie nel seno stesso delle vostre famiglie, mentre i vostri politicanti insorgono contro lo spettro di un ipotetico ritorno dell’ordine morale! Parlare di bene e di male è diventata un’incongruità, o meglio, un’oscenità. Denunciare il male, esaltare il bene nella sua oggettività, dire la verità di Dio, sono cose che vi fanno rabbrividire. Voi preferite barricarvi in casa per timore dei ladri, perché volete conservare una cosa sola, come il bene più prezioso, più prezioso dei vostri stessi figli scomparsi o violentati: la sola libertà di cui voi realmente dissoniate, la libertà di avvilirvi! E sia! Ma allora, siccome non avete più il coraggio di difendere i principi morali della legge naturale e divina, quella dei vostri padri, smettetela di piangere sulle vostre disgrazie. (p. 209)

La “liberazione” dell’Europa si è risolta con alcuni milioni di morti ad Est come ad Ovest, mentre i vinti venivano decimati dalla fame e dalle epidemie nei campi di concentramento riaperti dai “liberatori”. De Marenches spiega come Churchill abbia fatto deportare tra i ghiacci sovietici quasi due milioni e mezzo di uomini, donne e bambini, i quali hanno conosciuto la sorte che si può ben immaginare. Ecco gli eroi senza macchia della vostra storia. Una storia che bisognerà pur decidersi a riscrivere. (…) Il leggendario eroe della “liberazione”, il grand’uomo Churchill, dovrebbe forse avere il privilegio di un posto di prim’ordine nella lista dei grandi criminali della storia. Un posto che gli spetta di diritto, sia per la sua politica nel Vicino Oriente prima della guerra, sia per la distruzione delle città tedesche per mezzo delle bombe al fosforo. (p. 218-219)

 

L’ISLAM VISTO DA JULIUS EVOLA PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

L’inizio della fortuna dell’opera evoliana nel mondo islamico risale probabilmente agli inizi degli anni Novanta, allorché il filosofo musulmano di nazionalità azera Gejdar Dzemal (1), fondatore del Partito della Rinascita Islamica, curò per il primo canale della televisione russa una trasmissione dedicata a Julius Evola.

Nel 1993 Rivolta contro il mondo moderno veniva evocata, in un’intervista pubblicata dal n. 77 di “Éléments”, da un altro intellettuale musulmano: l’algerino Rachid Benaissa, allievo e continuatore di quel maître à penser della “rinascita dell’Islam” che è stato Malek Bennabi.

Nel 1994, per iniziativa di un professore di teologia islamica dell’Università di Marmara usciva ad Istanbul, presso la casa editrice Insan, un libro intitolato Modern Dünyaya Baskaldiri: era la traduzione turca di Rivolta contro il mondo moderno. La presentazione editoriale faceva espresso riferimento a René Guénon, un autore del quale sono apparse in turco, negli stessi anni, due opere di critica del mondo moderno: La crise du monde moderne (Modern Dünyanin Bunalimi, Agac, Istanbul) e Le règne de la quantité et les signes des temps (Niceligin egemenligi ve çagin alâmetleri, Iz, Istanbul).

Se alcuni ambienti musulmani hanno manifestato un certo interesse per l’opera di Evola, in quale misura Evola ha avuto conoscenza dell’Islam?

Il quadro della tradizione islamica tracciato da Evola in Rivolta contro il mondo moderno non occupa più di un paio di pagine, ma presenta con sufficiente risalto quegli aspetti dell’Islam che nella prospettiva evoliana valgono a caratterizzarlo come “tradizione di livello superiore non solo all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente” (2), vale a dire alla religione cristiana.

In primo luogo Evola fa notare come il simbolismo dell’Islam indichi chiaramente una riconnessione diretta con la Tradizione primordiale stessa, sicché l’Islam risulta indipendente dall’ebraismo e dal cristianesimo, religioni delle quali esso d’altronde respinge i temi peculiari: peccato originale, redenzione, mediazione sacerdotale eccetera. Leggiamo direttamente il brano evoliano:

Come

 
Attualità rivoluzionaria di Julius Evola PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Leonello Rimbotti   
Domenica 06 Giugno 2004 01:00

Malgrado le letture "edulcoranti" di certa destra piccolo-borghese, Julius Evola rimane un pensatore di potente attualità. Il suo più grande insegnamento: il male assoluto sono democrazia e liberalismo.

Altro che nouvelle philosophes o "pensiero debole": il vero politicamente antagonista, il vero trasgressivo, il vero e unico radicalmente alternativo è dalla parte opposta. Julius Evola, ancora lui. Più passa il tempo e più Evola esce dal suo ruolo di immobile icona: finalmente non è più solo il guru imbalsamato di una setta maledetta, idolatrato da immature fantasie o da cocciuti manipolatori d'immagine. Ma viene letto, studiato e criticato anche dall'intellettualità di "fuori-area", quella ufficiale, quella con le "carte in regola" e ben spalmata sulle tacite direttive del potere e del sottopotere. Più passa il tempo e più se ne comprende lo spessore di pensatore che riassume in sé non soltanto un'ideologia (anzi, più di una: fascismo, tradizionalismo, "rivoluzione conservatrice"…), ma anche intere epoche: non solo la sua, ma anche la nostra. E perfino le "sinistre", ormai a mani vuote di idee e di progetti, perfino le grandi concentrazioni editoriali inseritissime nel sistema, gira e rigira, ne parlano e ne scrivono. Di solito male, ma ne scrivono. Nonostante gli sforzi che alcuni "guardiani del faro" da tempo dispiegano per edulcorarlo, camuffarlo, liftarlo, al fine di renderlo presentabile alle "destre" perbeniste, moderate, borghesi, Evola se ne sta ancora ben fermo in piedi tra le rovine degli altri. Chirurghi plastici compresi.

Il barone non avrebbe gradito il lifting cui a ripetizione lo sottopongono taluni suoi non richiesti e petulantissimi allievi. Gli sarebbe invece piaciuto l'ultimo libro a lui dedicato, che dice le cose come stanno, senza livore né virginali rossori: A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri), scritto dallo storico torinese Francesco Cassata. Non essendo egli un evolomane, il suo non è un prodotto da beauty farm, ma un libro di storia. E, ciò che non guasta, un ottimo libro. Ne viene fuori la migliore e più puntuale delle analisi del pensiero di Evola, il quale ha subìto il dannato destino postumo di vedersi ad un tempo troppo venerato e troppo demonizzato. Inutile girarci intorno: dà terribilmente noia il suo razzismo, quasi che per apprezzare un autore e la sua importanza, dovessimo per forza condividerne tutte le idee oppure, addirittura, difenderlo da esse. Diciamo la verità, questo razzismo imbarazza da morire tutti coloro che vorrebbero fare di Evola un infallibile pontefice, mondo di "macchie". Ci si vergogna o ci si scandalizza - a seconda se si è di "destra" o di "sinistra" - di tutta una serie, una lunga serie, di scritti apertamente razzisti. Se dello "spirito" o del "corpo" non saprei, ma razzisti. Benedett'uomo, come ha potuto scrivere quelle cose? Adesso è durissima cercare di farne il santino della "destra" al potere, capirete… occorrono sforzi dialettici e virtuosismi esegetici di non facile soluzione… Ma per chi non è interessato a strattonare Evola per la giacca, per chi è interessato alla sua figura di solido pensatore e di intellettuale "interventista" complesso e di ottima lega, tutto questo non inquieta né ha importanza. I fatti sono fatti. E gli scritti sono scritti. Carta canta, come si dice. E la "carta" di Evola canta che è una bellezza. Per cui: prendere o lasciare.

Nell'introduzione, Cassata mette le cose in chiaro: "In realtà, il razzismo fascista non era soltanto 'spirituale' così come quello nazionalsocialista non era unicamente 'biologico'. Ed Evola, negli anni trenta e quaranta, non ha mai parlato di razzismo 'spirituale'. Preferiva definire la propria 'dottrina' in termini di razzismo 'totalitario' o 'tradizionale

 
Il libro nero del terrorismo americano PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

Nell’Introduzione al libro di Dragos Kalajic Serbia, trincea d’Europa scrivevamo: “Se un giorno qualche storico di buona volontà dovesse compilare un Libro nero della democrazia liberale usando criteri analoghi a quelli seguiti dagli autori del Libro nero del comunismo, la somma delle vittime mietute dalle due massime democrazie mondiali, l’inglese e la statunitense, probabilmente non risulterebbe troppo inferiore a quei cento milioni di morti che la demagogia anticomunista ha addebitato a tutti i regimi comunisti messi assieme”.

Questa autocitazione era necessaria, perché assomiglia molto al Libro nero da noi auspicato quello che Mauro Pasquinelli si è provato a scrivere, confermando coi risultati della sua ricerca le nostre supposizioni.

Il Libro nero di Pasquinelli è un vero e proprio inventario dei crimini statunitensi. Partendo da una rievocazione del genocidio compiuto contro le popolazioni autoctone del Nordamerica tra il 1607 e il 1880, la rassegna del terrorismo internazionale statunitense prosegue attraverso una lunga serie di capitoli: Filippine 1899-1902, Il bombardamento di Dresda, Hiroshima e Nagasaki, Isole Marshall 1946-1968, Corea 1945-1953, Vietnam 1965-1975, Cambogia 1970-1989, Iran 1953-1988, Indonesia e Timor Est 1957-1999, Sudafrica 1960-1990, Congo 1960-1997, Angola 1975-2003, Guatemala 1953, Cile 1970-1976, Salvador 1978-1982, Nicaragua 1978-1999, Cuba 1959-2003, Haiti anni ’90, Grenada 1983, Panama 1989-2003, Beirut 1985, Sudan 1998, Magari-e Sharif 2001, Jugoslavia 1991-2003, Afghanistan 1978-2003, Israele, Palestina e Libano 1948-2003, Ruanda, Burundi e Congo 1994-2003.

L’elenco è completo. O quasi. Infatti Pasquinelli dimentica di registrare i crimini commessi dagli americani in Italia nel corso della seconda guerra mondiale, come i bombardamenti terroristici sulle popolazioni civili e sulle opere d’arte. Né viene fatta menzione dell’appoggio che gli angloamericani fornirono in Italia alle attività paramilitari dei collaborazionisti “partigiani”, anche se, come scrive Arturo Peregalli (L’altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-‘45 Graphos, Genova 1991), “l’accusa al movimento partigiano di essere inserito a pieno titolo nel fronte militare di guerra alleato ha avuto un evidente riscontro storico”. Infatti con la firma dei Protocolli di Roma gl’imperialisti atlantici stanziarono un finanziamento mensile di 160 milioni di lire (del valore di allora) a favore dei collaborazionisti antifascisti. Non si capisce, dunque, come l’autore possa affermare che “gli americani vedevano la resistenza partigiana come fumo negli occhi” e che, “se non fosse stato per la grande resistenza partigiana (…), il nostro continente si sarebbe trasformato in un grande protettorato americano” (p. 26). Certo, alla fine della guerra non tutto il continente diventò una colonia americana, ma mezza Europa sì.

Non è questo l’unico difetto del libro, che qua e là contiene altre pecche del genere, dovute per lo più ad una sorta di ingenua sudditanza nei confronti del conformismo “politicamente corretto”. Però, nonostante tutte le riserve che si possono fare sul risultato del lavoro di Pasquinelli, noi riteniamo che l’intenzione dell’autore debba essere positivamente apprezzata e che questa sua opera vada fatta circolare il più possibile. Insieme con altri libri analoghi, per esempio quelli di John Kleeves, essa fornisce tutti i dati necessari per una critica documentata articolata ai temi della propaganda americana.

 
Adriano Romualdi pensatore politicamente scorretto PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco de Turris   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Ricordo di Adriano Romualdi, l’intellettuale precocemente scomparso 31 anni fa senza aver fatto in tempo a completare l’opera di rivitalizzazione metapolitica di tutto l’ambiente umano neofascista che aveva brillantemente cominciato ad attuare

Se lo sono chiesto, ce lo siamo chiesto, me lo hanno chiesto nel 1983, nel 1993, nel 2003: che cosa avrebbe fatto, che cosa avrebbe detto, che avrebbe scritto, come si sarebbe comportato Adriano se fosse stato vivo?

Una domanda cui non è facile rispondere, anche per uno come me che della storia fatta con i “se” si occupa. Una domanda però che sottintende un senso di distacco, di privazione, ancora d’incredulità di fronte al suo destino, di sotterranea ammirazione per un uomo immaturamente e tragicamente scomparso a causa di un’imperscrutabile e terribile decisione del Fato (che nel 2000 ha voluto ripetersi con Marzio Tremaglia), anche da parte di chi non l’ha mai conosciuto se non, forse, attraverso i suoi scritti.

Adriano era della mia generazione, quella degli anni ’40, ma il primo di tutti essendo nato proprio nel 1940: oggi avrebbe avuto 63 anni, un signore di una certa età con sicuramente alle spalle molti libri, moltissimi articoli, forse anche una carriera universitaria.

Personalmente già mi sono posto l’interrogativo presentando il volume di tutti gli scritti di Adriano dedicati ad Evola (Su Evola, Fondazione Evola, 1998), ma oggi come oggi non riesco a pensare esattamente alla sua posizione rispetto alla politica odierna, se non che sarebbe stato intransigentemente all’opposizione di quella attualmente espressa dal partito erede del MSI, soprattutto sarebbe stato contro la sua politica non-culturale. Infatti, l’azione di Adriano fu sempre su questo piano che possiamo definire metapolitica, secondo gli insegnamenti evoliani. In tutti questi anni, se fosse vissuto, la sua importanza avrebbe potuto essere, nonostante alcune sue rigidità caratteriali, quella di un catalizzatore culturale: sarebbe diventato un’importante figura di riferimento, organizzatore e promotore d’iniziative, in polemica con l’ufficialità. Per semplice induzione sono quasi sicuro che avrebbe polemizzato con gli indirizzi presi, nella sua ultima fase, dalla Nuova Destra, e penso proprio che in qualche modo ambiguo avrebbero cercato d’incastrarlo, com’è successo a molti altri, durante gli anni del terrorismo e dello stragismo, in qualcosa di losco, di certo lontanissimo dal suo modo di pensare e dai suoi intenti. Era, infatti, una personalità di primo piano, anche per essere il figlio di Pino, uno dei fondatori del MSI ed alla fine vice-segretario, e si esponeva parlando e scrivendo: insomma poteva dare fastidio e per le sue idee e per essere una figura aggregatrice.

Era, proprio per quel suo scarto di pochi anni di età, un “fratello maggiore” (mi pare che la definizione sia di Maurizio Cabona), perché l’unico “maestro” della Destra italiana del dopoguerra, anche se non voleva essere chiamato così, era e rimane Julius Evola, di cui Adriano, per la lunga vicinanza e frequentazione, e per essere stato il primo a divulgarne ed interpretarne la “visione del mondo”, può considerarsi l’unico vero “allievo”. Come tale, come “fratello maggiore”, aiutò ed incoraggiò diversi di noi aprendoci le pagine de L’Italiano, uno dei mensili politico-culturali degli anni ’70, su cui si fecero le ossa in molti e dove si dibatterono argomenti oggi comuni ma che allora erano “nuovi” per la Destra ufficiale e del tutto trascurati: non solo cinema e narrativa contemporanea, ma anche fumetti, uso dei mass media, scienza, ecologia, letteratura fantastica, nuove tecnologie e nuove forme d’espressione, analisi della persuasione occulta, tendenze del costume italiano.

Una parte cospicua della storia della cosiddetta “destra pensante” si dovrà fare esaminando le pagine de L’Italiano soprattutto nel periodo in cui Adriano se n’occupò abbastanza direttamente, cioè negli anni della “contestazione”, fra il 1967 ed il 1973.

Era, in
 
I nostri begli anni di piombo PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Presentato a Parigi, nel quartiere latino, il libro di Gabriele Adinolfi, “Nos belles années de plomb”. Un saggio storico ed autobiografico sulla contestazione giovanile, la strategia della tensione e la lotta armata in Italia.

L’opera per metà contiene la traduzione di volumi già usciti in Italia (Noi Terza Posizione, La rivoluzione è come il vento). L’altra metà è stata scritta direttamente in francese per il pubblico transalpino e tratta gli scenari dell’Italia del dopoguerra: la Contestazione, Valle Giulia, il movimento ribelle, l’extraparlamentarismo rosso e nero, le rivolte meridionali (Avola, Reggio, Battipaglia). Affronta la strategia della tensione, dal Piano Solo alla "strage di Natale", lo stragismo, il ruolo delle lobbies occulte e dei servizi segreti italiani e internazionali. Vi è contenuta l’analisi delle principali organizzazioni di opposizione (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Lotta di popolo, Avanguardia Operaia,Lotta Continua, Autonomia Operaia) e delle formazioni armate (BR, Prima linea, Nap, Nar).

L’esilio in Francia e la situazione francese sono altri argomenti trattati nel libro che contiene anche una parte dedicata al presente ed al futuro in cui l’autore parla della metapolitica letteraria ed artistica, di Orion, delle Università d’estate, delle cooperative, della Guardia d’Onore, del progetto Polaris e delle Occupazioni Non Conformi.Il libro è corredato di foto storiche e recenti.

Per ulteriori dettagli

www.gabrieleadinolfi.it

 
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