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Lettere
Povera Europa! PDF Stampa E-mail
Scritto da Pierre Drieu la Rochelle   
Giovedì 27 Maggio 2004 01:00

La versione integrale di un articolo di Pierre Drieu La Rochelle apparso su "Revolution Nationale" del 15 maggio 1944. Una lucida visione della decadenza della nostra civiltà si intreccia ad un accorato appello al socialismo europeo.

Povera Europa, ti abbandoni ai quattro venti del tuo disastro. Vento asiatico, vento slavo, vento ebraico, vento americano. E non lo sai. Sarai morta senza saperlo. Questo perché non hai coscienza di te, o hai perso questa coscienza, o non l' hai ritrovata. Hai avuto una coscienza, ma ne hai perso man mano gli strumenti. Coscienza cristiana: coscienza per il papato, la Chiesa, i grandi ordini. Coscienza per l'espansione franca, per l'espansione germanica, per la feudalità, per l'Impero. Coscienza per l'arte francese, l'arte italiana, ancora l'arte francese, l'arte tedesca, l'arte inglese. Coscienza per i Rinascimenti, la Riforma, la Rivoluzione. Coscienza per la filosofia, la scienza. Coscienza per la monarchia, l'aristocrazia, la borghesia, il proletariato. Coscienza per il socialismo. Coscienza per la sofferenza del 1914-1918, coscienza per Ginevra. Coscienza per il fascismo e l'antifascismo, il comunismo e l'anticomunismo. Non hai ancora acquisito la tua nuova coscienza per l'internazionale delle nazioni, per la federazione delle tue potenze grandi e piccole che eleggevano una egemonia per l'unità del tuo socialismo. E, senza dubbio, l'acquisirai troppo tardi. Europa, tu che non sei un Impero, sei invasa da due Imperi. Quello russo e quello americano. Questi due Imperi vogliono la tua sconfitta e tu non lo sai. Addirittura, ti presti al gioco di questi imperi tramite le tue forze disgiunte. Molti europei sono partigiani dell'Impero russo e molti sono partigiani dell'Impero americano. Essi chiamano, con tutta la loro voce, lo spiegamento e l'esplosione della forza russa e della forza americana sull'Europa. Essi si rallegrano quando le orde asiatiche e slave entrano in Europa, nelle tue province di Romania e di Polonia, quando le flotte americane bombardano la patria delle tue patrie: l'Italia, dove, dopo lustri di decadimento, conservavi una delle tue più preziose e antiche immagini in quasi completa integrità fisica. Già dal 1941 una delle tue isole avanzate, l'Irlanda, era calpestata dagli americani e tu non te non te n'eri preoccupata. L'impero britannico era, nel mondo, una presenza dell'Europa (una compensazione al decentramento, alla stravaganza dell'Inghilterra fuori dall'Europa). Ora questo Impero è subordinato in maniera umiliante agli Imperi americano e russo. In America esso ha perduto quasi tutto ciò che vi aveva, in un certo senso in nome dell'Europa. E' una sconfitta e una umiliazione europea il fatto che le isole inglesi della costa americana siano occupate dalle guarnigioni americane; c'è da aggiungere che il Canada scivola nella versatilità americana. Risulta una minaccia per l'influenza europea nel mondo il fatto che le repubbliche sud-americane, così legate all'Europa, si pieghino sotto il giogo americano l'una dopo l'altra, e che anche l'Intelligence Service sia costretto, causa quel giogo, ad intrighi deboli e nascosti contro lo sbarco yankee. Stessa situazione nel Pacifico e in Asia, dove ciò che l'Inghilterra non ha ceduto ai giapponesi o ai cinesi, deve abbandonarlo alle iniziative difensive e offensive degli americani. Ed ecco che l'Inghilterra deve dividere con la Russia e con l'America anche l'Africa, il Vicino e il Medio-Oriente. Si può dire la stessa cosa per l'Impero francese, per l'Impero portoghese, per l'Impero spagnolo, per l'Impero olandese. E più di tutti gli altri europei, gli inglesi fanno i furieri degli americani e dei russi. Le isole britanniche, infatti dopo Guglielmo il conquistatore, sono affollate da milioni di americani ignoranti e sprezzanti. L'Inghilterra è occupata dagli extra-europei ancor prima che lo sia tutta l'Europa.

 

Ritratto di Savitri Devi PDF Stampa E-mail
Scritto da Réfléchir & Agir   
Giovedì 27 Maggio 2004 01:00

L'esistenza esemplare di una moderna rappresentante della spiritualità indoeuropea, ispiratrice del nazionalismo indiano ed affascinata dalle rivoluzioni nazionali europee.

Maximiani Julia Portas, nota più tardi col nome di Savitri Devi, nacque a Lione il 30 settembre 1905 da una famiglia d’origine greca. Giovane molto promettente, Maximiani si distingue particolarmente negli studi. Dopo un corso di studi orientato verso le lingue (giovanissima padroneggerà l’italiano, il francese, l’inglese, e in seguito, il tedesco, l’islandese, il bengali e l’hindi) si appassiona ai testi basilari dell’antichità greco-romana in versione originale. Eccezionalmente eclettica, si appassiona anche allo studio della biologia. Dopo la laurea in Lettere del 1928 a Lione, si dedica anche a studi universitari di fisica e chimica (diplomi universitari in chimica nel 1930 e chimica biologica nel 1931) e nel 1935 ottiene il dottorato in Lettere. Sensibile all’eredità ellenica, affermerà qualche anno più tardi che la Grecia “ha rappresentato una civiltà di ferro, radicata nella verità; una civilizzazione che possedeva tutte le virtù del mondo antico e nessuna delle sue debolezze, tutte le realizzazioni tecniche della modernità senza l’ipocrisia, la meschinità e la miseria morale dell’età moderna”. (Pilgrimage).

Usando le sue competenze linguistiche, percorre il Medio-Oriente alla ricerca di una sopravvivenza reale della sacralità pagana delle origini. Durante un pellegrinaggio in “Terra Santa” rimette in discussione il Cristianesimo, “superstizione dell’uomo” antropocentrica e mortificante “religione di schiavi” a rimorchio d’Israele. Viene attratta da un panteismo “biocentrato” che ricerca a partire dalla feconda eredità di Ipazia, dell’imperatore Giuliano e di Widukind che avevano resistito al nuovo ordine religioso instaurato in Europa due millenni or sono dai settari seguaci di Cristo. Maximiani si stabilisce in India nel 1936 e prende il nome di Savitri Devi in onore delle brillanti anime solari venerate dall’Induismo. Portata dalla sua ricerca verso una spiritualità fondata su un’idea di una gerarchia naturale degli esseri e dei doveri, sarà in questa aryavarta – territorio degli ariani d’oriente – che lei cercherà le virtù che aveva ammirato nei libri: “Gli altri popoli hanno conservato la lista dei propri re e le rovine dei loro templi: hanno una storia. Ma hanno perduto la Tradizione dell’essenziale che l’India conserva”. (L’Etang aux lotus). Si presenta come pellegrina a Swami Satyananda presidente della Missione Indù. Questo movimento di riconquista identitaria e culturale si oppone ai guasti “caritatevoli” prodotti dalla guerra di sovversione condotta dai missionari cristiani che conoscono le basi dell’Induismo ma fanno un “commercio spirituale” della miseria indiana. Egli le spiega la sua visione del mondo, lei si dichiara “Pagana – che ha sempre rifiutato la conversione alla religione di Paolo di Tarso, circuita od imposta, della sua Europa natale -” ed afferma che “vuole lavorare per impedire che il solo ed ultimo paese ad aver mantenuto (almeno in parte) gli Dei ariani – l’India – segua l’esempio funesto dell’Occidente e cada, pure lui, sotto l’influenza spirituale ebraica” (Souvenirs et réflexions d’une aryenne).

 
Un non intellettuale pitagorico PDF Stampa E-mail
Scritto da Custos Legis   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

“L’intuizione dell’assoluta identità, che trascende ogni conoscere, non è considerata come atto intellettivo…”

Pensavamo che dopo l’uscita de Il Figlio del Sole,vita e opere di Arturo Reghini filosofo e matematico, Ignis, 2003 l’era della disinformazione denigratoria che in passato ha affollato la pubblicistica reghiniana fosse terminata.

Quel che dispiace e duole è che il volume “Arturo Reghini, un intellettuale neo-pitagorico tra massoneria e fascismo” di Natale Mario di Luca, un volume uscito dalla penna di uno scrittore massonico, di un cosiddetto fratello, conferma il sospetto che le maggiori incomprensioni R. le abbia raccolte e continui a raccoglierle proprio nella famiglia massonica, in quell’ istituzione cioè che egli cercò invano di correggere e di restituire ai suoi principi tradizionali.

Contestiamo nella maniera più assoluta, prima di ogni altra cosa, che Reghini possa essere classificato come un “intellettuale neo-pitagorico”: discordiamo pienamente da questa definizione basandoci sulle conoscenze dirette e approfondite che abbiamo dell’opera reghiniana. La qualifica che più gli si appropria e che più di ogni altra gli si attaglia è quella e solo quella di “filosofo pitagorico” nell’accezione classica che davano a questa definizione Aristotile e Dante.

La professione di docente universitario non autorizza l’autore a infiocchettare il suo libro con frasi e parole (neo-pitagorico – intellettuale) che possono incantare un lettore superficialmente dotato, ma non chi al pitagorismo e alla filosofia pitagorica ha dedicato anni di studio e di approfondimento. E poiché i tempi moderni si allontanano sempre più dalle sorgenti spirituali del nostro passato, la massoneria e gli scrittori massonici non fanno altro che assecondare e in taluni casi a incoraggiare con il loro spirito tipicamente settario e pseudo-esoterico i tempi che viviamo e il superficialismo dei tempi moderni.

La parola intelletto infatti, nel Dizionario Filologico ricavato dall’opera reghiniana al quale stiamo lavorando, ha il significato di una funzione propria della mente che nel tendere in direzione di qualcosa lega questo qualcosa attraverso l’azione in sé. Se uniamo la parola “intellettuale” al “neo-pitagorico” otteniamo un qualcosa che nella mente di Reghini non è mai esistito, poiché egli fu estremamente critico durante tutta la vita nei confronti di tutti i neo-pitagorismi che affollavano l’esoterismo (compreso quello massonico) nostrano e straniero.(Vedasi la rubrica “Associazioni Vecchie e Nuove” sulla rivista Atanor).

 
La cinepresa di Arianna. PDF Stampa E-mail
Scritto da All'insegna del veltro   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

Nell'era della "postmodernità " e del "pensiero debole", inoltrarsi nel mondo dei fenomeni sociali per cercare di comprendere l'intima realtà che li genera è impresa difficile, epica, quasi... mitica.

Nell'era della "postmodernità" e del "pensiero debole", in una cultura che si espande solo in superficie, inoltrarsi nel mondo dei fenomeni sociali per compararli e cercare di comprendere l'intima realtà che li genera è impresa difficile, epica, quasi... mitica.
Ciononostante Antonio Cioffi, armato della sola evidenza del «riaffiorare nella compagine della nostra sociocultura di prassi comportamentali appartenenti in origine a civiltà che alla loro base ponevano il mito», si è¨ coraggiosamente avventurato nel labirinto della "cultura a mosaico" contemporanea, per individuare nei corridoi e nei vicoli ciechi della comunicazione di massa le tracce di quella che un tempo doveva essere stata una presenza reale, e quindi utilizzarle come mezzo per comprendere la struttura stessa del labirinto e trovarne così¬ il centro e l'abitatore.
Il saggio si articola in due parti: nella prima, di carattere più generale, si prendono in esame le manipolazioni del mito effettuate negli ambiti più diversi della cultura di massa (pubblicità, videomusica ecc.); nella seconda, l'attenzione si focalizza su quel fenomeno di sempre più vaste dimensioni che è¨ il cinema fantasy e horror. è in quest'ultima sede che le "tracce" mitiche di cui sopra si fanno più frequenti e significative, offrendo all'Autore l'occasione per esporre la loro interpretazione e per sottolinearne l'origine comune.
In Mito e realtà, Eliade notava come i mezzi di comunicazione di massa avessero imposto alla società contemporanea immagini e comportamenti riferibili a strutture mitiche.
Ma i "miti del mondo moderno" (la "neomitica", per dirla con Cioffi) non sono semplicemente dei miti tradizionali impoveriti, svuotati, malcompresi e divenuti irriconoscibili: essi sono spesso vere e proprie contraffazioni parodistiche.
Sempre Eliade si chiedeva, al termine di un paragrafo su Guénon: «Chi ci darà l'interpretazione dello stupefacente successo di Rosemary's baby e di 2001 Odissea nello spazio?»
Facendo piazza pulita degli equivoci alimentati dagli zelatori del cosiddetto genere fantasy e da quanti hanno confuso il "fantastico" con il mitico, Cioffi fornisce un'organica ed esaustiva risposta all'aspettativa di Eliade, poiché, nel contesto di un'indagine programmaticamente rivolta a scoprire la presenza dell'elemento mitico nella cultura di massa nonché la manipolazione cui tale elemento viene sottoposto, egli chiarisce anche il significato e la funzione di quel genere cinematografico che suscitava l'interrogativo del grande storico delle religioni.
Il presente lavoro viene dunque a collocarsi entro la serie di quella saggistica che, inaugurata da Guénon coi libri sul teosofismo e sullo spiritismo, non sempre ha saputo far fronte con la sua critica all'offensiva del neospiritualismo.


Fabio Pini

 
Dal Cid all'Urri PDF Stampa E-mail
Scritto da Area   
Venerdì 21 Maggio 2004 01:00

Combattente delle Waffen SS e orientalista di fama; poliglotta ed esperto di arti marziali; alpinista e docente universitario; uomo d’azione e di contemplazione. Tutto questo è Pio Filippani Ronconi, una straordinaria figura di uomo ed intellettuale estraneo ai cenacoli della cultura ufficiale.

"Caballero en un caballo - y en su mano un gavilán"

Erano mesi che lo inseguivo. Non perché scappasse, ma la salute, ultimamente, lo aveva un po’ maltrattato, affaticandolo. Ho aspettato, perché era proprio con lui che volevo avviare alla conclusione il ciclo dei "Miti fondanti" [ciclo di interviste a vari personaggi del mondo della cultura “di destra” intrapreso dalla rivista AREA – ndr]. E alla fine eccolo qua.

Pio Filippani Ronconi, classe 1920, è uno dei più grandi orientalisti viventi, e per elencare i suoi titoli e i suoi meriti avrei bisogno di un foglio allegato. Ma devo aggiungere che, in ogni caso, è arduo mettere su carta una delle qualità più nette di Pio Filippani Ronconi, la presenza, e di ancora più ardua resa è la chiarezza dei suoi silenzi. Ma proverò a raccontarvi tutto.

Filippani è una delle ultime memorie storiche (e sapienziali) delle destre italiane: diversi autori che molti di noi amano leggere, lui li ha conosciuti e ne è stato amico (come Evola, ad esempio, o anche Massimo Scaligero, con il quale Filippani si esercitava nella meditazione: "Era un cammino molto placido, il suo. Conobbi anche il maestro di Scaligero, Egidio Colazza… Fu molto gentile con me, che al contrario ero poco propenso alla placidità, in quel tempo").

La sua partecipazione alla guerra con la divisa tedesca non gli procurò problemi a guerra finita - a parte gli arresti di fortezza ("molto poco romantici!") e il "parcheggio" nel campo di concentramento di Coltano - tanto da poter avviare, nel 1959, una carriera accademica di tutto rispetto all’Istituto orientale dell’Università di Napoli. Poco tempo fa, invece, chiamato a collaborare al Corriere della Sera, in qualità di illustre orientalista, ha dovuto subire un’epurazione ad opera del komintern di redazione, con il quale non ha voluto polemizzare ("L’acqua bagna, il fuoco brucia: è il dharma, come lo chiamano gli indiani… sarebbe a dire che ognuno fa le cose con i mezzi che ha. C’è gente che striscia nel fango e non può fare altro che inzaccherarti"). Certe miserie sembrano scivolargli addosso, come si suol dire: ma il bello è che nel suo caso è tutt’altro che un luogo comune.

Da dove è cominciato tutto? Cos’è che porta ancora dentro dell’inizio del cammino?

"Senz’altro i racconti della vita di mio padre… Ecco, vede?" dice indicando una vecchia fotografia appesa al muro dietro di noi, che prende luce dagli ampi viali dell’Eur, "mio padre è quel signore a cavallo. Il luogo dove si trova è la Patagonia. Aveva venduto i beni di famiglia per andare in quella terra sperduta. Portava il bestiame dall’Atlantico al Pacifico, a cavallo. La sua vita stessa era un’avventura da raccontare… Un giorno, aveva appena depositato i soldi

 
La Colonna Traiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'insegna del Veltro   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

L'opera del romeno Vasile Lovinescu venne riscoperta nell'Europa occidentale nel 1984, allorché, negli stessi giorni in cui l'Autore moriva nella sua città natale in Moldavia, le Edizioni all'insegna del Veltro pubblicavano in volume la serie di articoli apparsa tra il 1936 e il 1937 su "Etudes Traditionnelles" sotto il titolo La Dacie hyperboréenne. Un'edizione francese in volume dei medesimi testi usciva nel 1987.

L'edizione romena è apparsa soltanto quest'anno, nel quadro di una rivalutazione di Vasile Lovinescu che si manifesta a vari livelli. In Italia, si è largamente parlato di questo scrittore nel corso di un convegno su "Storia delle religioni e pensiero tradizionale" che si è tenuto all'Accademia di Romania di Roma.

La Colonna Traiana raccoglie organicamente le lezioni che Vasile Lovinescu tenne nel 1968 alla "Confraternita di Iperione", una cerchia di discepoli che si riuniva con regolare periodicit… a Bucarest per approfondire lo studio delle dottrine tradizionali. Lovinescu, il maestro del gruppo, era in Romania una delle persone più qualificate a dirigere una tale attività. Infatti già negli anni trenta era entrato in contatto con Guénon, col quale mantenne un lungo rapporto epistolare; era stato il primo (secondo quanto attesta Eliade) a menzionare in Romania l'opera di Julius Evola, col quale d'altronde si incontrò allorché lo scrittore italiano andò a Bucarest per conoscere Corneliu Codreanu; entrato in Islam, aveva organizzato in Romania, insieme con Michel Vâlsan, un gruppo iniziatico di cui divenne lui stesso il muqaddem per tutta l'area balcanica.

Come scrive Mircea Birtz presentando nella sua Nota introduttiva La Colonna Traiana, il saggio, "prendendo le mosse dalla figura di Traiano, riguarda la funzione sacrale degli Imperatori romani, una funzione nella quale il rapporto tra autorità spirituale e potere temporale si risolve in unità. Lo studio -prosegue il teologo ortodosso - comporta alcune riflessioni sulla Dacia, su cui si innesta una interessantissima digressione sulla sinergia e sull'antagonismo che si instaurarono tra il messianismo dell'Impero romano e quello semitico-cristiano". Sostanzialmente, la questione intorno alla quale ruotano le considerazioni di Lovinescu è la seguente: era proprio inevitabile che all'Europa venisse imposta una forma tradizionale ad essa estranea? Non era possibile che l'antica tradizione greco-romana si rinvigorisse, in modo da rendere superflua la diffusione di una rivelazione nata in un ambiente semitico? No, risponde l'Autore, perché la struttura che ostacolava le tendenze dissolventi (il katechon) era appunto l'Impero Romano. Il cristianesimo fu dunque necessario per accelerare il processo del Kali Yuga e quindi per dare impulso all'esaurimento dell'attuale ciclo di umanità.

 
DE DIGNITATE EUROPAE PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

Nel 1988, un anno prima della caduta del regime nazionalcomunista e un anno dopo la morte del filosofo Constantin Noica, un libro di quest'ultimo intitolato De dignitate Europae usciva presso una casa editrice di Bucarest, Kriterion.

Il libro, che raccoglieva diversi saggi di filosofia della cultura già apparsi qualche anno prima su alcune riviste culturali romene, vedeva la luce in versione tedesca, perché destinato ad essere diffuso soprattutto in Germania.

In Germania, Constantin Noica c'era stato quarantacinque anni prima. In una conferenza tenuta a Berlino nel giugno del 1943, Noica aveva detto: “Noi sappiamo di essere quella che si dice ‘una cultura minore’. Sappiamo anche che ciò non significa affatto inferiorità qualitativa. La nostra cultura popolare, per quanto minore, ha realizzazioni qualitative paragonabili a quelle delle grandi culture. E sappiamo di avere, in questa cultura popolare, una continuità che le grandi culture non hanno. (…) Ma è proprio questo che oggi non ci soddisfa: che siamo stati e siamo – per quello che vi è di meglio in noi – gente di villaggio. Noi non vogliamo più essere gli eterni campagnoli della storia. Questa tensione – aggravata non solo dal fatto che ne siamo consapevoli, ma anche dalla convinzione che ‘essere consapevoli’ può rappresentare un segno di sterilità – costituisce il dramma della generazione di oggi. Economicamente e politicamente, culturalmente o spiritualmente, sentiamo che da un pezzo non possiamo più vivere in una Romania patriarcale, contadina, astorica. Non ci soddisfa più la Romania eterna: vogliamo una Romania attuale. (…)”.

Ma a questo punto a Noica si presenta un dilemma: se rimanere nell’eternità equivale a restare una cultura anonima e minore, imboccare la strada dell’“attualità”significa entrare in competizione con le grandi culture ed esserne inevitabilmente sopraffatti.

Il dilemma sembra insolubile; tuttavia è un dato di fatto che il popolo romeno sta transitando dall’eternità alla storia. Però, se entrare nella storia è inevitabile, non è inevitabile aderire ai programmi del modernismo liberale e democratico. Anzi, in alternativa sia all’opzione conservatrice sia a quella liberaldemocratica, Noica indica una terza via, quella terza via che d’altronde è implicita nelle posizioni di altri intellettuali del Novecento romeno, quali ad esempio lo storico e archeologo Vasile Pârvan, il poeta e filosofo Lucian Blaga e il Cioran della Trasfigurazione della Romania – tre autori, d’altronde, che Noica cita espressamente a sostegno della propria posizione.

Il rifiuto simultaneo del conservatorismo e del modernismo liberaldemocratico si accompagna, in Noica, ad una critica della modernità che egli continua a sviluppare ben oltre i termini cronologici della seconda guerra mondiale. È possibile farsene un’idea, se non si conosce il romeno, leggendo uno dei pochissimi saggi di questo filosofo che sono stati tradotti in italiano: le Sei malattie dello spirito contemporaneo, un libro pubblicato nel 1978 (in piena epoca Ceauses

 
Minima holocaustica PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

Prefazione alla pubblicazione delle "effepi edizioni" ad opera dell'autore Claudio Mutti

A mo’ di prefazione

Verso la metà degli anni Settanta alcuni zoologi lanciarono un grido d’allarme: gli elefanti (tanto l’Elephas Indicus quanto la Loxodonta Africana) sembravano essere condannati a una lenta ma inesorabile estinzione. Un organismo delle Nazioni Unite, incaricato di affrontare la questione per trovare un eventuale rimedio, istituì un’apposita commissione, che si mise subito al lavoro e nel giro di un anno poté raccogliere gli studi elaborati da ogni suo singolo membro. Lo statunitense celebrò i meriti dell’elefante nelle lotte intraprese per liberare i popoli dalle dittature e per instaurare i diritti umani e la democrazia; il sovietico applicò i criteri del materialismo storico allo studio del ruolo dell’elefante nell’edificazione della società socialista; l’inglese mise in luce l’importanza dell’elefante nei rapporti economici basati sul libero mercato; il tedesco descrisse minuziosamente, in due volumi ponderosi, le caratteristiche primarie e secondarie di ogni ramo della famiglia degli elefantidi; il francese se la cavò con un agile pamphlet intitolato L’éléphant et son esprit.

Il membro italiano della commissione, che aveva fatto appello alle diverse Regioni della Repubblica al fine di ottenere molteplici contributi sul tema, poté presentare ben due ricerche, entrambe prodotte dalla Regione Emilia Romagna, la sola che si era data da fare. Titolo della prima ricerca: L’elefante, l’antifascismo e la Resistenza. La seconda: Mille ricette per cucinare l’elefante.

Recentemente, la bibliografia sull’argomento si è arricchita di un nuovo testo: il Diario di un elefante miracolosamente scampato all’Olocausto.

 
Il Vangelo secondo Lukács PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

La dittatura culturale esercitata in Ungheria da György Lukács - alias Georg Löwinger.

György Lukács alias Georg Löwinger (1885-1971) ebbe responsabilità di governo in due brevi e distinti momenti della sua esistenza: nel 1919, all'epoca della cosiddetta "Repubblica dei Consigli" presieduta da Béla Kun, quando fu commissario del popolo per l'Istruzione, oltre che commissario politico della Quinta Divisione rossa; poi, nel 1956, quando, membro del Circolo Petöfi e del Comitato Centrale del Partito Comunista, fu ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Nagy.

Ma il suo intervento più incisivo, più violento e più devastante nella vita culturale ungherese ebbe luogo nel biennio democratico 1945-1946, allorché, ritornato in Ungheria, fu membro del Parlamento e della direzione dell'Accademia delle Scienze, nonché professore di estetica e di filosofia della cultura all'Università di Budapest. Il rampollo del banchiere József Löwinger diventò allora "un vero e proprio direttore di coscienze, un dittatore spirituale, un dittatore d'altronde relativamente liberale, ma di cui ogni parola era legge. (...) Egli era la prova vivente della tolleranza del regime verso le menti più sottili"1. In questi termini pressoché idilliaci lo dipinge un altro celebre "ebreo errante"2 nato in Ungheria (prima marxista, poi cattolico e infine, ovviamente, liberale): Ferenc Fischel alias François Fejtö, fondatore con Raymond Aron del Comitato degli intellettuali per l'Europa delle libertà. Quale sia il concetto di libertà di Fischel-Fejtö, lo si deduce da quanto egli scrive circa l'azione politico-culturale di György Löwinger-Lukács; questi, secondo lui, "voleva fare del Partito Comunista il mecenate e il protettore di tutte le attività culturali, un centro di raccolta per realizzare le grandi riforme: democratizzazione e modernizzazione dell'insegnamento, allargamento delle basi della cultura, emancipazione dello spirito. Era il momento del pluralismo e del 'dialogo'"3.

Davanti a una così commossa apologia c'è semplicemente da rimanere allibiti, se solo si pensa che il "pluralista" Lukács fu il più autorevole consulente della commissione incaricata di compilare il Catalogo della stampa fascista e antidemocratica, un vero e proprio Index librorum prohibitorum che si articolò in tre fascicoli, pubblicati tra il 1945 e il 1946 in più edizioni dal Dipartimento stampa della Presidenza dei Ministri. Era allora al governo una coalizione a maggioranza centrista, presieduta da un uomo di chiesa aderente al Partito dei Piccoli Proprietari.

Il Catalogo nasceva dallo stesso spirito inquisitorio che qualche anno più tardi avrebbe prodotto il famigerato libro di Lukács Die Zerstörung der Vernunft, ma aveva una funzione eminentemente pratica: segnalava alle autorità di polizia i testi da requisire nelle librerie e nelle biblioteche private per mandarli al macero, e ciò in applicazione del decreto 530 emanato il 28 aprile 1945 da

 
L’itinerario di Knut Hamsun PDF Stampa E-mail
Scritto da Robert Steukers   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Knut Hamsun: una vita che attraversa un secolo intero. L'itinerario esistenziale del cantore della Norvegia contadina, nemico degli USA ed affascinato dal Fascismo.

Knut Hamsun: una vita che attraversa circa un secolo intero, che si estende dal 1859 al 1952, una vita che ha camminato tra le prime manifestazioni dei ritmi industriali in Norvegia e l’apertura macabra dell’era atomica, la nostra, che comincia a Hiroshima nel 1945. Hamsun è dunque il testimone di straordinari cambiamenti e, soprattutto un uomo che insorge contro l’inesorabile scomparsa del fondo europeo, del Grund in cui si sono poggiati tutti i geni dei nostri popoli: il mondo contadino, l’umanità che è cullata dalle pulsazioni intatte della Vita naturale.

"una fibra nervosa
che mi unisce all’universo"

Questo secolo di attività letteraria, di ribellione costante, ha permesso allo scrittore norvegese di brillare in ogni maniera: di volta in volta, egli è stato poeta idilliaco, creatore di epopee potenti o di un lirismo di situazione, critico audace delle disfunzioni sociali dello "stupido XIX secolo". Nella sua opera multi-sfaccettata, si percepiscono pertanto al primo sguardo alcune costanti principali: un’adesione alla Natura, una nostalgia dell’uomo originario, dell’uomo di fronte all’elementare, una volontà di liberarsi dalla civilizzazione moderna essenzialmente meccanicista. In una lettera che egli scrive all’età di ventinove anni, scopriamo questa frase così significativa: "Il mio sangue intuisce che ho in me una fibra nervosa che mi unisce all’universo, agli elementi".
Hamsun nasce a Lom-Gudbrandsdalen, nel sud della Norvegia, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Hammarøy nella provincia del Nordland, al largo delle Isole Lofoten e al di là del Circolo Polare Artico, una patria da lui mai rinnegata e che sarà lo sfondo di tutta la sua immaginazione romanzesca. È una vita rurale, in un paesaggio formidabile, impressionante, unico, con gigantesche falesie, fiordi grandiosi e luci boreali; sarà anche l’influenza negativa di uno zio pietista che condurrà assai presto il giovane Knut a condurre una vita di simpatico vagabondo,di itinerante che esperimenta la vita in tutte le sue forme.

Il destino di un "vagabondo"

Knut Pedersen(vero nome di Knut Hamsun) è figlio di un contadino, Per Pedersen che, a quarant’anni, decide di abbandonare la fattoria che appartiene alla sua famiglia da più generazioni, per andare a stabilirsi a Hammarøy e di

 
IL NOBEL PROSSIMO VENTURO PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Feltrinelli ha appena pubblicato Il ritorno dell’hooligan, il capolavoro dello “scrittore romeno” Norman Manea.

Romeno? Si fa per dire. In realtà Manea, che è di famiglia ebraica, ha lasciato la Romania nel 1996 e adesso risiede a New York. Dopo avere “scelto la libertà”, lo scrittore è tornato in Romania una volta sola, e per un breve periodo, perché non nutre nessun amore nei confronti di quella gente barbara.

I Romeni, da parte loro, temono che il prossimo Nobel per la letteratura venga assegnato proprio a Manea. Secondo quei barbari antisemiti, dice lo scrittore miracolosamente scampato all’Olocausto, “io sarei in cima alla lista spinta dalla cospirazione ebraica. Sono convinti che il premio sia assegnato da ebrei che manipolano e controllano tutto. Anche se ciò è ridicolo, farebbero carte false per convincere l’Accademia svedese a evitare un altro terremoto, come quello scatenato dal Nobel all’ungherese Imre Kertész, un mio caro amico”. (Imre Kertész ungherese? Anche in questo caso, si fa per dire... Quanto alle doti di scrittore di Kertész, gli Ungheresi le negano recisamente. Olvashatatlan, “illeggibile” – dicono. Ma si sa, gli Ungheresi sono “antisemiti” quanto i Romeni… Per gli Italiani, sarà sufficiente leggere Kertész in traduzione, per rendersi conto che il suo unico merito consiste nell’essere miracolosamente scampato, anche lui, all’Olocausto).

A detta del suo confratello Heinrich Böll, Norman Manea è uno scrittore che "più di ogni altro merita di essere conosciuto in tutto il mondo". Più di Franz Kafka, di Robert Musil, di Bruno Schulz. Norman Manea ha preso sul serio il paragone, e dice all’eletta intervistatrice del “Corriere della Serva”, Alessandra Farkas: “Forse non sono conosciuto dalla massa, ma neppure Kafka e Proust lo sono”.

Di questo Kafka o Proust redivivo sono già usciti, in Italia, alcuni libri: Ottobre ore otto (Serra e Riva 1990 e Il Saggiatore 1998), Un paradiso forzato (Feltrinelli 1994), La busta nera (Baldini e Castoldi 1999), Clown. Il dittatore e l'artista (Est 1999).

Clown, una raccolta di articoli, comprende

 
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