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Lettere
La Colonna Traiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'insegna del Veltro   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

L'opera del romeno Vasile Lovinescu venne riscoperta nell'Europa occidentale nel 1984, allorché, negli stessi giorni in cui l'Autore moriva nella sua città natale in Moldavia, le Edizioni all'insegna del Veltro pubblicavano in volume la serie di articoli apparsa tra il 1936 e il 1937 su "Etudes Traditionnelles" sotto il titolo La Dacie hyperboréenne. Un'edizione francese in volume dei medesimi testi usciva nel 1987.

L'edizione romena è apparsa soltanto quest'anno, nel quadro di una rivalutazione di Vasile Lovinescu che si manifesta a vari livelli. In Italia, si è largamente parlato di questo scrittore nel corso di un convegno su "Storia delle religioni e pensiero tradizionale" che si è tenuto all'Accademia di Romania di Roma.

La Colonna Traiana raccoglie organicamente le lezioni che Vasile Lovinescu tenne nel 1968 alla "Confraternita di Iperione", una cerchia di discepoli che si riuniva con regolare periodicit… a Bucarest per approfondire lo studio delle dottrine tradizionali. Lovinescu, il maestro del gruppo, era in Romania una delle persone più qualificate a dirigere una tale attività. Infatti già negli anni trenta era entrato in contatto con Guénon, col quale mantenne un lungo rapporto epistolare; era stato il primo (secondo quanto attesta Eliade) a menzionare in Romania l'opera di Julius Evola, col quale d'altronde si incontrò allorché lo scrittore italiano andò a Bucarest per conoscere Corneliu Codreanu; entrato in Islam, aveva organizzato in Romania, insieme con Michel Vâlsan, un gruppo iniziatico di cui divenne lui stesso il muqaddem per tutta l'area balcanica.

Come scrive Mircea Birtz presentando nella sua Nota introduttiva La Colonna Traiana, il saggio, "prendendo le mosse dalla figura di Traiano, riguarda la funzione sacrale degli Imperatori romani, una funzione nella quale il rapporto tra autorità spirituale e potere temporale si risolve in unità. Lo studio -prosegue il teologo ortodosso - comporta alcune riflessioni sulla Dacia, su cui si innesta una interessantissima digressione sulla sinergia e sull'antagonismo che si instaurarono tra il messianismo dell'Impero romano e quello semitico-cristiano". Sostanzialmente, la questione intorno alla quale ruotano le considerazioni di Lovinescu è la seguente: era proprio inevitabile che all'Europa venisse imposta una forma tradizionale ad essa estranea? Non era possibile che l'antica tradizione greco-romana si rinvigorisse, in modo da rendere superflua la diffusione di una rivelazione nata in un ambiente semitico? No, risponde l'Autore, perché la struttura che ostacolava le tendenze dissolventi (il katechon) era appunto l'Impero Romano. Il cristianesimo fu dunque necessario per accelerare il processo del Kali Yuga e quindi per dare impulso all'esaurimento dell'attuale ciclo di umanità.

 
DE DIGNITATE EUROPAE PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

Nel 1988, un anno prima della caduta del regime nazionalcomunista e un anno dopo la morte del filosofo Constantin Noica, un libro di quest'ultimo intitolato De dignitate Europae usciva presso una casa editrice di Bucarest, Kriterion.

Il libro, che raccoglieva diversi saggi di filosofia della cultura già apparsi qualche anno prima su alcune riviste culturali romene, vedeva la luce in versione tedesca, perché destinato ad essere diffuso soprattutto in Germania.

In Germania, Constantin Noica c'era stato quarantacinque anni prima. In una conferenza tenuta a Berlino nel giugno del 1943, Noica aveva detto: “Noi sappiamo di essere quella che si dice ‘una cultura minore’. Sappiamo anche che ciò non significa affatto inferiorità qualitativa. La nostra cultura popolare, per quanto minore, ha realizzazioni qualitative paragonabili a quelle delle grandi culture. E sappiamo di avere, in questa cultura popolare, una continuità che le grandi culture non hanno. (…) Ma è proprio questo che oggi non ci soddisfa: che siamo stati e siamo – per quello che vi è di meglio in noi – gente di villaggio. Noi non vogliamo più essere gli eterni campagnoli della storia. Questa tensione – aggravata non solo dal fatto che ne siamo consapevoli, ma anche dalla convinzione che ‘essere consapevoli’ può rappresentare un segno di sterilità – costituisce il dramma della generazione di oggi. Economicamente e politicamente, culturalmente o spiritualmente, sentiamo che da un pezzo non possiamo più vivere in una Romania patriarcale, contadina, astorica. Non ci soddisfa più la Romania eterna: vogliamo una Romania attuale. (…)”.

Ma a questo punto a Noica si presenta un dilemma: se rimanere nell’eternità equivale a restare una cultura anonima e minore, imboccare la strada dell’“attualità”significa entrare in competizione con le grandi culture ed esserne inevitabilmente sopraffatti.

Il dilemma sembra insolubile; tuttavia è un dato di fatto che il popolo romeno sta transitando dall’eternità alla storia. Però, se entrare nella storia è inevitabile, non è inevitabile aderire ai programmi del modernismo liberale e democratico. Anzi, in alternativa sia all’opzione conservatrice sia a quella liberaldemocratica, Noica indica una terza via, quella terza via che d’altronde è implicita nelle posizioni di altri intellettuali del Novecento romeno, quali ad esempio lo storico e archeologo Vasile Pârvan, il poeta e filosofo Lucian Blaga e il Cioran della Trasfigurazione della Romania – tre autori, d’altronde, che Noica cita espressamente a sostegno della propria posizione.

Il rifiuto simultaneo del conservatorismo e del modernismo liberaldemocratico si accompagna, in Noica, ad una critica della modernità che egli continua a sviluppare ben oltre i termini cronologici della seconda guerra mondiale. È possibile farsene un’idea, se non si conosce il romeno, leggendo uno dei pochissimi saggi di questo filosofo che sono stati tradotti in italiano: le Sei malattie dello spirito contemporaneo, un libro pubblicato nel 1978 (in piena epoca Ceauses

 
Minima holocaustica PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Giovedì 20 Maggio 2004 01:00

Prefazione alla pubblicazione delle "effepi edizioni" ad opera dell'autore Claudio Mutti

A mo’ di prefazione

Verso la metà degli anni Settanta alcuni zoologi lanciarono un grido d’allarme: gli elefanti (tanto l’Elephas Indicus quanto la Loxodonta Africana) sembravano essere condannati a una lenta ma inesorabile estinzione. Un organismo delle Nazioni Unite, incaricato di affrontare la questione per trovare un eventuale rimedio, istituì un’apposita commissione, che si mise subito al lavoro e nel giro di un anno poté raccogliere gli studi elaborati da ogni suo singolo membro. Lo statunitense celebrò i meriti dell’elefante nelle lotte intraprese per liberare i popoli dalle dittature e per instaurare i diritti umani e la democrazia; il sovietico applicò i criteri del materialismo storico allo studio del ruolo dell’elefante nell’edificazione della società socialista; l’inglese mise in luce l’importanza dell’elefante nei rapporti economici basati sul libero mercato; il tedesco descrisse minuziosamente, in due volumi ponderosi, le caratteristiche primarie e secondarie di ogni ramo della famiglia degli elefantidi; il francese se la cavò con un agile pamphlet intitolato L’éléphant et son esprit.

Il membro italiano della commissione, che aveva fatto appello alle diverse Regioni della Repubblica al fine di ottenere molteplici contributi sul tema, poté presentare ben due ricerche, entrambe prodotte dalla Regione Emilia Romagna, la sola che si era data da fare. Titolo della prima ricerca: L’elefante, l’antifascismo e la Resistenza. La seconda: Mille ricette per cucinare l’elefante.

Recentemente, la bibliografia sull’argomento si è arricchita di un nuovo testo: il Diario di un elefante miracolosamente scampato all’Olocausto.

 
Il Vangelo secondo Lukács PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

La dittatura culturale esercitata in Ungheria da György Lukács - alias Georg Löwinger.

György Lukács alias Georg Löwinger (1885-1971) ebbe responsabilità di governo in due brevi e distinti momenti della sua esistenza: nel 1919, all'epoca della cosiddetta "Repubblica dei Consigli" presieduta da Béla Kun, quando fu commissario del popolo per l'Istruzione, oltre che commissario politico della Quinta Divisione rossa; poi, nel 1956, quando, membro del Circolo Petöfi e del Comitato Centrale del Partito Comunista, fu ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Nagy.

Ma il suo intervento più incisivo, più violento e più devastante nella vita culturale ungherese ebbe luogo nel biennio democratico 1945-1946, allorché, ritornato in Ungheria, fu membro del Parlamento e della direzione dell'Accademia delle Scienze, nonché professore di estetica e di filosofia della cultura all'Università di Budapest. Il rampollo del banchiere József Löwinger diventò allora "un vero e proprio direttore di coscienze, un dittatore spirituale, un dittatore d'altronde relativamente liberale, ma di cui ogni parola era legge. (...) Egli era la prova vivente della tolleranza del regime verso le menti più sottili"1. In questi termini pressoché idilliaci lo dipinge un altro celebre "ebreo errante"2 nato in Ungheria (prima marxista, poi cattolico e infine, ovviamente, liberale): Ferenc Fischel alias François Fejtö, fondatore con Raymond Aron del Comitato degli intellettuali per l'Europa delle libertà. Quale sia il concetto di libertà di Fischel-Fejtö, lo si deduce da quanto egli scrive circa l'azione politico-culturale di György Löwinger-Lukács; questi, secondo lui, "voleva fare del Partito Comunista il mecenate e il protettore di tutte le attività culturali, un centro di raccolta per realizzare le grandi riforme: democratizzazione e modernizzazione dell'insegnamento, allargamento delle basi della cultura, emancipazione dello spirito. Era il momento del pluralismo e del 'dialogo'"3.

Davanti a una così commossa apologia c'è semplicemente da rimanere allibiti, se solo si pensa che il "pluralista" Lukács fu il più autorevole consulente della commissione incaricata di compilare il Catalogo della stampa fascista e antidemocratica, un vero e proprio Index librorum prohibitorum che si articolò in tre fascicoli, pubblicati tra il 1945 e il 1946 in più edizioni dal Dipartimento stampa della Presidenza dei Ministri. Era allora al governo una coalizione a maggioranza centrista, presieduta da un uomo di chiesa aderente al Partito dei Piccoli Proprietari.

Il Catalogo nasceva dallo stesso spirito inquisitorio che qualche anno più tardi avrebbe prodotto il famigerato libro di Lukács Die Zerstörung der Vernunft, ma aveva una funzione eminentemente pratica: segnalava alle autorità di polizia i testi da requisire nelle librerie e nelle biblioteche private per mandarli al macero, e ciò in applicazione del decreto 530 emanato il 28 aprile 1945 da

 
L’itinerario di Knut Hamsun PDF Stampa E-mail
Scritto da Robert Steukers   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Knut Hamsun: una vita che attraversa un secolo intero. L'itinerario esistenziale del cantore della Norvegia contadina, nemico degli USA ed affascinato dal Fascismo.

Knut Hamsun: una vita che attraversa circa un secolo intero, che si estende dal 1859 al 1952, una vita che ha camminato tra le prime manifestazioni dei ritmi industriali in Norvegia e l’apertura macabra dell’era atomica, la nostra, che comincia a Hiroshima nel 1945. Hamsun è dunque il testimone di straordinari cambiamenti e, soprattutto un uomo che insorge contro l’inesorabile scomparsa del fondo europeo, del Grund in cui si sono poggiati tutti i geni dei nostri popoli: il mondo contadino, l’umanità che è cullata dalle pulsazioni intatte della Vita naturale.

"una fibra nervosa
che mi unisce all’universo"

Questo secolo di attività letteraria, di ribellione costante, ha permesso allo scrittore norvegese di brillare in ogni maniera: di volta in volta, egli è stato poeta idilliaco, creatore di epopee potenti o di un lirismo di situazione, critico audace delle disfunzioni sociali dello "stupido XIX secolo". Nella sua opera multi-sfaccettata, si percepiscono pertanto al primo sguardo alcune costanti principali: un’adesione alla Natura, una nostalgia dell’uomo originario, dell’uomo di fronte all’elementare, una volontà di liberarsi dalla civilizzazione moderna essenzialmente meccanicista. In una lettera che egli scrive all’età di ventinove anni, scopriamo questa frase così significativa: "Il mio sangue intuisce che ho in me una fibra nervosa che mi unisce all’universo, agli elementi".
Hamsun nasce a Lom-Gudbrandsdalen, nel sud della Norvegia, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Hammarøy nella provincia del Nordland, al largo delle Isole Lofoten e al di là del Circolo Polare Artico, una patria da lui mai rinnegata e che sarà lo sfondo di tutta la sua immaginazione romanzesca. È una vita rurale, in un paesaggio formidabile, impressionante, unico, con gigantesche falesie, fiordi grandiosi e luci boreali; sarà anche l’influenza negativa di uno zio pietista che condurrà assai presto il giovane Knut a condurre una vita di simpatico vagabondo,di itinerante che esperimenta la vita in tutte le sue forme.

Il destino di un "vagabondo"

Knut Pedersen(vero nome di Knut Hamsun) è figlio di un contadino, Per Pedersen che, a quarant’anni, decide di abbandonare la fattoria che appartiene alla sua famiglia da più generazioni, per andare a stabilirsi a Hammarøy e di

 
IL NOBEL PROSSIMO VENTURO PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Feltrinelli ha appena pubblicato Il ritorno dell’hooligan, il capolavoro dello “scrittore romeno” Norman Manea.

Romeno? Si fa per dire. In realtà Manea, che è di famiglia ebraica, ha lasciato la Romania nel 1996 e adesso risiede a New York. Dopo avere “scelto la libertà”, lo scrittore è tornato in Romania una volta sola, e per un breve periodo, perché non nutre nessun amore nei confronti di quella gente barbara.

I Romeni, da parte loro, temono che il prossimo Nobel per la letteratura venga assegnato proprio a Manea. Secondo quei barbari antisemiti, dice lo scrittore miracolosamente scampato all’Olocausto, “io sarei in cima alla lista spinta dalla cospirazione ebraica. Sono convinti che il premio sia assegnato da ebrei che manipolano e controllano tutto. Anche se ciò è ridicolo, farebbero carte false per convincere l’Accademia svedese a evitare un altro terremoto, come quello scatenato dal Nobel all’ungherese Imre Kertész, un mio caro amico”. (Imre Kertész ungherese? Anche in questo caso, si fa per dire... Quanto alle doti di scrittore di Kertész, gli Ungheresi le negano recisamente. Olvashatatlan, “illeggibile” – dicono. Ma si sa, gli Ungheresi sono “antisemiti” quanto i Romeni… Per gli Italiani, sarà sufficiente leggere Kertész in traduzione, per rendersi conto che il suo unico merito consiste nell’essere miracolosamente scampato, anche lui, all’Olocausto).

A detta del suo confratello Heinrich Böll, Norman Manea è uno scrittore che "più di ogni altro merita di essere conosciuto in tutto il mondo". Più di Franz Kafka, di Robert Musil, di Bruno Schulz. Norman Manea ha preso sul serio il paragone, e dice all’eletta intervistatrice del “Corriere della Serva”, Alessandra Farkas: “Forse non sono conosciuto dalla massa, ma neppure Kafka e Proust lo sono”.

Di questo Kafka o Proust redivivo sono già usciti, in Italia, alcuni libri: Ottobre ore otto (Serra e Riva 1990 e Il Saggiatore 1998), Un paradiso forzato (Feltrinelli 1994), La busta nera (Baldini e Castoldi 1999), Clown. Il dittatore e l'artista (Est 1999).

Clown, una raccolta di articoli, comprende

 
Guerra e poesia PDF Stampa E-mail
Scritto da all'insegna del veltro   
Domenica 16 Maggio 2004 01:00

Un promettente accostamento sviluppato da Bela Hamvas per i tipi dell'iInsegna del veltro. Introduzione di Cluadio Mutti

Béla Hamvas, Guerra e poesia, pp. 96, € 9,50

“Ci sono già dei vigliacchi che fanno incetta di acqua minerale, salumi, farina e petrolio; […] comincia così, con salami e petrolio nella dispensa […] come criceti pensano solo ad accumulare cibo per salvarsi la pelle […] Se l’Europa intera verrà distrutta, […] è forse morale che l’individuo cerchi di sopravvivere in mezzo agli stenti con una manciata di generi alimentari?” (1) Così, attraverso le parole sprezzanti di due personaggi minori di Válás Budán, il romanziere ungherese Sándor Márai registrava nel 1939 i primi effetti dell’inizio della guerra.

Si potrebbe ipotizzare, anche se non è necessario farlo, che Béla Hamvas, riflettendo alcuni anni più tardi sulla “grandiosità della guerra” e sulla “piccolezza dell’uomo”, abbia preso le mosse proprio da questa pagina del suo connazionale, svolgendo in termini filosofici un tema che era stato semplicemente abbozzato in un contesto narrativo.

In modo analogo, si potrebbe pensare a una ripresa di temi contenuti nell’opera di Ernst Jünger. La caratterizzazione hamvasiana dell’”uomo del panico”, che riduce il destino umano a fabbisogno alimentare e cerca la propria sicurezza in una dispensa ben fornita, non può non richiamare la rappresentazione jüngeriana del borghese minacciato dall’irruzione delle forze elementari: “Lo sforzo compiuto dal borghese per chiudere ermeticamente lo spazio vitale all’irruzione di ciò che è elementare è l’espressione, efficacemente riuscita, di una primordiale brama di sicurezza” (2).

Sicuramente, il linguaggio di Hamvas è meno astratto: se l’autore di Der Arbeiter individua nel tipo del borghese la forma della difesa, lo scrittore ungherese adopera termini improntati a un freddo sarcasmo e parla di una “Weltanschauung della cambusa”. Nei due tipi contrapposti del combattente e del civile, Hamvas vede due diversi modi di rapportarsi alla realtà, due diversi livelli esistenziali, due diversi gradi di conoscenza. Se il civile è prigioniero dell’irrealtà del mondo materiale, il combattente si trova invece nell’unica condizione reale dell’esistenza umana, che consiste nella decisione di fare della propria vita ciò che si vuole. Anzi, per Hamvas il combattente è il tipo stesso della decisione, poiché è solo la decisione, ossia la capacità di credere e di volere, a dare un senso alla vita.

Al pari di Hamvas, lo hanno capito le generazioni tedesche della Konservative Revolution. “Ci eravamo buttati – ha scritto Ernst von Salomon – sulla sola virtù che quell’epoca esigesse: la decisione, perché come la nostra epoca anche noi avevamo sete di decisione” (3). Trasferendo l’elemento della decisione sul piano giuridico e formulando la teoria del decisionismo, che segna la rottura col marcio parlament

 
Karl Haushofer, Italia, Germania e Giappone PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'insegna del Veltro   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e semplicità, ed in questo senso rappresenta un documento didattico di rilevante importanza per gli studiosi di geopolitica.

Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e semplicità, ed in questo senso rappresenta un documento didattico di rilevante importanza per gli studiosi di geopolitica

EDIZIONI ALL'INSEGNA DEL VELTRO Viale Osacca 13 43100 Parma tel. e fax: 0521 290880 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
 
Le novità dal Salone del libro di Torino PDF Stampa E-mail
Scritto da Libreria di Ar   
Venerdì 14 Maggio 2004 01:00

tutti i titoli più succosi selezionati per il Salone dalla nota casa editoriale d'avanguardia, alla sua sedicesima presenza alla manifestazione

la Libreria Ar ha curato lo stand delle Edizioni di Ar al Salone del Libro di Torino, conclusosi lunedì sera.

Questa diciassettesima edizione - la sedicesima per le Ar - ha avuto un notevole successo di visitatori,

che si sono aggirati 'famelici' tra gli stand, in cerca di 'idee' da divorare.

Si sa che nella Salone si espone di tutto, libri e oggettistica, dvd e posters, mala nostra impressione è che quest'anno

tutto ciò che non era 'libro' avesse minore visibilità e importanza degli altri anni.

Segnaliamo alcuni novità che abbiamo selezionato al Salone, e che sono disponibili presso di noi:

- Arianna De Giorgi, Per grazia, con grazia. Nietzsche: una forma di lettura. Edizioni di Ar, euro 8,00

Questo libro si sofferma sulla natura della filosofia di Nietzsche, per la quale l'impeto della forma,
le ragioni dello stile, non si risolsero mai in esercitazioni per eruditi. Nel libro ci si sofferma sullo Zarathustra,
sul Nietzsche politico e sulla volontà di potenza.

Non ci si lasci ingannare dal titolo: nessuna intenzione di depotenziare il pensiero nietzscheano percorre queste pagine;
la Grazia a cui si allude intende solo riflettere quella 'forza' che nella sua massima espressione diventa, appunto, 'piena di grazia'.

- Jean Cau, Una passione per Che Guevara, Vallecchi, euro 15,00 

G. Locchi: l’Europa non è eredità ma missione futura PDF Stampa E-mail
Scritto da Margini   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Il vero ‘americanismo’, quello che minaccia la cultura o più esattamente l’anima dell’Europa, è concretato dall’adesione cosciente o inconscia al cosiddetto ‘mito americano’, al ‘sogno americano’. È questo il ‘male americano’ di cui soffre l’Europa, male che ho tentato di caratterizzare nel saggio redatto in collaborazione con Alain de Benoist.

Queste riflessioni di Giorgio Locchi, tratte da un suo scritto intitolato significativamente L’Europa: non è eredità ma missione futura e pubblicato sulla rivista Intervento (n. 69, 1985), sono ancor oggi attualissime. Anzi, a nostro avviso, solo oggi (ossia nell’epoca in cui il conflitto tra i blocchi sembra essersi risolto a favore dell’imperialismo planetario degli USA, in cui l’identità europea la si vuol costruire su ‘radici’ giudeo-cristiane, ecc.) possono essere adeguatamente apprezzate nella loro lucidità. Per questo motivo le riproponiamo ai lettori di Margini.

Il vero ‘americanismo’, quello che minaccia la cultura o più esattamente - rinunciando a questo termine di cultura che non significa più nulla - l’anima dell’Europa, è concretato dall’adesione cosciente o inconscia al cosiddetto ‘mito americano’, al ‘sogno americano’. È questo il ‘male americano’ di cui soffre l’Europa, male che ho tentato di caratterizzare nel saggio redatto in collaborazione con Alain de Benoist. Male ‘americano’ dell’Europa e non già male dell’America come fin troppi lettori di quel saggio sembrano aver compreso. E male, del resto, che non viene all’Europa come una contagione, bensì male che l’Europa da sempre porta con sé. Il ‘mito americano’ altro non è che l’assolutizzazione di quella ideologia ‘democratico-liberale-individualistica’ che nelle società europee emerse dal XVIII secolo è invece conflittualmente correlativa dell’ideologia ‘democratico-socialista-collettivista’, quest’ultima assolutizzata dal ‘mito bolscevico’. All’indomani della guerra, gli Europei hanno senza dubbio oscillato tra la tentazione ‘americana’ e quella ‘comunista’, ma il loro destino era già stato deciso a Yalta, dalla forza delle armi in combutta con la geografia. La cultura europea è da due secoli definita proprio da questo conflitto ideologico, che è la sua malattia mortale. Nella prima metà del secolo il cosiddetto fenomeno fascista ha configurato un tentativo di superare questa malattia, tentativo represso dalla coalizione d’America e Russia e delle ideologie incarnate da America, Russia e campi ideologici agglomerati intorno ad esse. La fine della guerra ha restituito l’Europa al suo intimo conflitto ideologico, ma, per decreto della Storia maturato a Yalta, questo conflitto si trova ormai di fatto amministrato e governato, da una parte e dall’altra della cortina di ferro, dalle due Superpotenze.

Intervento chiede se "richiamare il senso e l’identità dell’Europa al di fuori della logica dei due blocchi contrapposti sia velleitarismo oppure soluzione praticabile e realistica". Ma a non essere realistica è la questione stessa. La logica dei due blocchi contrapposti altro non è che la cruda materializzazione geopolitica della logica delle contrapposte ideologie di cui l’Europa è matrice. Né d’altra parte esiste un’identità politica dell’Europa, tanto è vero che la situazione attuale dell’Europa scaturisce proprio dall’assenza di questa identità. Quanto al ‘senso’ dell’Europa, poi, esso va senza dubbio ritrovato nella civiltà o cultura europea: civiltà e cultura giudeo-cristiana, dalla quale America e Russia sovietica traggono or

 
L'Infezione Psicanalista PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Reazionario   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Il titolo è ripreso da uno scritto di Evola apparso su “IL Conciliatore” nel novembre del 1970 e lo abbiamo adottato in quanto riteniamo il termine “infezione” sicuramente come il più adatto a definire questo fenomeno dilagante e devastante introdotto a fine 800’ da Sigmund Freud.

Come tutte le idee e le correnti che fungono da capisaldo del mondo moderno, la psicanalisi ha un forte contenuto antitradizionale, non tanto nelle premesse, quanto nelle conseguenze che da esse si vogliono trarre e soprattutto nelle smodate ed inadeguate applicazioni che di esse si vogliono fare.

Infatti, la psicanalisi, sin dalla sua apparizione, ha subito perso i connotati di disciplina strettamente specializzata, applicata alla casuologia clinica delle nevrosi e delle turbe mentali, per cui presenta anche una certa valenza, per assurgere ad una precisa concezione dell’uomo con l’invasione in campi che con la medicina e la psicoterapia non hanno nulla a che vedere.

Lo sconfinamento è stato tale da determinare una distorta definizione della sfera spirituale dell’uomo ed addirittura la pretesa di essere un paradigma comportamentale in fenomeni sociali, culturali, morali ed “ovviamente” politici.

Prima di passare a contestare le teorie di Freud e dei suoi discepoli, più o meno ortodossi, è necessario fare una premessa: la scoperta dell’”inconscio” non è certo attribuibile al medico viennese, poiché antiche dottrine tradizionali, lo yoga in particolare, avevano ben presente come il subconscio, come è più appropriato definirlo, avesse ampie e profonde dimensioni.

La caratteristica fondamentale del freudismo sta nell’attribuire all’inconscio la forza motrice principale della psiche, in termini meccanici e deterministici: gli impulsi, gli istinti, i complessi del sottosuolo psichico avrebbero una carica “fatale” destinata a scaricarsi all’esterno; se ciò non accade, se sono repressi, avvelenano la vita dell’uomo, lo nevrotizzano, ovvero giocano l’Io cosciente soddisfacendosi malgrado tutto, in forma mascherata. Tronco fondamentale dell’inconscio sarebbe la libido, ovvero l’impulso al piacere avente la sua manifestazione precipua in quello sessuale.

Entrando nello specifico della critica, da un’ottica tradizionale il disconoscimento della presenza e del potere di qualsiasi centro spirituale, insomma dell’Io in quanto tale, è un elemento di gravissima degenerazione, è un inversione di fatto delle gerarchie esistenti per cui il così detto “Super-Io” diviene il padrone di tutte le situazioni dell’io cosciente, ridotto ad un fantoccio in balia delle inibizioni, dei tabù e dei complessi, frutto di repressione degli istinti sessuali.

Evola metteva in evidenza che il termine “repressione”, slogan dei movimenti contestari degli anni 60-70 (periodo in cui è stato scritto l’articolo a cui si è fatto riferimento), viene proprio dalla psicanalisi, in relazioni a fenomeni paralleli, ad un’emergenza dal basso.

Infatti la “terapia”, per non dire la morale della psicanalisi consiste nell’abolizione della repressione esercitata dalla parte cosciente della psiche su quella istintuale, nel riconoscimento e nell’accettazione delle istanze dell’inconscio.

Questo in termini di etica tradizionale equivale ad una vera e propria capitolazione!

Quello che deve essere considerato come il primo passo necessario per conseguire un ascesi personale, viene invece presentato come un male da curare, un’aspirazione da estirpare.

Un altro punto importante da sottolineare è l’identificazione dell’ “ inconscio” con i bassifondi della psiche, ossia gli impulsi irrazionali, libido, torbidi complessi ed anche l’impulso alla distruzione. Ebbene, una teoria completa dell’essere umano nell’ampliare gli orizzonti interiori non riduce a questo fondo torbido, demonico e subpersonale, tutto ciò che cade al di fuori della zona della coscienza ordin

 
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